NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE I: I MILLE VOLTI DEL BULLISMO

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, resta forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

In una serie di 4 articoli, vediamo quindi innanzitutto le molte forme che il bullismo può assumere, parleremo poi delle caratteristiche che lo rendono un problema così serio, successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo.

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Secondo un recente studio di Save the Children Italia, i tre temi che più comunemente fanno da sfondo al bullismo sono, nell’ordine, l’aspetto fisico della vittima, il suo orientamento sessuale, e le sue origini geografiche, etniche o sociali. Sostenere che queste siano le “cause” del bullismo equivarrebbe a giustificarlo: diciamo piuttosto che sono i pretesti.

Andiamo ora a conoscere le molte forme che il bullismo può assumere, molte delle quali troppo spesso non sono riconosciute come tali e aumentano così il senso di impotenza e ineluttabilità in tutte le persone coinvolte.
Le sfaccettature del bullismo si possono raggruppare in 4 categorie:
Fisico: è quello più riconoscibile. Picchiare, spintonare, aggredire, prendere a pugni rientrano in questa categoria, ma anche rubare, sottrarre o danneggiare oggetti appartenenti alla vittima. E’ la forma di bullismo più diffusa tra i maschi, ma non è infrequente tra le femmine.
Verbale: più sottile e molto spesso sottovalutato, è il bullismo fatto di prese in giro, soprannomi dispregiativi, minacce, aggressioni verbali. E’ più frequente tra le femmine e spesso non viene riconosciuto come vera e propria violenza quale è.
Sociale: è molto spesso trasversale a tutte le altre tre forme di bullismo. Comporta l’isolamento e l’esclusione della vittima a opera del gruppo, con ogni forma di umiliazione. Anche il pettegolezzo, quando diventa ricorrente e sistematicamente mirato a una persona, rientra in questa categoria.
Cyberbullismo: molto sottovalutato ma sempre più diffuso, è il bullismo che si compie attraverso le tecnologie. I servizi di messaggistica istantanea, i social network e Internet in generale forniscono al bullismo canali sempre nuovi: continui messaggi di minacce o di scherno inviati alla vittima; scherzi telefonici tramite chiamate o messaggi; gruppi di discussione, pubblici o segreti, dedicati specificamente alla derisione di una persona; diffusione di fotografie ridicolizzanti o di natura erotica, reali o spesso ottenute tramite fotomontaggi e manipolazioni di immagini, le quali rischiano anche di finire nelle mani sbagliate, e da lì nel mondo criminale della pedo-pornografia; veri e propri ricatti che poggiano sulla minaccia di diffondere su canali accessibili a chiunque nel mondo video imbarazzanti o molto intimi, ripresi ad insaputa della vittima o tramite un inganno. Tutto questo sfruttando le caratteristiche dei social network, come la possibilità di commentare i contenuti, di inviare un messaggio o un’immagine a moltissime persone simultaneamente, e di regolare a piacere la visibilità di un contenuto o di un gruppo di discussione, potendo ad esempio tenere la vittima all’oscuro di tutto  o metterla a parte per ferirla di una quantità enorme di discorsi e immagini umilianti prodotti sul suo conto.
Queste sono purtroppo solo alcune delle possibilità aperte da un cattivo utilizzo delle tecnologie. Tre sono i principali fattori che rendono il cyberbullismo molto più pericoloso del bullismo tradizionale: la maggiore difficoltà di accorgersi dell’accaduto, soprattutto da parte di adulti poco avvezzi alle nuove tecnologie; la facilità con cui le sue conseguenze possono sfuggire di mano agli stessi perpetratori e assumere proporzioni esponenziali tramite la diffusione su Internet; l’assenza di limiti spazio-temporali, che rendono l’esperienza del bullismo pervasiva e costante nella vita della vittima. L’incubo non finisce all’uscita da scuola, i commenti maligni tengono svegli a tarda notte con continui trilli del cellulare, e le risate di scherno non provengono da una decina di compagni ma, almeno nella percezione delle persone coinvolte, potenzialmente dal mondo intero.
Il cyberbullismo è più diffuso tra gli adolescenti, ma un accesso sempre più precoce a smartphone, tablet e Internet anticipa di conseguenza l’insorgenza del fenomeno, ormai anche alle scuole elementari.

Come abbiamo visto, il bullismo è un problema più grave e più complesso di quanto sovente si pensa.
Chi ne è vittima dovrebbe poter contare su qualcuno a cui chiedere aiuto, con la certezza di essere preso sul serio e con la consapevolezza che tutti gli atti menzionati fin qui, se commessi da una persona maggiorenne, sono punibili penalmente.
Chi ne è stato vittima non dovrebbe negare le conseguenze che il bullismo può aver avuto sulla sua personalità, sul suo modo di essere, sulla sua idea di sé stesso e della vita, ma anzi può affrontarle per poter riconnettere insieme tutte le pagine della propria storia, anche quelle dolorose, e finalmente sfogliare in avanti il libro verso pagine ancora da scrivere.
Chi ne è testimone come coetaneo, compagno di classe o di squadra, anche se non è lui o lei a picchiare, minacciare o pubblicare fotomontaggi, dovrebbe sentirsi non colpevole, ma responsabile della situazione e della possibilità di cambiarla.
Chi ne è testimone come adulto, dovrebbe avere il coraggio del proprio ruolo sapendo che ne va dell’integrità emotiva, fisica e potenzialmente anche della vita di un figlio, di un alunno o di un ragazzo che magari ha per lui fiducia e stima.

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