Navigatori dentro l’anima

Nella maggior parte dei percorsi terapeutici con i miei pazienti, se non in tutti, il rapporto con la famiglia diventa uno dei temi centrali. 

I messaggi, i modelli, le convinzioni profonde su noi stessi e sul mondo appresi dalle prime persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino e che si sono prese (più o meno bene) cura di noi. 

Il ruolo assegnato ad ognuno nella narrazione della storia famigliare (l’eterna piccolina, colui che farà strada, l’erede dell’azienda di papà, il tappabuchi, il buono a nulla…), e l’eventuale discrepanza percepita rispetto ad esso. 

I valori, gli insegnamenti, le eredità morali e affettive che tutti riceviamo da chi ci precede. 

I legami speciali, spesso inconsapevoli e sotterranei, che si creano con uno dei nostri antenati o anche solo con il ricordo che ce ne viene trasmesso. 

Le esperienze indicibili, inespresse dei nostri antenati che ci condizionano sotto forma di tabù, paure, compulsioni o sintomi psicosomatici. 

Il dramma, squisitamente e universalmente umano, di trovare noi stessi e la nostra autentica strada in un inevitabile dialogo con la storia da cui veniamo e nella quale confluiremo, e la grande domanda: cos’è, se esiste, la libertà?

Ma è agosto, molti di voi sono al mare e i restanti vorrebbero esserlo, ne sono appena tornati o stanno per andarci, quindi come posso trattare un tema così pesante? Semplice, attraverso un film ambientato sul mare cristallino di un’idilliaca isola tropicale in cui la gente vive cantando, raccogliendo noci di cocco e indossando collane di fiori!

Oceania è per me uno dei migliori lavori della Disney, se non il migliore. 

Siamo sull’isola di Motunui in Polinesia, dove una piccola tribù vive una vita semplice, armoniosa e serena, tramandando le storie degli antenati e pescando nelle acque basse intorno alle spiagge. C’è una sola regola, che peraltro nessuno sembra lontanamente intenzionato ad infrangere: mai avventurarsi oltre la barriera corallina. 

Vaiana è l’unica figlia del capo tribù (ma questo, ci tiene a sottolinearlo, non fa di lei una “principessa”), solare, generosa, coraggiosa… c’è un solo problema: fin da piccola, la futura capotribù è ossessionata dal mare e dalla navigazione, cosa che le attira le preoccupazioni e la disapprovazione del padre. 

Questi un giorno la conduce nel luogo più sacro dell’isola: un ripido promontorio sulla cima del quale ogni capo (lui, suo padre, il padre di suo padre e tutti gli altri prima di loro) ha depositato una pietra piatta a formare, generazione dopo generazione, una pila che eleva l’isola verso il cielo. Un giorno, afferma perentorio, anche lei dovrà depositare la sua pietra. Questa immagine trasmette bene il peso che le aspettative famigliari e la missione transgenerazionale possono rappresentare per un individuo

L’unica che sembra condividere con Vaiana l’amore per il mare è la nonna, che tutti credono pazza per la sua abitudine di danzare con le mante nell’acqua bassa. Tra le due c’è un rapporto speciale, quella che definiremmo una forte lealtà transgenerazionale. 

Vaiana cresce dibattuta nel conflitto tra seguire la sua viscerale curiosità per la navigazione, o accettare il suo posto di comando nella tribù che mai e poi mai esplorerebbe il mondo al di fuori dell’isola. “In me c’è una figlia premurosa, ma vorrei più di ogni cosa avere la libertà” canta Vaiana, e “Mi saprò adattare se mi impegnerò, ma la voce dentro che grida No cresce forte in me”.

Qualcosa arriva però a rompere al contempo l’equilibrio precario nel cuore di Vaiana e l’immobilità apparentemente idilliaca della vita sull’isola: una carestia. Le palme da cocco danno frutti malati e i pescatori tornano a riva a mani vuote.

Vaiana propone di rivoluzionare i metodi di pesca cercando il pesce oltre la barriera corallina, ma suo padre la redarguisce pesantemente, con grande imbarazzo dei giovani pescatori presenti. 

Dopo questo ennesimo litigio tra i due, la madre rivela a Vaiana il motivo per cui il padre è così ferreo nell’affermare il divieto di superare la barriera corallina: da adolescente, anche lui era inquieto e curioso come lei, e anche lui tentò di avventurarsi nell’oceano, ma fece naufragio e perse così il suo migliore amico, che aveva voluto accompagnarlo. Impariamo con questo una caratteristica importante comune a molti mandati transgenerazionali, soprattutto imposizioni o divieti: hanno origine da un’esperienza traumatica, e vengono trasmessi ai discendenti come disperato tentativo di protezione da qualcosa che però non riguarda loro.

Il padre di Vaiana non è un mostro o un “cattivo” padre da demonizzare, un “problema” di cui Vaiana dovrebbe solo sbarazzarsi: è un essere umano che sta facendo del suo meglio, come tutti noi.

Sembra proprio che a Motunui si stia avverando l’incubo narrato dalla leggenda che la nonna ha sempre amato ripetere ai bambini dell’isola: mille anni prima il semidio Maui ha rubato il cuore di Te Fiti, la dea della Vita, per appropriarsi così del potere della creazione. Questo ha risvegliato la tremenda dea del vulcano Te Ka, anche lei determinata a impossessarsi del cuore. Nella lotta tra i due si sono perse le tracce sia di Maui che del cuore di Te Fiti, mentre nel dilagare dell’ira di Te Ka e nel sonno mortale di Te Fiti la vita si prosciuga e le sue forme si deteriorano isola dopo isola. Un giorno, però, sorgerà un eroe scelto dall’oceano, che ritroverà Maui, lo condurrà all’isola di Te Fiti e lo costringerà a riparare al male, restituirle il cuore e ripristinare la generosità della natura. Nessuno a parte la nonna sembra però prendere sul serio questa storia. 

L’inquietudine di Vaiana, il suo conflitto interiore è simile a quello che vive talvolta colui o colei che definiamo il “paziente designato”: un sistema famigliare più o meno disfunzionale si costruisce una parvenza di equilibrio “delegando” il malessere ad uno solo dei suoi membri, a cui viene assegnato il ruolo dell’elemento problematico, ribelle o inadatto. Questo membro, nella vita reale, è spesso colui o colei che più probabilmente si recherà in terapia, ma è anche colui o colei che ha in sé le potenzialità per rompere la catena di ripetizione transgenerazionale che dà luogo al malessere e cambiare il corso della storia.

Vaiana rompe gli indugi e tenta di superare il reef con una piccola barca da pesca, ma naufraga e torna a riva ferita e apparentemente decisa ad abbandonare ogni velleità di navigare.

A trovarla è la nonna, che la conduce all’ingresso di una grotta sbarrato con pietre e coperto di foglie: “Ti hanno raccontato tutte le storie del tuo popolo, a parte una…” In molte famiglie c’è un tabù, un non detto, una trasgressione, un segreto che va scoperto e finalmente espresso per poter sbloccare energie trasformative sino ad allora bloccate e risolvere il problema attuale.

“Entra, e batti il tamburo” indica la nonna a Vaiana. Batti il tamburo, fai sentire la tua voce, poni(ti) la domanda che ti pulsa dentro, e troverai risposta.

Nella grotta, Vaiana trova decine di imbarcazioni grandi e piccole, e ha una visione degli antenati della tribù, esperti navigatori che hanno esplorato le isole dell’oceano. 

“Eravamo navigatori!” Vaiana esce dalla grotta euforica, e domanda alla nonna perché a un certo punto la tribù abbia smesso di navigare: si tratta di nuovo di Te Ka, la cui ira ha reso il mare burrascoso e popolato di mostri. Dopo che alcune barche non fecero mai più ritorno, per proteggere la vita del loro popolo i capi di allora proibirono la navigazione e occultarono le barche rimaste. Ecco di nuovo all’opera il trauma nella genesi dei tabù transgenerazionali: proteggere la sopravvivenza da una sofferenza troppo grande patita in passato diventa la priorità, anche a costo di rinunciare ad importanti parti di sé e della propria identità.

Ora Vaiana è pronta per accettare se stessa: è lei l’eroe scelto dall’oceano (simbolo per eccellenza dell’inconscio e del profondo) per salvare ogni cosa. La nonna le consegna la piccola pietra verde, il cuore di Te Fiti, che ha conservato per tanti anni dal giorno in cui la nipote, piccolissima, ha visto l’acqua dell’oceano prendere vita davanti a lei e consegnarle il cuore, ma l’ha smarrito in acqua poco dopo e crescendo ha poi archiviato l’episodio come un sogno. Effettivamente i sogni, soprattutto quelli ricorrenti, in molti casi sono depositari di profonde verità su noi stessi, sulla nostra identità e sulla nostra storia.

Vaiana è ormai certa di aver trovato la soluzione alla carestia che affligge l’isola: superare il reef con le barche rinvenute, trovare Maui e condurlo a restituire il cuore di Te Fiti e risvegliare la dea della vita! La ragazza si precipita euforica nella grande capanna dove tutto il villaggio sta tenendo consiglio con il capo suo padre e rivela a tutti ciò che ha scoperto.

Il padre, furibondo come mai prima, si avvia deciso a bruciare le barche una volta per tutte, ma nel tragitto trovano il bastone della nonna a terra: l’anziana donna si è sentita male, è in fin di vita ed entrambi si precipitano al suo capezzale.

Con le sue ultime forze, la nonna consegna a Vaiana la collana con un pendente fatto per contenere il cuore di Te Fiti e le intima di partire immediatamente, rassicurandola: “ovunque andrai, io sarò con te”. E’ esperienza comune che alcuni oggetti possono caricarsi di forti significati, quasi di un’anima in rapporto ad una persona cara, fungendo da oggetto transizionale che aiuta nella separazione e nella perdita.

Vaiana parte su una delle barche trovate nella grotta, cantando “è una scelta soltanto mia, da te stessa non puoi fuggire via”. 

Poco dopo, in una delicata metafora, dal mare vede spegnersi le luci della capanna della nonna, e una gigantesca manta identica al suo tatuaggio nuota luminosa sotto la barca per accompagnarla tra le onde alte in corrispondenza della barriera corallina, il limite da superare per iniziare il viaggio che ci accomuna tutti e ci rende tutti eroi della nostra personale storia: il percorso di individuazione, la ricerca del senso della nostra vita.

“Io sono Vaiana di Motunui! Tu salirai sulla mia barca, navigherai l’oceano e restituirai il cuore di Te Fiti!” durante il viaggio la ragazza prova e riprova il discorso che la nonna le ha consigliato di rivolgere al semidio Maui quando lo troverà. Già, ma chi è davvero Vaiana di Motunui?

Questo Vaiana lo scoprirà, e lo dimostrerà, solo attraverso il viaggio che tra mille peripezie porterà lei e Maui di fronte all’enorme demone di lava Te Ka, ultimo limite da superare per arrivare all’isola di Te Fiti e salvare il mondo.

Nella lotta con la dea del vulcano Vaiana e Maui hanno la peggio: sopravvivono, ma Maui, adirato, abbandona Vaiana e la missione.

La ragazza, estremamente addolorata e rassegnata a rinunciare, supplica l’oceano di riprendersi il cuore di Te Fiti e di scegliere un altro eroe. Mentre guarda la piccola pietra verde affondare, proprio nel momento di più profonda difficoltà e solitudine, le appare nuovamente lo spirito della nonna, questa volta in forma umana. 

La nonna le offre la sola materia prima di cui abbiamo bisogno per nutrire le forze necessarie a realizzare il cammino dell’individuazione: amore incondizionato.

Le chiede perdono per aver posto il peso di un’eccessiva responsabilità sulle sue spalle, le fa notare che ha comunque dimostrato un grande coraggio e le assicura che non è obbligata a proseguire, e se desidera tornare indietro le sarà vicina. Le parole che le canta esprimono l’essenza della libertà di essere se stessi: “Le cicatrici che avrai ti guideranno dovunque tu sarai. Ti cambiano le persone che viaggiano al tuo fianco, ma tu hai una voce dentro, e quella voce vale tanto! Può rivelarti solo il tuo cuore chi tu sia.”

Appaiono nuovamente a Vaiana le navi degli antenati esploratori, e lo spirito dell’antico capo tribù nel farle un cenno di saluto le fa notare che il pendente contenente il cuore di Te Fiti era un tempo appartenuto a lui.

La nostra essenza, il senso della nostra vita affonda le radici nella nostra storia transgenerazionale, in un continuo dialogo tra irripetibile individualità e trascendenza sovra-personale, tra libertà e destino come facce di una stessa medaglia.

Nel nostro cammino di individuazione, esploriamo il mondo intero per ritornare al centro di noi stessi, ci avventuriamo nelle nostre profondità interiori per ritrovarvi l’umanità intera, guidati da una forza che è tutta nostra. Le parole che l’antico capo tribù canta mentre dirige la sua nave esprimono con un’immagine più potente di tante dissertazioni l’essenza del cammino di individuazione: “Navigatori dentro l’anima, però la strada che ci porta sempre a casa è scritta in noi”.

Ispirata da queste visioni, Vaiana si tuffa in acqua per recuperare la pietra cantando “io so ormai chi è Vaiana!”: anche senza Maui, è decisa a restituire lei stessa il cuore di Te Fiti.

Gli ultimi minuti del film riservano ancora uno dei più bei colpi di scena cinematografici a mia memoria, e non voglio rovinarvelo.

Il messaggio che ne emerge riguarda il grande potere della riparazione. Non possiamo cambiare il passato, ma c’è sempre qualcosa che possiamo fare, dentro o fuori di noi, per riparare ad esso, per ricucire la ferita, rimediare a un’ingiustizia, riportare l’equilibrio e sprigionare la Vita.

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