IL CORAGGIO DI ESSERCI, OVVERO DEL NOSTRO STRANO RAPPORTO COL DOLORE

Mi occupo della sofferenza psichica e mi interessano i social network: mi trovo spesso, quindi, a riflettere sulle narrazioni che i social network, e i media in generale, offrono del dolore, del disagio psicologico e delle relazioni problematiche.

Spoiler alert: in questo articolo salterò di palo in frasca e il filo che tiene insieme l’intero discorso sarà piuttosto lungo.

E’ impossibile non notare come nella nostra società ci sia spesso una tendenza a patologizzare ogni problema, a fare di ogni difficoltà una “malattia”, non solo in ambito psicologico. E ogni malattia, si sa, ha una cura.

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Qualcosa di simile in ambito psicologico avviene, ad esempio, con i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) dei bambini: sono sempre esistiti bambini che facevano più fatica di altri ad imparare a leggere, scrivere, calcolare o semplicemente stare seduti e attenti, ma da un decennio o poco più improvvisamente sembra non esserci una sola classe senza bambini dislessici, disgrafici, discalculici e con disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, il tanto discusso ADHD.

La sproporzione tra l’incidenza percentuale “teorica” di questi disturbi e la frequenza con cui vengono sovra-diagnosticati è impressionante.

Ovviamente, una volta fatta la diagnosi, arriva la cura: facilitazioni, strumenti compensatori, differenze nelle modalità di valutazione dell’allievo, tutte cose che da un lato aiutano il bambino con difficoltà a progredire nell’apprendimento, dall’altro sottolineano e rischiano di amplificare il divario tra lui e gli altri, con potenziali conseguenze negative sul piano psicologico e relazionale.

Non sto dicendo che i DSA e l’ADHD non esistano, ma credo che molto spesso vengano confusi con qualcosa che rientra nella variabilità dei tempi, dei modi e delle forme di ognuno, di ogni mente meravigliosa anche e soprattutto perché unica e irripetibile.

Questo, purtroppo, mal si concilia con le esigenze della scuola, dove ci si aspetta che tutti raggiungano gli stessi obiettivi nello stesso quadrimestre e che bambini di sei anni che spesso non hanno ricevuto alcuna disciplina fino all’estate precedente all’improvviso stiano seduti, fermi e zitti per ore. E’ possibile una scuola diversa? Non ambisco ad affrontare un tema così elevato, più filosofico che psicologico.

Questo era solo un esempio dei tanti ambiti in cui un momento di difficoltà, o semplicemente un fattore di variabilità individuale, viene reificato in un problema o peggio trasformato in una malattia.

Ma perché allora, nelle narrazioni che i social network, e i media in generale, offrono del dolore, del disagio psicologico e delle relazioni problematiche si assiste molte altre volte a una indebita normalizzazione, minimizzazione e banalizzazione?

Talvolta si intravede addirittura una esaltazione estetica di alcune espressioni di disagio, come ad esempio l’autolesionismo raffigurato in immagini artefatte, dai toni romantici ed edulcorati.

Il bullismo e il cyberbullismo sono fenomeni multiformi, estremamente diffusi nei gruppi istituzionali di bambini e adolescenti (scuola, sport, oratorio…), e sono alla base purtroppo anche di casi di suicidio in giovanissima età. Sono costellati non solo da dinamiche di gruppo disfunzionali, ma anche di aspetti sociologici come il razzismo, l’omofobia, il classismo e altre forme di discriminazione e di violenza.

Nonostante tutto ciò, troppo spesso il bullismo e il cyberbullismo vengono ancora etichettati come “ragazzate”, cose normali che si devono risolvere da sole, o peggio, come qualcosa di giusto e utile per regolare le relazioni tra bambini e per dare alle vittime un’occasione per “imparare a farsi valere”, “comportarsi in modo più normale” e “non lasciarsi mettere i piedi in testa”. In una parola, “sani” inviti a interiorizzare una cultura di gruppo basata sulla violenza, sull’omologazione e sulla competizione, rivolti a chi disgraziatamente avesse altre aspettative, magari di essere rispettato e accettato nella sua unicità.

A partire dall’infanzia fino alla giovane età adulta passando per l’adolescenza, un disagio emotivo e relazionale può esprimersi attraverso una tendenza a isolarsi in casa e un rifiuto delle attività che possono far parte del percorso di una persona in questa fase della vita, che si tratti della scuola, dell’università o della ricerca e mantenimento di un lavoro, finendo per restare a casa senza portare avanti alcuna progettualità.

Queste forme di disagio in età infantile, adolescenziale e in giovane età adulta si accompagnano spesso alle dipendenze comportamentali, tra cui la cosiddetta “dipendenza da internet”, che comprende un abuso e un uso eccessivo di social network, videogiochi, gioco online (d’azzardo e non), “abbuffate” di serie TV online: un isolamento in un mondo di fantasia investito di tutta l’importanza, la gratificazione, l’impegno, gli affetti e la dedizione che il ragazzino, l’adolescente o il giovane non riesce a dare e ricevere nel suo mondo sociale.

Di fronte ad un ragazzo che passa le giornate a dormire e le notti a giocare con i videogiochi, o ad una ragazza che sembra non avere altra passione al di fuori della serie cult del momento, né legami oltre a quelli fantasticati con i suoi personaggi, spesso la reazione è quella, per così dire, di guardare il dito che indica la luna anziché guardare la luna.

Ecco quindi che quei ragazzi diventano “pigri”, “svogliati”, “mammoni”, “incapaci di darsi da fare nella vita”… proprio come era etichettato il bambino di trent’anni fa che ancora confondeva le lettere tra loro in quarta elementare, e magari dislessico lo era veramente!

Il dito, ovviamente, è quello “starsene sempre tappati in casa incollati al tablet”, la luna è il complesso disagio con se stessi e con gli altri a cui ho accennato prima.

La situazione è davvero complessa: c’è una dipendenza non riconosciuta, c’è un’autostima insufficiente, ci sono aspetti sociologici quali i limiti del sistema scolastico, la cultura della competitività e dell’apparire, le oggettive difficoltà dell’attuale mercato del lavoro italiano, una formazione universitaria spesso distante dalla realtà, ci sono dinamiche relazionali disfunzionali in famiglia e/o nel gruppo dei pari, magari c’entra anche il bullismo cui ho accennato prima. Ecco, forse allora è più facile contare le ore passate a giocare online o le puntate della serie guardate in una sola notte, perché alzare lo sguardo su tutta quella complessità spaventa.chair-3209341_1280

Oltre alla paura della complessità, credo vi sia un altro fattore alla base della normalizzazione, della banalizzazione e del non riconoscimento di alcune forme di sofferenza psicologica: la sopravvivenza, pur nella società contemporanea, di ancestrali residui di una cultura e di una spiritualità che magnificano la sofferenza come prova di forza e adeguatezza, e allo stesso tempo la colpevolizzano come prova di debolezza.

Penso, ad esempio, al mancato riconoscimento di alcune forme di sofferenza (psichica e non) delle donne: l’endometriosi è drammaticamente sotto-diagnosticata e troppo spesso etichettata come “normale dolore da ciclo mestruale” che “una vera donna” deve solo sopportare, ignorando le pesanti conseguenze dell’endometriosi sulla salute e sulla fertilità.

Allo stesso modo, la depressione post-partum è spesso trascurata.

Talvolta essa viene narrata, non senza una punta di paternalismo e ipocrisia, come “normale”, aiutando da un lato le donne a non sentirsi sole di fronte a quell’inondazione di tristezza e brutti pensieri che le travolge, ma contribuendo dall’altro a sottovalutarne l’importanza.

Altre volte, ed è peggio, è ancora trattata come un tabù: sembra impensabile che una neo-mamma provi qualcosa che non sia la più pura felicità in quello che “dovrebbe” essere il momento più bello della sua vita.

“Ma come, vorrebbe dormire e si sente affaticata? Ha voluto la bicicletta e ora pedala!”

“Ha bisogno di supporto? Glie lo dico io come deve fare a crescere suo figlio visto che lei non è capace, ma guarda un po’, lei vuole fare di testa sua e rifiuta il mio aiuto!”

“Non riesce a stare dietro al neonato, al bucato, alla cucina, alle pulizie e magari a uno o più figli maggiori? Ma se sta a casa tutto il giorno!”

Per non parlare del caso in cui lei non stia a casa tutto il giorno, ma sia più o meno costretta ad un rientro al lavoro più o meno precoce, con tutta la complessa varietà di implicazioni che il rapporto tra maternità e lavoro può comportare. Credo che un tema così articolato meriterà un articolo a parte.

No, piangere tutti i giorni, pensare a farsi del male, pentirsi di essere diventata mamma o urlare contro il neonato durante i suoi primi mesi di vita non è normale, ma non è nemmeno strano, e soprattutto non è una colpa né un segno che una donna non sia all’altezza della maternità.

E’ piuttosto un segno di una grande sofferenza endemica della nostra società, dove commentare (online e non) è sempre più facile ma ascoltare è sempre più difficile; dove il congedo di maternità dura la metà dell’allattamento raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, e quello di paternità nel tempo di nominarlo è già trascorso; dove siamo sempre connessi ma sempre più soli ognuno nelle proprie abitudini; dove tra un po’ per suonare un campanello sarà necessario firmare l’informativa sulla privacy, ma se non pubblichi la cronaca fotografica quotidiana della tua maternità dalla prima ecografia alla prima comunione sembra che tu non sia una madre felice, presente e innamorata della tua creatura (e se lo fai ci si aspetta che tu appaia in perfetta forma, ben vestita e con trucco e parrucco degno di Kate Middleton).

Le neo-mamme hanno bisogno di compagnia, ascolto, rispetto, riconoscimento e sostegno nelle piccole cose, prima di tutto dai loro compagni e dalla loro famiglia, ma anche dalla società intera. Non un riconoscimento che si misura dai “like” a una foto, né un sostegno che si possa esprimere in un commento ad un post: una vicinanza reale, non giudicante e rassicurante.

Tutte cose da cui una retorica che normalizza alcune forme di sofferenza e allo stesso tempo le stigmatizza come prova di indegnità esonera lo spettatore.

In conclusione, per relazionarsi a qualcuno che soffre ci vuole coraggio. Il coraggio di tollerare la complessità, di non cercare scorciatoie, di ascoltare prima di parlare, di guardare dietro le apparenze. Il coraggio di mettersi davvero nei panni dell’altro, o nelle sue scarpe come dice un proverbio dei nativi americani, e provare a camminarci. In una parola, il coraggio di esserci.

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