II – MA COME FANNO LE OSTRICHE? – SUPERARE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

Come abbiamo visto nel precedente articolo, per superare un trauma abbiamo bisogno innanzitutto di dare parola a questa esperienza, di vederla riconosciuta da qualcun altro.

Abbiamo anche bisogno di integrare l’esperienza all’interno del più ampio tessuto della nostra psiche, che comprende anche esperienze di sicurezza, positività, benessere, padronanza e relazione sana.

Il lavoro che dobbiamo fare è simile a ciò che fa l’ostrica quando viene invasa da un sassolino: non potendo espellerlo, lo circonda con qualcosa di buono e forte che proviene da se stessa, ci lavora intorno fino a renderlo tondo e liscio in modo che possa restare dentro di lei senza farle male, ottenendo come risultato qualcosa di prezioso e unico, una perla.

Non a caso, forse, secondo le formalità del galateo le perle sono l’unico tipo di gioiello “consentito” durante il periodo del lutto: nella loro bellezza evocano un’immagine di tristezza, di fatica, ma anche di grande forza e resistenza alle avversità.

Viviamo qualche tipo di esperienza negativa o difficile, ci troviamo qualche “sassolino nella scarpa” pressoché ogni giorno: talvolta neppure ci accorgiamo di quanto lavoro da ostriche la nostra psiche compia, e di quante perle vi siano dentro di noi grazie al fatto che riusciamo ad affrontare le avversità della vita.

Purtroppo però, di fronte ad un’esperienza traumatica, spesso anche le naturali forze equilibratrici e guaritrici che vivono all’interno della psiche possono non essere sufficienti, un po’ come gli anticorpi di fronte ad un agente patogeno così forte da farci ammalare.

Ecco allora che si presentano incubi, risvegli notturni terrificanti, difficoltà del sonno, ricordi intrusivi e flashback che riportano al momento più angosciante. Le attività quotidiane e le interazioni personali appaiono piene di pericoli, perché innumerevoli stimoli ricordano l’esperienza traumatica e provocano reazioni incontrollabili di paura, di ritiro o di rabbia. Si rischia allora di sviluppare una tendenza ad evitare attività, luoghi, persone e situazioni per non incontrare quei ricordi. In questo modo la vita di una persona va incontro ad un generale impoverimento, si perde anche lo slancio verso il futuro, e si sente crescere un senso di perdita, inutilità, svuotamento e tristezza che può diventare una vera e propria depressione. Ed in tutto questo, a volte sembra che gli altri non capiscano le nostre difficoltà, i nostri bisogni e le limitazioni che il trauma comporta.

La saggezza popolare dice che il tempo guarisce ogni ferita: almeno in parte, fortunatamente, questo è vero. Ma a quale prezzo?

Per quanto tempo dovremo rinunciare al nostro lavoro per la paura invincibile di salire in auto dopo un incidente stradale?

Quante possibili storie d’amore non inizieranno mai perché le percosse e le umiliazioni di chi diceva di “amarci troppo” hanno tramortito in noi il coraggio di affidarci all’altro?

Quante nuove esperienze ci negheremo a causa di una paura che appare insensata ai nostri stessi occhi?

Nessuno di noi merita tutto questo.

Non siamo costretti a restare raggomitolati immobili nell’attesa che la tempesta passi.

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Ecco allora che può entrare in gioco l’aiuto della psicoterapia: se come abbiamo visto, per il superamento di un trauma è essenziale dare voce all’esperienza ed elaborarla, un percorso con uno psicologo può essere un importante aiuto.

Un percorso psicoterapeutico, però, richiede spesso tempi lunghi. Un dolore che si trascina da tempo, magari da anni, può rendere meno pronti ad accettare di partire per un lungo viaggio, per quanto desiderata sia la meta del benessere da ritrovare.

Le energie necessarie a compiere questo percorso sono bloccate, cooptate dagli ingenti investimenti in “armamenti da difesa” che il trauma ha reso necessari alla sopravvivenza. Come si può allora liberarle affinché siano di nuovo a nostra disposizione?

Esiste una tecnica di intervento molto rapida e intensa, la EMI, che sta per Eye Movement Integration, Integrazione attraverso i movimenti oculari.

Presenta similitudini e differenze rispetto alla EMDR, più nota in Italia. In particolare, la EMI consente una maggiore flessibilità, rendendola meglio applicabile a una più ampia varietà di situazioni.

In poche sedute di trattamento, indicativamente da una a meno di dieci a seconda dei casi, la EMI consente di modificare il ruolo che l’esperienza traumatica ha nella vita e nella psiche del paziente, in modi concreti e sostanziali, che portano a percepire nel giro di alcune settimane un evidente maggiore benessere.

L’esperienza traumatica non verrà dimenticata, né saranno eliminate le emozioni sane e appropriate ad essa associate: non si tratta, ad esempio, di portare una persona ad amare il partner o il genitore che le ha fatto violenza, oppure a diventare spavalda di fronte a tutto, perdendo quelle paure adeguate ad una ragionevole protezione di sé.

Ciò da cui il paziente si libera sono le limitazioni, i condizionamenti e le percezioni auto-distruttive legate al trauma, come fobie, aspetti depressivi, senso di colpa, vergogna e comportamenti evitanti che ostacolano la sua vita e la sua progettualità.

Volendo metaforicamente immaginare il trauma come un numero 3 inscritto nelle mente e nel corpo, la EMI non può cancellarlo dalla memoria, ma può aggiungerci qualcosa: il 3 si trasforma in un 8, cambiando completamente significato e posto nell’ordine delle cose.

Il ricordo dell’esperienza traumatica apparirà allora meno carico emotivamente, meno disturbante, più gestibile e collocabile, e le sue conseguenze meno imponenti, come un bagaglio dapprima ingombrante che andrà occupando sempre meno spazio, fino a non costituire più un peso così gravoso da affaticare o rallentare il cammino.

La EMI, come qualsiasi altra tecnica, non è la panacea per tutti i mali, un trucchetto quasi magico o paranormale che fa sparire ogni problema, una pillola alla Matrix: non fa che ri-attivare e potenziare quelle forze interiori che tutti possediamo, e che naturalmente ci guidano verso l’equilibrio, il benessere, la spontaneità e la creatività.

Molto spesso, il trattamento EMI è solo l’inizio oppure un passaggio intermedio di un percorso più ampio che comprende una psicoterapia, esattamente come alla guarigione da una malattia che ha a lungo impedito al paziente di camminare deve seguire una paziente riabilitazione fisioterapica.

La EMI libera energie, risorse psichiche, desiderio, che restano così a disposizione della nostra vita, delle nostre relazioni e dei nostri progetti: scegliere cosa farne, sarà una nuova storia.

Una considerazione finale che esula un po’ dalla tematica psicologica, ma mi sembra doveroso fare. Non siamo ostriche: ci sono sassolini provenienti dal passato che non possiamo più espellere dalla nostra memoria, ma ci sono sassolini del presente che possiamo estromettere dalla nostra vita e sassolini del futuro da cui possiamo evitare di farci invadere.

Se la fonte del nostro dolore è nella situazione attuale, non siamo tenuti ad adattarci, ma possiamo cambiarla, sia essa una relazione sentimentale, un posto di lavoro, un’abitudine, una convinzione o uno stile di vita.

Allo stesso modo, le nuove consapevolezze maturate grazie al percorso EMI possono aiutarci a prendere per il futuro decisioni migliori, più autenticamente nostre, non condizionate dall’onda lunga dell’esperienza traumatica.

Anche per quanto riguarda i sassolini delle esperienze passate, non poterli espellere dal ricordo non significa che il cambiamento del loro posto nella nostra vita non possa essere così radicale da cercare, eventualmente e se lo sentiamo pertinente, riscatto e giustizia anche in termini legali. I reati contro la persona, tra cui l’abuso e il maltrattamento, non cadono mai in proscrizione. Molte persone sentono che una denuncia e un percorso giuridico possano essere utili e importanti per chiudere il cerchio rimasto spezzato: queste non dovrebbero mai lasciarsi scoraggiare, tanto meno dalla paura del giudizio degli altri.

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