TORNEREMO AD ABBRACCIARCI – PARTE I – IL BALLO COME FORMA DI RESILIENZA PSICO-SOCIALE

In questo periodo di isolamento forzato, che molti di noi vivono con tristezza, frustrazione e paura, voglio scrivere di qualcosa che possa trasmettere vitalità, vicinanza, speranza, eros nel senso più ampio del termine. Qualcosa di volutamente leggero ma non banale: il ballo.

Il ballo non è, e non è mai stato, “solo” un divertimento.

Fin dai tempi antichi, il ballo ha sempre avuto un ruolo importante a livello psicosociale in moltissime culture e società e in infinite forme diverse, dai raffinati valzer viennesi alle esplosive danze africane, dal picchiettio serrato del lavoro di piedi delle danze irlandesi al luccichio di gonne colorate delle danze mediorientali.

Di certo il ballo di coppia è da sempre la via maestra per canalizzare la sessualità, il corteggiamento e il desiderio erotico entro forme di espressione simboliche, codificate, socialmente accettabili e soggette allo sguardo collettivo in luoghi e contesti pubblici, come feste e ricorrenze: un modo, quindi, per controllare senza reprimerla questa forza dirompente insita nell’umanità. Diverse culture hanno raggiunto questo scopo in forme diverse ma ugualmente coinvolgenti, dall’intimo abbraccio della kizomba al solo contatto occhi negli occhi della boreia occitana.

Ma c’è anche di più.

Storicamente, molti balli nascono in contesti di crisi e difficoltà, in gruppi sociali oppressi e discriminati, quasi sempre “fuori luogo”: migranti, schiavi, deportati, rifugiati. Il ballo si fa strumento di riscatto culturale o anche di ribellione, in senso ampio, politica. Farò un esempio.

Nell’eredità di una delle più immani ingiustizie nella storia dell’umanità, la tratta di schiavi dall’Africa occidentale alle Americhe e il successivo periodo di segregazione razziale, nasce lo swing: molto più di un ballo o di una famiglia di balli, lo swing è stato il movimento culturale e di costume che ha dato il via all’integrazione tra bianchi e neri negli Stati Uniti d’America.

Il nome stesso, swing, rimanda all’idea che l’accento ritmico possa spostarsi dalla posizione “forte” o battente, a quella “debole” o levante: una rivincita in musica.

Il ballo swing per eccellenza, il lindy hop, nacque ed ebbe il suo primo periodo d’oro ad Harlem tra gli anni ‘20 e ‘40 del Novecento. E il secondo periodo d’oro? Per trovare risposta andate ora, appena si potrà farlo, nelle scuole di ballo e nei locali di Torino, Milano o Roma.

Uno dei più iconici tra i passi di lindy hop ne racchiude forse l’essenza. Fu inventato da due leggende del ballo, Frankie Manning e Frieda Washington. I due si danno le spalle, i gomiti si allacciano, con una perfetta sinergia di forze l’uomo si china in avanti mentre la donna rotola all’indietro sulla schiena, vi resta per un momento e prosegue il suo mirabolante arco, incredibilmente completa il cerchio e atterra con un balzo di fronte a lui, pronti per continuare a danzare.

La portata simbolica di questa acrobazia va ben oltre il semplice stupore o ilarità che poteva suscitare nello spettatore.

Frankie e Frieda erano afroamericani nati negli anni ‘10 del Novecento, la schiavitù era stata abolita nel 1865: forse i loro nonni erano nati schiavi. “Guardate queste caviglie che volano in alto, le vostre catene io non le porto più!” Sembrano gridare i piedi di Frieda che si agitano verso il cielo. “Guardate quanto peso posso portare e farmi rimbalzare addosso, lo stesso faccio con le fatiche e le umiliazioni che ci avete imposto per secoli!” Sembra dire la schiena di Frankie che accompagna come un tappeto elastico il salto dell’amica. Poi il movimento prosegue, tondo, fluido e leggero come solo l’armonia di due forze può essere: con un capovolgimento di corpi due ballerini hanno messo sottosopra gli squilibri del potere costituito. Addirittura? Sì. Mi spiego meglio.

Lo stile, i movimenti e lo spirito di questo ballo molto giocoso e divertente sembrano sbeffeggiare i balli sofisticati e impostati che si danzavano nelle ville dell’alta società bianca dell’epoca, presso le quali tra l’altro molti afroamericani lavoravano con mansioni umili.

Al razzismo e al senso di superiorità della buona società bianca che li trattava, se non più come oggetti di proprietà, certamente come esseri di serie B, gli afroamericani ballando il lindy hop rispondevano con ciò che ha sempre caratterizzato le minoranze etniche e sociali “vincenti”: ironia, autoironia, senso di unione e appartenenza, resilienza, capacità di trasformare i limiti in opportunità.

Il lindy hop affascinò a tal punto gli americani di ogni origine, colore e classe sociale da influenzare l’immaginario collettivo, la cultura popolare, i fenomeni di costume, l’allora giovanissimo cinema, e da portare bianchi e neri sulla stessa pista da ballo almeno 40 anni prima della completa abolizione delle leggi di segregazione razziale, diventando il primo prodotto culturale originale afroamericano ad entrare a far parte della cultura statunitense tout-court.

Per farla breve, i bianchi morivano dalla voglia di imparare un ballo inventato dai neri per prendere in giro i bianchi. E insieme si preparavano a dare scaccomatto alle disuguaglianze e ai pregiudizi.

Altre volte l’emarginato, il fuori luogo, il battito debole alla ricerca del suo accento siamo stati noi.

Il tango, oggi associato ad un’immagine di intensa sensualità e femminilità, in origine era molto distante da ciò: è nato nell’Ottocento tra i migranti originari dell’Italia settentrionale in Argentina, uomini soli la cui nostalgia, struggimento e senso di perdita si riflettono nelle sonorità e nei testi dei brani musicali.

Oggi sembra scandaloso che in un noto programma televisivo due uomini abbiano formato una coppia di ballerini per una stagione, ma alle sue origini il tango era danzato proprio da coppie di uomini, per divertimento, ma anche e soprattutto come modalità alternativa al duello per dirimere i litigi. Non a caso i movimenti ricordano a volte quelli di una lotta in cui l’uno tenta di dominare l’altro: l’aggressività e il conflitto vengono portati su un piano simbolico, dove nessuno si fa male sul serio.

Il tango, come lo swing, è stato un fenomeno culturale collettivo così dirompente da trasformarsi da forma espressiva di una nicchia sociale reietta ed emarginata, a pilastro di identità culturale di un’intera nazione, fino al riconoscimento UNESCO come patrimonio dell’umanità nel 2009.

Dove prima c’erano un “noi” e un “loro”, resta solo un “noi” più grande, più orgoglioso e con una storia in più da raccontare, non a parole, ma in movimenti, passi e musica.

Ma come si è arrivati da una sorta di accoltellamento danzato a quello che oggi per molti è il ballo della passione per antonomasia?

Amore e aggressività, odio e desiderio, bellezza e crudezza, vita e morte sono due facce della stessa medaglia, gli estremi legati da un filo in perpetua tensione, gli opposti che con la forza con cui cercano l’unione tengono insieme l’universo.

Il ballo, in definitiva, è un potente strumento di coesione psicologica e sociale.

Il ballo può contribuire a “curare” un’intera società dai suoi mali, ed a connettere tra loro gruppi sociali superando le disuguaglianze e i pregiudizi.

Al contempo, il ballo “cura”, nel senso che se ne prende cura, la psiche individuale e il legame tra le persone. “Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.”

Ringrazio Davide Rizzo per le notizie storiche sul lindy hop.

Alcuni link sconsigliati ai deboli di cuore:

– La scena più famosa del film Hellzapoppin’. L’acrobazia di cui ho parlato si può vedere intorno al minuto 2.10.

 

– Una scena del film Take the lead con Antonio Banderas, ispirato alla vera storia di Pierre Dulaine, maestro di ballo che ha portato il tango come metodo psicoeducativo nelle scuole dei quartieri più difficili di New York.

 

IL CORAGGIO DI ESSERCI, OVVERO DEL NOSTRO STRANO RAPPORTO COL DOLORE

Mi occupo della sofferenza psichica e mi interessano i social network: mi trovo spesso, quindi, a riflettere sulle narrazioni che i social network, e i media in generale, offrono del dolore, del disagio psicologico e delle relazioni problematiche.

Spoiler alert: in questo articolo salterò di palo in frasca e il filo che tiene insieme l’intero discorso sarà piuttosto lungo.

E’ impossibile non notare come nella nostra società ci sia spesso una tendenza a patologizzare ogni problema, a fare di ogni difficoltà una “malattia”, non solo in ambito psicologico. E ogni malattia, si sa, ha una cura.

Hai raffreddore, influenza, mal di gola? Non sia mai che tu accolga questi tollerabili e momentanei sintomi come un invito del tuo corpo a fermarti, prenderti del tempo per te e riposarti! Da oggi c’è Fluoactisparapower compresse masticabili, e sei subito produttivo, performante, allegro, pronto per tre riunioni di lavoro, la partita di calcetto, la recita scolastica dei tuoi figli, la pizzata del gruppo classe e la gara di arrampicata in notturna!

Qualcosa di simile in ambito psicologico avviene, ad esempio, con i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) dei bambini: sono sempre esistiti bambini che facevano più fatica di altri ad imparare a leggere, scrivere, calcolare o semplicemente stare seduti e attenti, ma da un decennio o poco più improvvisamente sembra non esserci una sola classe senza bambini dislessici, disgrafici, discalculici e con disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, il tanto discusso ADHD.

La sproporzione tra l’incidenza percentuale “teorica” di questi disturbi e la frequenza con cui vengono sovra-diagnosticati è impressionante.

Ovviamente, una volta fatta la diagnosi, arriva la cura: facilitazioni, strumenti compensatori, differenze nelle modalità di valutazione dell’allievo, tutte cose che da un lato aiutano il bambino con difficoltà a progredire nell’apprendimento, dall’altro sottolineano e rischiano di amplificare il divario tra lui e gli altri, con potenziali conseguenze negative sul piano psicologico e relazionale.

Non sto dicendo che i DSA e l’ADHD non esistano, ma credo che molto spesso vengano confusi con qualcosa che rientra nella variabilità dei tempi, dei modi e delle forme di ognuno, di ogni mente meravigliosa anche e soprattutto perché unica e irripetibile.

Questo, purtroppo, mal si concilia con le esigenze della scuola, dove ci si aspetta che tutti raggiungano gli stessi obiettivi nello stesso quadrimestre e che bambini di sei anni che spesso non hanno ricevuto alcuna disciplina fino all’estate precedente all’improvviso stiano seduti, fermi e zitti per ore. E’ possibile una scuola diversa? Non ambisco ad affrontare un tema così elevato, più filosofico che psicologico.

Questo era solo un esempio dei tanti ambiti in cui un momento di difficoltà, o semplicemente un fattore di variabilità individuale, viene reificato in un problema o peggio trasformato in una malattia.

Ma perché allora, nelle narrazioni che i social network, e i media in generale, offrono del dolore, del disagio psicologico e delle relazioni problematiche si assiste molte altre volte a una indebita normalizzazione, minimizzazione e banalizzazione?

Talvolta si intravede addirittura una esaltazione estetica di alcune espressioni di disagio, come ad esempio l’autolesionismo raffigurato in immagini artefatte, dai toni romantici ed edulcorati.

Il bullismo e il cyberbullismo sono fenomeni multiformi, estremamente diffusi nei gruppi istituzionali di bambini e adolescenti (scuola, sport, oratorio…), e sono alla base purtroppo anche di casi di suicidio in giovanissima età. Sono costellati non solo da dinamiche di gruppo disfunzionali, ma anche di aspetti sociologici come il razzismo, l’omofobia, il classismo e altre forme di discriminazione e di violenza.

Nonostante tutto ciò, troppo spesso il bullismo e il cyberbullismo vengono ancora etichettati come “ragazzate”, cose normali che si devono risolvere da sole, o peggio, come qualcosa di giusto e utile per regolare le relazioni tra bambini e per dare alle vittime un’occasione per “imparare a farsi valere”, “comportarsi in modo più normale” e “non lasciarsi mettere i piedi in testa”. In una parola, “sani” inviti a interiorizzare una cultura di gruppo basata sulla violenza, sull’omologazione e sulla competizione, rivolti a chi disgraziatamente avesse altre aspettative, magari di essere rispettato e accettato nella sua unicità.

A partire dall’infanzia fino alla giovane età adulta passando per l’adolescenza, un disagio emotivo e relazionale può esprimersi attraverso una tendenza a isolarsi in casa e un rifiuto delle attività che possono far parte del percorso di una persona in questa fase della vita, che si tratti della scuola, dell’università o della ricerca e mantenimento di un lavoro, finendo per restare a casa senza portare avanti alcuna progettualità.

Queste forme di disagio in età infantile, adolescenziale e in giovane età adulta si accompagnano spesso alle dipendenze comportamentali, tra cui la cosiddetta “dipendenza da internet”, che comprende un abuso e un uso eccessivo di social network, videogiochi, gioco online (d’azzardo e non), “abbuffate” di serie TV online: un isolamento in un mondo di fantasia investito di tutta l’importanza, la gratificazione, l’impegno, gli affetti e la dedizione che il ragazzino, l’adolescente o il giovane non riesce a dare e ricevere nel suo mondo sociale.

Di fronte ad un ragazzo che passa le giornate a dormire e le notti a giocare con i videogiochi, o ad una ragazza che sembra non avere altra passione al di fuori della serie cult del momento, né legami oltre a quelli fantasticati con i suoi personaggi, spesso la reazione è quella, per così dire, di guardare il dito che indica la luna anziché guardare la luna.

Ecco quindi che quei ragazzi diventano “pigri”, “svogliati”, “mammoni”, “incapaci di darsi da fare nella vita”… proprio come era etichettato il bambino di trent’anni fa che ancora confondeva le lettere tra loro in quarta elementare, e magari dislessico lo era veramente!

Il dito, ovviamente, è quello “starsene sempre tappati in casa incollati al tablet”, la luna è il complesso disagio con se stessi e con gli altri a cui ho accennato prima.

La situazione è davvero complessa: c’è una dipendenza non riconosciuta, c’è un’autostima insufficiente, ci sono aspetti sociologici quali i limiti del sistema scolastico, la cultura della competitività e dell’apparire, le oggettive difficoltà dell’attuale mercato del lavoro italiano, una formazione universitaria spesso distante dalla realtà, ci sono dinamiche relazionali disfunzionali in famiglia e/o nel gruppo dei pari, magari c’entra anche il bullismo cui ho accennato prima. Ecco, forse allora è più facile contare le ore passate a giocare online o le puntate della serie guardate in una sola notte, perché alzare lo sguardo su tutta quella complessità spaventa.chair-3209341_1280

Oltre alla paura della complessità, credo vi sia un altro fattore alla base della normalizzazione, della banalizzazione e del non riconoscimento di alcune forme di sofferenza psicologica: la sopravvivenza, pur nella società contemporanea, di ancestrali residui di una cultura e di una spiritualità che magnificano la sofferenza come prova di forza e adeguatezza, e allo stesso tempo la colpevolizzano come prova di debolezza.

Penso, ad esempio, al mancato riconoscimento di alcune forme di sofferenza (psichica e non) delle donne: l’endometriosi è drammaticamente sotto-diagnosticata e troppo spesso etichettata come “normale dolore da ciclo mestruale” che “una vera donna” deve solo sopportare, ignorando le pesanti conseguenze dell’endometriosi sulla salute e sulla fertilità.

Allo stesso modo, la depressione post-partum è spesso trascurata.

Talvolta essa viene narrata, non senza una punta di paternalismo e ipocrisia, come “normale”, aiutando da un lato le donne a non sentirsi sole di fronte a quell’inondazione di tristezza e brutti pensieri che le travolge, ma contribuendo dall’altro a sottovalutarne l’importanza.

Altre volte, ed è peggio, è ancora trattata come un tabù: sembra impensabile che una neo-mamma provi qualcosa che non sia la più pura felicità in quello che “dovrebbe” essere il momento più bello della sua vita.

“Ma come, vorrebbe dormire e si sente affaticata? Ha voluto la bicicletta e ora pedala!”

“Ha bisogno di supporto? Glie lo dico io come deve fare a crescere suo figlio visto che lei non è capace, ma guarda un po’, lei vuole fare di testa sua e rifiuta il mio aiuto!”

“Non riesce a stare dietro al neonato, al bucato, alla cucina, alle pulizie e magari a uno o più figli maggiori? Ma se sta a casa tutto il giorno!”

Per non parlare del caso in cui lei non stia a casa tutto il giorno, ma sia più o meno costretta ad un rientro al lavoro più o meno precoce, con tutta la complessa varietà di implicazioni che il rapporto tra maternità e lavoro può comportare. Credo che un tema così articolato meriterà un articolo a parte.

No, piangere tutti i giorni, pensare a farsi del male, pentirsi di essere diventata mamma o urlare contro il neonato durante i suoi primi mesi di vita non è normale, ma non è nemmeno strano, e soprattutto non è una colpa né un segno che una donna non sia all’altezza della maternità.

E’ piuttosto un segno di una grande sofferenza endemica della nostra società, dove commentare (online e non) è sempre più facile ma ascoltare è sempre più difficile; dove il congedo di maternità dura la metà dell’allattamento raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, e quello di paternità nel tempo di nominarlo è già trascorso; dove siamo sempre connessi ma sempre più soli ognuno nelle proprie abitudini; dove tra un po’ per suonare un campanello sarà necessario firmare l’informativa sulla privacy, ma se non pubblichi la cronaca fotografica quotidiana della tua maternità dalla prima ecografia alla prima comunione sembra che tu non sia una madre felice, presente e innamorata della tua creatura (e se lo fai ci si aspetta che tu appaia in perfetta forma, ben vestita e con trucco e parrucco degno di Kate Middleton).

Le neo-mamme hanno bisogno di compagnia, ascolto, rispetto, riconoscimento e sostegno nelle piccole cose, prima di tutto dai loro compagni e dalla loro famiglia, ma anche dalla società intera. Non un riconoscimento che si misura dai “like” a una foto, né un sostegno che si possa esprimere in un commento ad un post: una vicinanza reale, non giudicante e rassicurante.

Tutte cose da cui una retorica che normalizza alcune forme di sofferenza e allo stesso tempo le stigmatizza come prova di indegnità esonera lo spettatore.

In conclusione, per relazionarsi a qualcuno che soffre ci vuole coraggio. Il coraggio di tollerare la complessità, di non cercare scorciatoie, di ascoltare prima di parlare, di guardare dietro le apparenze. Il coraggio di mettersi davvero nei panni dell’altro, o nelle sue scarpe come dice un proverbio dei nativi americani, e provare a camminarci. In una parola, il coraggio di esserci.

ULIVI SOTTO LA NEVE

New York, primi anni 2000.

Nei bagni di una prestigiosa scuola religiosa c’è una ragazza che piange. Si lava e si pulisce meglio che può, ma si sente ancora addosso quell’odore disgustoso: le compagne l’hanno buttata in un bidone della spazzatura.

Trovano divertente umiliarla in continuazione. Si guarda nello specchio del bagno e si chiede cosa ci sia di sbagliato in lei. “Tutto”, si risponde odiandosi: è grassottella, eccentrica e ha interessi e passioni differenti da tutte le sue compagne.

Ha ottimi voti ed è molto studiosa e disciplinata, ma ora basta, questa ennesima aggressione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: vuole abbandonare la scuola.

Londra, 1998.

In un letto di ospedale c’è un ragazzo di ventun anni che si sente come se si fosse spezzato in due. Non è soltanto il dolore lancinante in tutta la schiena, sono anche e soprattutto le parole dei medici: gli hanno detto che probabilmente non potrà mai più camminare.

Credeva di essere all’inizio di una vita meravigliosa, ma ora è paralizzato e darebbe tutto ciò che ha per tornare indietro e non commettere l’imprudenza di arrampicarsi sul tetto da cui è caduto.

Edimburgo, metà anni ‘90.

In un piccolo e scarno appartamento c’è una donna sui trent’anni che vede tutto nero.

E’ divorziata, è senza lavoro e se non fosse per i sussidi statali non riuscirebbe nemmeno a nutrire la sua bambina.

Oggi ha ricevuto una telefonata che aspettava col cuore in tumulto: non era soltanto un’importante opportunità professionale, era il suo sogno più grande. Ma ha risposto al telefono solo per sentirsi dire “no” per la dodicesima volta: non vede via d’uscita.

 

Ho raccontato brevemente di tre persone che hanno sperimentato tutta la propria fragilità, che si sono sentite delle nullità, che hanno creduto di aver sbagliato tutto, perso tutto e di non poter mai più essere felici. Tre persone che avevano qualcosa che faceva brillare i loro occhi quando lo facevano o quando anche solo ne parlavano, ma erano convinte che di tutti i loro progetti non avrebbero realizzato nulla.

I loro nomi erano Joanne Rowling, Orlando Bloom e Stefani Germanotta, meglio nota però come Lady Gaga. Sui loro meriti e successi non è compito mio dilungarmi: si presentano da soli a chiunque non abbia vissuto da solo sulla cima di una montagna del Tibet negli ultimi dieci o vent’anni, ed anche per loro, se stanno leggendo questo articolo, Wikipedia è a disposizione.

Non è mia intenzione scrivere l’ennesimo predicozzo pseudo-motivazionale sulla moderna parabola dell’eroe che dal nulla si è creato un impero di fama e ricchezza. Sappiamo bene, del resto, che il successo non coincide con la felicità.

Per nostra fortuna, c’è di buono che per essere felici non bisogna per forza vincere un Oscar e nove Grammy, o essere nominati l’attore più bello di Hollywood, o essere l’autrice del libro più venduto nella storia dell’editoria.

No, se ho attirato l’attenzione di chi legge raccontando queste tre storie l’ho fatto per mostrare che tutti, ma proprio tutti, attraversiamo nella vita dei momenti in cui ci sentiamo paralizzati, o come se fossimo finiti in un bidone della spazzatura, o in cui crediamo che la nostra vita sia un totale fallimento: momenti di dolore che ci sembrano insuperabili fintanto che ci siamo dentro.

Siamo ricoperti da così tanta neve, l’inverno è così rigido e così lungo, che ci dimentichiamo di essere ulivi, esseri viventi che non perdono mai le foglie, e sanno conservare il sole dentro di sé per dare i loro preziosi frutti. Non li donano però durante la bella stagione come tanti altri, ma proprio quando si avvicina il freddo.

Qualunque sia il dolore, è una fase, è soltanto una fase, un passaggio da attraversare, e anche se fatichiamo a crederlo non durerà per sempre: finirà, o meglio si trasformerà.

Questo non significa, ovviamente, che basti stare fermi ad aspettare che magicamente la fortuna torni a sorriderci: interminabile come un esercizio al pianoforte, faticoso come una seduta di fisioterapia, esasperante come l’ennesima revisione di uno scritto sarà il lavoro interiore ed esteriore che scioglie la neve e scalda lentamente i frutti acerbi.

E tutto quel dolore non sarà stato invano, anzi. Così come i tre artisti di prima hanno tratto anche dai loro momenti bui la loro intensità espressiva, attraversare la sofferenza ci rende più completi, più veri e più vivi.

Dopo essere stati toccati dal dolore ci ritroviamo più ricchi di risorse interiori, di cui forse non ci accorgiamo nemmeno, ma che ci rendono anche persone potenzialmente più empatiche, più vicine agli altri, più pronte a comprenderli e a curarcene (non a caso ho scelto tre artisti noti anche per il loro impegno sociale).

Tutto questo perché per quanto grande possa essere l’evento che ci colpisce, non è tanto ciò che ci accade a definirci, ma come lo viviamo, cosa ce ne facciamo, che posto gli diamo nella nostra vita, in cosa lo trasformiamo.

Mi scalda il cuore pensare che una ragazzina umiliata per anni a scuola ora gira il mondo in tournée di concerti e dirige una fondazione a sostegno delle vittime di bullismo, o che un ragazzo che credeva di aver perso l’uso delle gambe ha poi combattuto le battaglie di tanti eroi fantastici, o che una donna rimasta ai margini della società e della vita ora è più ricca della regina Elisabetta d’Inghilterra solo grazie alla sua sfrenata immaginazione e creatività.

Ciò che mi scalda il cuore ancora di più, però, è pensare a tutti gli ulivi silenziosi intorno a me, che nessuno applaude mentre si scrollano la neve di dosso, tornano a far splendere il verde argenteo delle loro foglie al primo timido sole e si preparano a un nuovo ciclo della vita. Tanti, tantissimi ulivi che nessuno premia, ma che innalzano ogni singolo giorno i loro piccoli fiori bianchi come una corona di vittoria e dignità, felici della propria silenziosa rinascita.

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LA DEPRESSIONE

La depressione è il disturbo mentale più diffuso in Italia, ma spesso è anche il meno riconosciuto e il più banalizzato.

La parola “depressione” e l’affermazione “sono depresso/a” sono entrati talmente tanto a far parte del linguaggio comune, che c’è bisogno di fare un po’ di chiarezza affinché questo problema, e soprattutto le persone che ne soffrano, siano guardate con rispetto.

Secondo l’ultimo rapporto Istat, ne soffrono nel nostro Paese ben 2 milioni e ottocentomila persone, anche se siamo tra i Paesi europei con una minore presenza di depressione nella popolazione.

Le donne (9,8%) sono colpite quasi il doppio degli uomini, e la percentuale di anziani che ne soffrono (14,9%) è quasi tre volte superiore a quella dei più giovani.

Essere depressi non significa semplicemente essere tristi, giù di corda, molto delusi per qualcosa o annoiati. La depressione non è qualcosa che possa essere risolto con una passeggiata, una serata di divertimento, un incoraggiamento o un gelato al cioccolato.

La depressione è un disturbo dell’umore, e come tale non è tra gli aspetti della vita che possiamo controllare semplicemente con la nostra volontà.

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La depressione è una condizione profondamente limitante per chi la vive. Tristezza, apatia, convinzioni negative su se stessi e sulla propria vita, mancanza di slancio e interesse verso attività e idee, impossibilità di fare progetti, di porsi e perseguire un obiettivo, pensieri rivolti alla morte: tutti questi vissuti incombono sulla persona fino a farla sentire come se fosse sola in una stanza buia da cui non riesce a uscire, guardando la vita attraverso il buco della serratura.

Oltre ai vissuti emotivi, la depressione ha ripercussioni fisiche difficili da ignorare: senso di spossatezza perenne, lentezza nei movimenti, nelle azioni e nel parlare, difficoltà a concentrarsi, diminuzione dell’appetito e dell’interesse per il sesso, letargia o disturbi del sonno.

Nella vita quotidiana, le limitazioni che la depressione comporta possono andare da una progressiva riduzione della vita sociale e del rendimento lavorativo, a serie ripercussioni sull’eventuale relazione di coppia, ad una imponente difficoltà a stare fuori dal letto e ad uscire di casa, con possibile perdita del lavoro, isolamento e disinteresse generale per la vita, fino purtroppo ad arrivare a farsi del male o tentare il suicidio. Una persona con depressione su 10 nel corso della vita ha compiuto almeno un tentativo di suicidio.

Nel suo nucleo più profondo, la depressione è l’impossibilità di avere e fare progetti, di guardare la vita con occhi desideranti, di pensare al futuro.

La depressione, però, non è un qualcosa di unico, sempre uguale a se stessa o semplice da definire.

Si possono distinguere principalmente tre tipi di depressione, molto diversi tra loro, non tanto nel tipo di sintomi, quanto piuttosto nel ruolo che occupano nella vita di chi ne soffre.

– Depressione maggiore o endogena

E’ una vera e propria malattia, che non può in alcun modo essere sottovalutata o banalizzata.

Riguarda meno della metà del totale delle persone con qualche tipo di problematica depressiva.

Si caratterizza per una durata molto lunga, a volte indefinita, e per la presenza in misura imponente e pervasiva dei sintomi descritti sopra.

La persona che ne soffre può essere sempre triste, nutrire profondo pessimismo su se stessa e il futuro, non provare interesse e desiderio verso niente, isolarsi e non riuscire a coinvolgersi nelle attività quotidiane, perfino pensare alla morte e al suicidio, talvolta senza che sia apparentemente possibile per chi le sta intorno individuare una causa scatenante, un evento negativo importante che “giustifichi” tutto ciò.

La depressione endogena, però, è tale proprio perché arriva dagli strati più profondi della storia e della psiche di chi ne soffre.

Si ritiene che nella depressione endogena abbiano un ruolo i fattori organici e biologici, legati al funzionamento dei neurotrasmettitori e del sistema nervoso, insieme alle primissime esperienze affettive dell’infanzia, e perfino alle sofferenze di chi ci ha preceduto nelle generazioni passate della nostra famiglia.

E’ possibile che esista in alcune persone una predisposizione genetica, una vulnerabilità innata alla depressione, che si tramuta in realtà se incontra esperienze di vita che attivano vissuti depressivi, un po’ allo stesso modo in cui esistono persone geneticamente predisposte ad abbronzarsi più di altre, ma come tutti si abbronzano soltanto se si espongono al sole.

In caso di depressione maggiore, una terapia farmacologica può essere necessaria per sostenere il paziente, possibilmente abbinata ad una psicoterapia. La combinazione delle due cose è la cura più efficace.

– Depressione reattiva

Come suggerisce il termine, è una reazione ad un evento esterno avverso chiaramente identificato. Un lutto, il pensionamento, la perdita del lavoro, un figlio che se ne va di casa, la fine di una relazione sentimentale, lo sradicamento dalla propria terra di origine: si tratta comunque di una qualche forma di perdita importante.

Quella persona o cosa non era solo parte della nostra vita, ma anche della nostra stessa identità, ed ora che l’abbiamo persa è come se fosse morta una parte fondamentale di noi stessi.

Il dolore di questo momento, però, è qualcosa di più e di diverso da un sintomo da eliminare. Questa è una foresta buia che è necessario attraversare per proseguire il viaggio della nostra vita, è una sosta dove ci sentiamo deboli, ma ci renderà più forti.

In una società come la nostra, che ci vuole veloci, efficienti e sempre sorridenti, è difficile pensare alla depressione reattiva come a qualcosa di sano, eppure è così.

Di fronte ad un lutto, ad esempio, alcune persone, sopraffatte dal dolore oppure preoccupate di proteggere i loro cari, non permettono a se stesse di sperimentare la tristezza e la perdita: si sforzano di apparire allegre, diventano o rimangono estremamente attive, evitano ad ogni costo di parlare della persona defunta. Sperano così di saltare, o di far saltare ai loro cari, la fase più profonda della sofferenza. Purtroppo, però, il dolore non sparisce, finisce da qualche altra parte, e si ripresenterà in modi e tempi imprevedibili, fino a che non verrà affrontato.

Chi esprime una depressione reattiva, invece, ha cominciato ad affrontare il dolore, sta attraversando la foresta buia, e con i propri tempi e modi arriverà a rivedere il sole e a ritrovare il sentiero.

Non a caso nei tempi antichi, quando non avevamo gli psicofarmaci ma una saggezza che ora abbiamo perso, chi perdeva una persona cara doveva “portare il lutto” per un anno, con una serie di prescrizioni sull’abbigliamento e le attività quotidiane: la fase depressiva che stava attraversando era così riconosciuta, accettata e rispettata da tutti.

Chi soffre di depressione reattiva può trarre grande beneficio dal sostegno accogliente, incondizionato e non giudicante delle persone che lo circondano, ma anche da un percorso di supporto psicologico.

– Depressione endo-reattiva

A volte una depressione reattiva si protrae molto a lungo dopo l’evento che l’ha scatenata, i sintomi sono imponenti e non sembrano migliorare.

Non è possibile stabilire la “data di scadenza” che sancisce la fine di una tristezza “sana” e l’inizio di una “patologica”: ognuno ha i propri tempi per superare un lutto o una perdita.

Quello che distingue la depressione endo-reattiva da quella reattiva è una sproporzione, un eccesso nell’invasività e nella durata dei sintomi, percepita dalla persona stessa per prima.

Non è facile per chi è vicino ad una persona con depressione comprendere quando è il momento di accettare la situazione e quando è ora di spronare l’altro a reagire: l’ “esperto” in questo caso non è altri che chi soffre. Solo chi vive la situazione in prima persona può, ascoltando profondamente se stesso e le stagioni della propria anima, dare il ritmo alla camminata verso la rinascita.

Un discorso a parte merita la depressione post partum, un grande tabù della nostra cultura.

Ora che (fortunatamente!) nella nostra società avere un figlio è diventata la realizzazione di un desiderio, e non tanto di un dovere o di un evento naturale e incontrollabile, al momento della sua nascita non sembra esserci spazio per altro che non sia incontenibile gioia e felicità: se c’è tristezza, smarrimento, senso di perdita, paura di essere inadeguate, allora scatta anche il senso di colpa per questi sentimenti che devono per forza essere “sbagliati”.

Ma perché, in quello che ci si aspetta essere, ed è, l’evento che molte persone considerano il più felice della propria vita, una donna può sentirsi depressa, svuotata, triste, piangere spesso, non sentire di avere le forze per prendersi cura del proprio bambino, e addirittura pensare alla morte o a fare del male a se stessa e al piccolo?

Hanno certamente un ruolo fattori ormonali legati alla gravidanza. Come è noto, e al di là di facili umorismi sessisti, gli ormoni possono influenzare l’umore, i pensieri e i comportamenti delle persone: non c’è da stupirsi che questo avvenga al momento della più rapida ed eclatante trasformazione fisica che il corpo umano possa affrontare.

Sarebbe molto scorretto, però, ridurre un problema serio come la depressione post partum a uno squilibrio bio-chimico: gli intrecci di fattori psicologici, sociali e culturali non possono essere trascurati.

La condizione femminile nell’Europa del ventunesimo secolo è più contraddittoria di quanto vorremmo poter pensare.

Sempre fortunatamente, nella nostra società il ruolo di madre non è più l’unico che una donna può assumere, e avere un figlio non è più l’unico atto di valore che una donna può compiere: noi donne abbiamo anche una vita professionale e intellettuale, possiamo essere artiste, attiviste e molte altre cose ancora.

A questo punto rischiamo quindi di trovarci doppiamente penalizzate: da un lato, perché alla nascita di un bebè dobbiamo almeno momentaneamente accantonare tutto il resto, perdendo temporaneamente il contatto con parti importanti della nostra identità; dall’altro lato, perché i fantasmi antichi sono appena dietro la porta, insieme ai pregiudizi che portano una mamma lavoratrice, sindaco o direttrice di una corale a sentirsi mortalmente in colpa se ha ancora altri obiettivi oltre a quello di dedicarsi al suo bambino.

A questo si aggiunge il fatto che se un tempo, almeno in campagna e nei piccoli centri abitati, le famiglie erano più numerose, tendevano ad abitare insieme, la comunità era improntata a una fitta rete relazionale tra donne e pertanto la neo-mamma era sempre circondata di persone, attenzioni e consigli (forse anche troppi!), oggi sempre più donne si trovano ad affrontare la maternità in casa da sole, talvolta lontane centinaia di chilometri dalla loro famiglia di origine, con amiche e parenti che hanno poco tempo ed energie a disposizione per aiutarla o anche solo tenerle compagnia.

Ben vengano, certo, le molte attività per mamme e neonati oggi disponibili, dall’acquaticità ai corsi di massaggio neonatale, dai gruppi tematici ai corsi di aerobica col passeggino, che oltre ad essere pensate per il benessere dei piccoli aiutano le mamme ad uscire, conoscere persone nuove con cui condividere molte cose, parlarsi e sostenersi fra loro, ma non è questo a risolvere una delle più preoccupanti emergenze della salute mentale del nostro tempo.

Sarebbe bello se ai cambiamenti realizzati nella condizione femminile ne corrispondessero altrettanti nella condizione maschile, e fossero date ai padri più opportunità di conciliare la vita lavorativa e famigliare: il sostegno e l’amore delle persone a lei più care, infatti, sono la più grande protezione per una mamma contro la depressione post-partum.

Ultimo ma non ultimo, soprattutto nei Paesi dell’Europa mediterranea, siamo pur sempre intrisi di una spiritualità che fonde la maternità con elementi religiosi e archetipici di forte impatto sull’inconscio collettivo.

La Madre per antonomasia rappresenta una perfezione “immacolata”, un amore sacrificale, una tale santità, che eleva noi madri terrene, cristiane o meno e consapevoli o meno, su un piedistallo quasi divino, ma al contempo ci getta in un confronto ideale da cui possiamo uscire solo “sconfitte”… questo, però, soltanto se dimentichiamo che siamo umane e che, come disse Winnicott, uno dei padri della psicologia, il bambino non ha bisogno di una madre perfetta, ma di una madre “sufficientemente buona”.

SALUTE, RIMEDI NATURALI E MEDICINE ALTERNATIVE: ALCUNI MITI DA SFATARE

Attualmente nella nostra società, per quanto riguarda la cura della salute, si assiste a un grande successo delle medicine “naturali” o “alternative”.

Questa tendenza riguarda in misura rilevante anche il benessere psicologico, anzi, problematiche al confine tra i mondi del corpo e della psiche, come i disturbi del sonno, l’ansia, i sintomi psicosomatici o i disagi della menopausa sono spesso tra le situazioni in cui più facilmente si ricorre alle medicine alternative e naturali.

Per questo ci tengo a sfatare alcuni “miti” che nell’opinione comune si associano a questo tipo di cure, convinzioni che possono non solo alimentare false speranze, ma anche diventare pericolose e dannose.

Inevitabilmente questo articolo potrà contenere dei “voli pindarici” un po’ arditi o apparire semplicistico, trattando insieme argomenti molto diversi e discipline molto varie: non c’è ovviamente pretesa di esaustività o di generalizzazione.

 

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– Un farmaco naturale non può fare male

Questa idea, una delle più diffuse e delle più determinanti alla base del successo dei rimedi naturali, è semplicemente falsa.

I rimedi naturali hanno controindicazioni ed effetti collaterali esattamente come i farmaci di sintesi.

Così come in natura esistono piante e animali in possesso di sostanze in grado di uccidere, esistono farmaci a base di sostanze naturali che possono diventare molto pericolosi per determinate categorie di pazienti.

Particolare attenzione va prestata per chi soffre di una patologia cronica e per chi assume regolarmente altri farmaci, con i quali il rimedio naturale può creare dannose interferenze. Ad esempio l’iperico, una pianta i cui derivati possono essere utilizzati per combattere la depressione, ostacola l’azione di molti altri farmaci, tra cui alcuni ansiolitici, antiepilettici, anti-ipertensivi, contraccettivi orali, e alcune terapie contro patologie importanti come l’HIV o il cancro, è quindi molto pericoloso assumere iperico per chi è già in cura per questi ed altri problemi.

Spesso i rimedi naturali vengono preferiti dalle donne in gravidanza e allattamento o dalle mamme per i loro bambini, proprio nella convinzione che naturale equivalga a innocuo, e questo è paradossale perché non è così, anzi, la gravidanza e l’età pediatrica sono momenti delicati in cui bisogna valutare con cautela ancora maggiore l’assunzione di qualsiasi sostanza. Esistono ad esempio banali lassativi in grado di porre in serio pericolo la sopravvivenza del feto soprattutto durante i primi periodi di gestazione.

Tutto quanto detto finora, ovviamente, vale anche per le forme di medicina alternativa che non contemplano la somministrazione di sostanze, come l’agopuntura e la riflessologia plantare.

Perfino gli apparentemente semplici massaggi, se eseguiti per scopi di cura (anche solo per un banale dolore muscolare) o in presenza di patologie o condizioni delicate di sorta, non andrebbero lasciati al fai-da-te.

– Le cure naturali possono essere liberamente scelte, prescritte e somministrate da chiunque

La propensione per le cure alternative si accompagna talvolta a una diffidenza, quando non ad un dichiarato rifiuto, verso le figure professionali di ambito sanitario in favore di una “libertà” di scegliere le proprie cure da soli o su indicazione di professionisti diversi dai medici.

Proprio per i motivi spiegati più sopra, però, anche le cure naturali dovrebbero essere assunte solo su indicazione di una figura professionale adeguatamente competente e istruita.

E’ importante evidenziare che in Italia figure come quelle del naturopata, dell’iridologo, dell’ omeopata o del terapeuta olistico non sono normate da alcuna legge e non rientrano tra le professioni sanitarie riconosciute dalla legge attualmente in vigore, la 4/2013, che ponendo standard scientifici e deontologici protegge i cittadini da rischi, abusi e scorrettezze. La sempre più diffusa figura dell’osteopata sta attraversando un processo di transizione verso un riconoscimento legislativo, ma non va confusa con la professione sanitaria del fisioterapista.

Questo non significa che le cure naturali siano solo falsità e che tutti coloro che le esercitano siano dei truffatori o degli irresponsabili: se si desidera accedere come pazienti al complesso mondo della medicina naturale, è bene scegliere con attenzione a chi rivolgersi.

Esistono ad esempio molti medici che, laureati e abilitati alla professione medica, si sono appassionati e specializzati in alcuni ambiti della naturopatia, come l’agopuntura, e farmacisti esperti in preparati fitoterapici: sono quindi in grado di applicare le terapie alternative alla luce di una solida preparazione fondata su basi scientifiche.

Ricordate che fare domande per conoscere il curriculum, le qualifiche, i titoli e la formazione del professionista a cui vi rivolgete è un vostro diritto. Chi si rifiutasse di rispondere o desse risposte non del tutto chiare, complete ed esaustive violerebbe un importante principio deontologico a cui i professionisti sanitari sono tenuti, e chi dichiara falsità circa la propria preparazione e professionalità commette un reato.

Un professionista serio, qualsiasi disciplina pratichi e da qualsiasi formazione provenga, prima di intervenire vi porrà una serie di domande anamnestiche per valutare l’intervento rispetto al vostro caso e alla vostra situazione, e mai sosterrà di possedere la soluzione sicura a qualsiasi problema.

Se quando mostrate al professionista della medicina naturale un referto medico o gli parlate dei farmaci che state assumendo questi mostra un atteggiamento banalizzante e noncurante, con affermazioni tipo “gli esami del sangue non mi interessano” o con inviti più o meno netti ad abbandonare senza troppe cerimonie tutte le altre terapie in corso, questo potrebbe essere un significativo campanello d’allarme circa la sua serietà.

Per le professioni sanitarie soggette al controllo di un Ordine professionale, come il medico, il farmacista e lo psicologo, la trasparenza è d’obbligo: chiunque può visitare il sito internet nazionale o regionale dell’Ordine professionale, e verificare se chi dice di essere un medico, un farmacista o uno psicologo lo è veramente, o se sta commettendo un reato e un grave abuso nei confronti di una persona bisognosa di cure.

Detto ciò, i percorsi formativi in alcuni ambiti delle medicine alternative sono aperti a chiunque e sono estremamente variabili per durata, consistenza e solidità, nulla vieta quindi ad un professionista non laureato di possedere realmente una solida competenza in uno specifico ambito delle medicine alternative, come i fiori di Bach o la riflessologia plantare. Sta al paziente valutare rischi e benefici a tutela della propria sicurezza, tenendo presente che nulla è più importante della salute!

I farmaci naturali e quelli omeopatici sono la stessa cosa

Falso, e anche qui la situazione è più complessa di quanto sembra. Questo articolo non ha pretese di esaustività, ma per evitare almeno un eccesso di semplificazione possiamo suddividere i farmaci naturali in fitoterapici e omeopatici.

I farmaci fitoterapici sono preparazioni che, a differenza dei farmaci comuni, non contengono sostanze di sintesi ottenute in laboratorio (ad esempio il paracetamolo), ma sostanze derivate da vegetali o comunque presenti in natura, e sovente ne portano il nome (ad esempio l’echinacea, il cui uso è simile appunto a quello del paracetamolo).

Detto questo, si basano sullo stesso identico principio della medicina scientifica, ovvero sull’idea che introdurre nel corpo una sostanza possa andare a correggere uno squilibrio patologico, eliminando il problema oppure riducendone i sintomi. La differenza tra i farmaci fitoterapici e quelli comuni sta quindi nella provenienza e nelle modalità di preparazione.

Cosa diversa è l’omeopatia, disciplina che si basa su principi totalmente diversi e per certi aspetti radicalmente opposti: inventata nell’Ottocento da un medico tedesco, parte dal presupposto che “il simile si cura col simile” (“omeos” in greco antico, appunto), ovvero che per curare una patologia occorre introdurre una sostanza analoga a ciò che la genera, ma estremamente diluita.

L’altissima diluizione del principio attivo nei farmaci omeopatici è uno dei principali motivi per cui attualmente l’omeopatia viene considerata priva di fondatezza scientifica e la sua efficacia non è dimostrabile se non in termini di effetto placebo. Tornerò su questo punto più avanti.

Le medicine naturali ti “curano” solo quando in realtà non hai niente

Anche questa è una banalizzazione controproducente spesso sostenuta dai detrattori più totali delle cure naturali.

E’ vero, piuttosto, che l’efficacia delle varie forme di medicina naturale varia a seconda della patologia, delle condizioni del paziente e di molti altri fattori, tra i quali non sempre rientra la gravità della situazione.

E’ vero, ad esempio, che una persona particolarmente sensibile all’ipnosi può essere portata in uno stato di anestesia senza l’uso di farmaci, tanto che sono documentati casi di pazienti allergici ai farmaci anestetici sottoposti a importanti operazioni chirurgiche sotto ipnosi, ottenendo ugualmente l’annullamento completo del dolore.

D’altro canto, è estremamente improbabile che un’infezione batterica, da quelle che possono provocare una banale influenza a quelle potenzialmente letali, possa essere debellata da qualsiasi cosa che non sia una terapia antibiotica sapientemente impostata e correttamente seguita fino alla fine.

Credo inoltre che sia utile ridefinire almeno parzialmente il concetto di “non avere niente”: una persona che si porta dietro da anni un dolore muscolare, un disturbo del sonno o un’emicrania “non ha niente” se gli esami medici non evidenziano nessuna causa organica? Questo rende meno reale la sua sofferenza? O forse è la medicina così come la conosciamo ad avere una visione parziale del problema, con la sua separazione eccessiva tra mente e corpo e la sua estrema parcellizzazione, che in nome della sofisticatezza delle specializzazioni accademiche perde di vista la complessità dell’organismo nella sua interezza?

A questo punto non posso più esimermi dallo scottante tema dell’effetto placebo, a cui la consapevolezza della connessione tra mente e corpo ci conduce necessariamente.

L’effetto placebo

Qui si apre davvero un discorso complesso, che sconfina dal campo della salute fisica e psicologica verso l’etica e la filosofia.

Si parla di effetto placebo quando una cura ottiene il risultato atteso non per effetto del suo principio attivo, ma per una dinamica psicologica in cui l’aspettativa di guarigione, la fiducia nella cura, la relazione d’aiuto con il professionista e la speranza concorrono a generare nel paziente un miglioramento effettivo, ma inspiegabile da un punto di vista scientifico.

Esistono ambiti in cui l’influenza della psiche sul corpo è molto ampia, e di conseguenza l’effetto placebo è potente: la percezione del dolore e la salute mentale sono i principali tra questi (basti pensare al fatto che alcuni farmaci antidepressivi perdono la loro efficacia a livello chimico nel giro di poche settimane, ma continuano ad essere assunti per anni in quanto molti pazienti li percepiscono come indispensabili e irrinunciabili per il loro equilibrio emotivo).

Esistono invece ambiti in cui l’effetto placebo è impossibile, tra questi la contraccezione e le infezioni da agenti patogeni esterni.

E’ lecito, tuttavia, equiparare del tutto l’effetto placebo a una truffa, a un inganno, a una falsità, a qualcosa che la “vera” medicina deve combattere ad ogni costo?

Esistono studi sperimentali in cui l’utilizzo di una pastiglia priva di qualsiasi principio attivo ha sortito effetti antidolorifici anche se il paziente era informato che si trattava di un placebo.

Ne esiste un altro, condotto sul dolore post-operatorio, in cui l’efficacia di un placebo somministrato da un infermiere premuroso, rassicurante, dovizioso di spiegazioni e capace di attivare nel paziente l’aspettativa del benessere ha uguagliato quella di un vero farmaco antidolorifico somministrato tramite flebo gestita automaticamente da un computer.

E se la moxibustione cinese si associa nel 70% dei casi al rivolgimento corretto di un feto podalico negli ultimi due mesi di gravidanza, cosa importerà alla mamma che ha evitato un cesareo o un parto difficilissimo e rischioso, se il risultato è dovuto davvero al calore applicato sul mignolo del piede o ad un suo atteggiamento mentale?

E’ stato dimostrato che la qualità della relazione tra professionista e paziente gioca un ruolo fondamentale non solo nell’efficacia dell’effetto placebo, ma anche dei farmaci “veri”: questo dovrebbe rendere evidente che una divisione netta tra mente e corpo, tra malessere e benessere mentale e fisico, è artificiosa e riduttiva.

Occorre quindi un atteggiamento equilibrato che coniughi apertura e cautela, umiltà e informazione:

sotto alcuni aspetti la nostra medicina, quella scientifica, positivista e tecnologica, è solo una tra le tante medicine che le diverse civiltà umane hanno messo a punto nel corso della storia, è solo, come direbbero gli antropologi, una etnomedicina tra le altre, al pari della millenaria medicina cinese o dei rituali per noi misteriosi degli sciamani sudamericani.

Il sistema scientifico spiega molte cose, ma ne ignora completamente molte altre, che magari sono invece l’essenza di altri sistemi per pensare il corpo, la psiche, la malattia e la cura.

Ciò detto, è innegabile che la medicina così come la conosciamo noi ha portato a un miglioramento esponenziale della qualità e della durata della vita umana, e ad un progresso inimmaginabile.

Basti pensare che il virus dell’HIV è stato identificato solo negli anni ‘80, e in poco più di 30 anni siamo passati dal considerarlo equivalente a una condanna a morte, a disporre di terapie che permettono ad un malato di vivere quanto una persona sana e persino di avere figli sani.

O che nessuno è mai sopravvissuto al virus della rabbia, ma il vaccino, se somministrato prima dell’insorgere della fase acuta della malattia, salva la vita nella totalità dei casi.

Basti pensare, (anche se pensarci non basta) che oggi, nel 2019, nei Paesi poveri dove l’accesso alla medicina per come la conosciamo noi è insufficiente, la mortalità infantile è fino a 20 volte superiore di quella che abbiamo in Italia.

La medicina occidentale è uno dei più grandi successi dell’umanità, e allo stesso tempo non è né infallibile, né esaustiva, né completa, né incontestabile, né perfetta.

Allo stesso modo, altri sistemi medici, compresi quelli basati sull’accesso a un universo poco o per nulla chimico e molto o del tutto simbolico, hanno un loro senso e una loro efficacia nei contesti socio-culturali in cui sono nati e cresciuti, e hanno anche ampie lacune e zone grigie.

L’umiltà a cui ho accennato prima sta sia nel riconoscere la fallibilità e la parzialità del nostro sistema di cura, sia nel rinunciare ad ogni pretesa di appropriarci indiscriminatamente di altri sistemi di cura provenienti da altre epoche e culture, banalizzandoli, sradicandoli dall’universo simbolico, culturale, storico e sociale che conferisce loro senso, piegandoli alle nostre categorie mentali e alle nostre logiche, snaturandoli in nome di qualche promessa tanto miracolosa quanto redditizia.

Occorre quindi, torno a dire, un atteggiamento equilibrato: apertura, voglia di conoscere, curiosità, capacità di affidarsi a qualcosa che resta in parte inspiegabile da un punto di vista scientifico, dovrebbero coesistere con cautela, voglia di documentarsi, discernimento e senso critico.

I – IL SERPENTE SUL MIO CAMMINO – DEFINIRE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

IL SERPENTE SUL MIO CAMMINO – DEFINIRE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

La parola “trauma” è tra i tanti termini psicologici che si sentono sempre più spesso, così spesso che a volte finiscono per perdere il loro significato originario e venire banalizzati, fino a far diventare “traumatico” il suono della sveglia lunedì mattina.

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Per nostra fortuna, non tutte le esperienze negative che viviamo si trasformano in un trauma, e non tutte le esperienze dolorose producono in ognuno di noi gli stessi devastanti effetti.

D’altro canto, non è l’entità apparente di un evento a qualificarlo o meno come un trauma: non c’è bisogno di un danno di gravità eclatante affinché chi lo subisce possa o debba sentirsi “autorizzato” a restarne traumatizzato.

Si può uscire più forti e consapevoli da un incidente d’auto che ci ha fatto sfiorare la morte, o cadere in una profonda depressione post-traumatica per la morte di un animale domestico.

A qualificare un trauma non è l’esperienza in sé, ma le modalità con cui viene vissuta, condivisa (o taciuta), rappresentata nella mente.

Così, se etimologicamente la parola trauma rimanda a un “colpo” (infatti conserva questo significato in ambito medico), nella nostra psiche il trauma è qualcosa che rompe le nostre certezze fondamentali, comporta la perdita di una parte essenziale di noi stessi, mette in discussione la nostra sopravvivenza, non solo fisica ma anche e soprattutto emotiva, non rientra in nessuna categoria di ciò che siamo preparati ad affrontare, è impensabile, innominabile, non digeribile dalla nostra mente e dal nostro corpo.

Subiamo un trauma quando ci sentiamo completamente impotenti di fronte a un dolore o ad un pericolo: l’impossibilità di fare qualcosa per prendere il controllo della situazione è l’essenza del trauma.

E’ per questo che i bambini corrono un maggiore rischio di essere traumatizzati e i traumi subiti in età infantile hanno spesso conseguenze più gravi, perché il bambino è effettivamente più inerme, più dipendente e più vulnerabile di un adulto.

Sentirsi impotenti di fronte ad una situazione, in particolare di fronte a una sofferenza o ad un’ingiustizia, è così intollerabile, che pur di riprendere una minima forma di controllo e di potere, un bambino (ma anche un adulto) può arrivare a convincersi di aver “meritato” di subirla, che sia “colpa sua”, che ci sia qualcosa che non va in lui o lei, anche se chiunque dall’esterno potrebbe giurare che non è così.

Ma cosa succede quando chi infligge il dolore e chi dovrebbe proteggere la vittima sono la stessa persona? Si crea un cortocircuito, una spirale dove si vede solo sofferenza in qualunque direzione si guardi, una situazione di costante pericolo per la sopravvivenza psichica della vittima.

Quando chi infligge il trauma è una persona amata dalla vittima e molto importante per lei, come ad esempio un genitore nei confronti di un bambino o un adolescente, il maltrattamento psicologico può fare danni molto più grandi di quelli che possono apparire.

Se fai così non ti voglio più bene”, “Se ami la mamma non dovrai mai lasciarla”, “Devi scegliere tra me e papà”, “Devi fare ciò che voglio io perché ti ho cresciuto” “Se mi ami non dovrai mai più parlare di ciò che è successo”, “Solo io so cosa è meglio per te”, “Se mi vuoi bene devi mangiarlo tutto”: questi ed altri messaggi trasmessi non necessariamente con le parole, ma anche con i gesti e gli atteggiamenti di tutti i giorni, sono ricatti che pongono il bambino o il ragazzo in un vicolo cieco, dove non esistono punti di riferimento o soluzioni praticabili.

Come è evidente, non si tratta necessariamente di quel tipo di maltrattamenti cruenti che, per intenderci, hanno subito da piccoli i serial killer dei film horror americani. La pervasività di un sottile ricatto all’interno della relazione più significativa per il bambino è come gocce d’acqua in grado di scavare la roccia.

La salvaguardia della relazione assume la priorità, costringendolo ad annullare se stesso e il proprio sentire: un bambino che impara a fare questo come unica strategia di sopravvivenza, rischia di diventare un adulto privo della capacità di occuparsi di se stesso in modo indipendente, soddisfacente e adeguato, ed eventualmente di proteggersi dai pericoli e affrontare le avversità.

A rendere un evento “impensabile”, non collocabile nella nostra narrativa personale, non digeribile dalla psiche, come se avessimo ingoiato un sasso, è anche l’impossibilità di condividere l’esperienza con una persona significativa, e di vederla riconosciuta.

Così, una ragazzina che esita a rivelare le attenzioni sessuali subite dal patrigno per paura di non essere creduta o di essere incolpata, o le Madres de Plaza de Mayo argentine che da più di 40 anni chiedono giustizia per i loro figli scomparsi e denunciano le colpe mai ammesse di un regime dittatoriale, rappresentano due facce della stessa medaglia: il bisogno di vedere il proprio dolore rispecchiato, reale, validato, riconosciuto, creduto, compreso. La ricerca di un senso condiviso per quanto è accaduto, anche e soprattutto dove un senso è più difficile da trovare.

A proposito del noto movimento di attivismo che ho appena citato, un discorso a parte meriterebbe il trauma collettivo, quello legato a guerre, dittature, genocidi, disastri naturali ed altri eventi storici, che oltrepassa i confini di un solo individuo o di una sola famiglia per accomunare intere comunità locali, a volte interi popoli o nazioni. Questo tema esula dal presente articolo, ma vorrei approfondirlo in futuro.

Qualunque sia l’esperienza traumatica, comunque, il suo ricordo viene registrato in uno strato estremamente profondo e primitivo del nostro cervello, l’amigdala, che è progettata per farci reagire istantaneamente a qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa, senza “perdere tempo” a ragionare e valutare le possibili reazioni, senza cioè coinvolgere gli strati più evoluti e razionali del nostro cervello: tutto ciò con il solo scopo di farci sopravvivere.

Se camminando su un sentiero di campagna vediamo un serpente, prima facciamo un salto all’indietro, poi eventualmente abbiamo il tempo di guardarlo meglio e renderci conto che era solo un ramo secco ritorto: questo meccanismo istintivo ha probabilmente impedito che il genere umano si estinguesse durante la preistoria, ed è rimasto inalterato attraverso ogni cambiamento che ha rivoluzionato il mondo nelle ultime decine di migliaia di anni.

Anche se per noi europei del 2019 il rischio di morire per il morso di un serpente è trascurabile, questo pericolo è profondamente inscritto nel nostro inconscio collettivo, e si attiva di fronte a tutto ciò che ce lo ricorda.

Il trauma funziona proprio così: ci farà reagire con un istinto di paura, fuga e ritiro di fronte a qualsiasi situazione ci ricordi quella originaria, con la sola priorità di salvare la nostra incolumità.

L’amigdala di una donna che ha subito uno stupro non “sa” che ora l’uomo che la sta accarezzando è un marito amorevole: porta inciso il ricordo di quello sconosciuto violento, e tenterà di farla reagire come reagì allora anche se sono passati molti anni, impedendole di avere una vita sessuale serena, se nel frattempo non è avvenuto un intenso lavoro di integrazione dell’esperienza.

L’amigdala di un uomo che da bambino è stato costantemente maltrattato da un genitore che lo picchiava e urlava contro di lui, non “sa” che il suo datore di lavoro e la questione professionale di cui stanno discutendo non hanno per la sua sopravvivenza la stessa importanza che avevano i suoi genitori quando aveva quattro anni. La sua reazione emotiva profonda di fronte ad una figura di autorità aggressiva sarà la stessa, e potrà portarlo ad assumere un atteggiamento troppo remissivo, accettando una tale mole di lavoro da compromettere la propria salute e la propria vita famigliare.

Il trauma, però, non è per forza una spirale senza fine e senza via d’uscita.

La sofferenza farà inevitabilmente parte di un’esperienza negativa, ma il trauma no.

Una volta che un’esperienza si è fissata come trauma negli strati più profondi della mente, il danno non è irreparabile.

Non possediamo soltanto le parti più primitive ed istintuali del nostro cervello, ma abbiamo evoluto un organo pensante dalle potenzialità così incredibili da apparire miracolose, e a volte inspiegabili. Non sappiamo soltanto reagire agli stimoli, sappiamo anche pensare, immaginare, comunicare, interrogarci, narrare, cercare e creare senso e significato per la nostra esperienza.

Nei prossimi articoli vorrei approfondire alcuni modi per prevenire o superare un trauma.

BIBLIOGRAFIA:

– Cesare Albasi – Attaccamenti traumatici – UTET, 2006

– Danie Beaulieu – Eye Movement Integration Therapy – Crown House publishing, 2012

II – MA COME FANNO LE OSTRICHE? – SUPERARE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

Come abbiamo visto nel precedente articolo, per superare un trauma abbiamo bisogno innanzitutto di dare parola a questa esperienza, di vederla riconosciuta da qualcun altro.

Abbiamo anche bisogno di integrare l’esperienza all’interno del più ampio tessuto della nostra psiche, che comprende anche esperienze di sicurezza, positività, benessere, padronanza e relazione sana.

Il lavoro che dobbiamo fare è simile a ciò che fa l’ostrica quando viene invasa da un sassolino: non potendo espellerlo, lo circonda con qualcosa di buono e forte che proviene da se stessa, ci lavora intorno fino a renderlo tondo e liscio in modo che possa restare dentro di lei senza farle male, ottenendo come risultato qualcosa di prezioso e unico, una perla.

Non a caso, forse, secondo le formalità del galateo le perle sono l’unico tipo di gioiello “consentito” durante il periodo del lutto: nella loro bellezza evocano un’immagine di tristezza, di fatica, ma anche di grande forza e resistenza alle avversità.

Viviamo qualche tipo di esperienza negativa o difficile, ci troviamo qualche “sassolino nella scarpa” pressoché ogni giorno: talvolta neppure ci accorgiamo di quanto lavoro da ostriche la nostra psiche compia, e di quante perle vi siano dentro di noi grazie al fatto che riusciamo ad affrontare le avversità della vita.

Purtroppo però, di fronte ad un’esperienza traumatica, spesso anche le naturali forze equilibratrici e guaritrici che vivono all’interno della psiche possono non essere sufficienti, un po’ come gli anticorpi di fronte ad un agente patogeno così forte da farci ammalare.

Ecco allora che si presentano incubi, risvegli notturni terrificanti, difficoltà del sonno, ricordi intrusivi e flashback che riportano al momento più angosciante. Le attività quotidiane e le interazioni personali appaiono piene di pericoli, perché innumerevoli stimoli ricordano l’esperienza traumatica e provocano reazioni incontrollabili di paura, di ritiro o di rabbia. Si rischia allora di sviluppare una tendenza ad evitare attività, luoghi, persone e situazioni per non incontrare quei ricordi. In questo modo la vita di una persona va incontro ad un generale impoverimento, si perde anche lo slancio verso il futuro, e si sente crescere un senso di perdita, inutilità, svuotamento e tristezza che può diventare una vera e propria depressione. Ed in tutto questo, a volte sembra che gli altri non capiscano le nostre difficoltà, i nostri bisogni e le limitazioni che il trauma comporta.

La saggezza popolare dice che il tempo guarisce ogni ferita: almeno in parte, fortunatamente, questo è vero. Ma a quale prezzo?

Per quanto tempo dovremo rinunciare al nostro lavoro per la paura invincibile di salire in auto dopo un incidente stradale?

Quante possibili storie d’amore non inizieranno mai perché le percosse e le umiliazioni di chi diceva di “amarci troppo” hanno tramortito in noi il coraggio di affidarci all’altro?

Quante nuove esperienze ci negheremo a causa di una paura che appare insensata ai nostri stessi occhi?

Nessuno di noi merita tutto questo.

Non siamo costretti a restare raggomitolati immobili nell’attesa che la tempesta passi.

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Ecco allora che può entrare in gioco l’aiuto della psicoterapia: se come abbiamo visto, per il superamento di un trauma è essenziale dare voce all’esperienza ed elaborarla, un percorso con uno psicologo può essere un importante aiuto.

Un percorso psicoterapeutico, però, richiede spesso tempi lunghi. Un dolore che si trascina da tempo, magari da anni, può rendere meno pronti ad accettare di partire per un lungo viaggio, per quanto desiderata sia la meta del benessere da ritrovare.

Le energie necessarie a compiere questo percorso sono bloccate, cooptate dagli ingenti investimenti in “armamenti da difesa” che il trauma ha reso necessari alla sopravvivenza. Come si può allora liberarle affinché siano di nuovo a nostra disposizione?

Esiste una tecnica di intervento molto rapida e intensa, la EMI, che sta per Eye Movement Integration, Integrazione attraverso i movimenti oculari.

Presenta similitudini e differenze rispetto alla EMDR, più nota in Italia. In particolare, la EMI consente una maggiore flessibilità, rendendola meglio applicabile a una più ampia varietà di situazioni.

In poche sedute di trattamento, indicativamente da una a meno di dieci a seconda dei casi, la EMI consente di modificare il ruolo che l’esperienza traumatica ha nella vita e nella psiche del paziente, in modi concreti e sostanziali, che portano a percepire nel giro di alcune settimane un evidente maggiore benessere.

L’esperienza traumatica non verrà dimenticata, né saranno eliminate le emozioni sane e appropriate ad essa associate: non si tratta, ad esempio, di portare una persona ad amare il partner o il genitore che le ha fatto violenza, oppure a diventare spavalda di fronte a tutto, perdendo quelle paure adeguate ad una ragionevole protezione di sé.

Ciò da cui il paziente si libera sono le limitazioni, i condizionamenti e le percezioni auto-distruttive legate al trauma, come fobie, aspetti depressivi, senso di colpa, vergogna e comportamenti evitanti che ostacolano la sua vita e la sua progettualità.

Volendo metaforicamente immaginare il trauma come un numero 3 inscritto nelle mente e nel corpo, la EMI non può cancellarlo dalla memoria, ma può aggiungerci qualcosa: il 3 si trasforma in un 8, cambiando completamente significato e posto nell’ordine delle cose.

Il ricordo dell’esperienza traumatica apparirà allora meno carico emotivamente, meno disturbante, più gestibile e collocabile, e le sue conseguenze meno imponenti, come un bagaglio dapprima ingombrante che andrà occupando sempre meno spazio, fino a non costituire più un peso così gravoso da affaticare o rallentare il cammino.

La EMI, come qualsiasi altra tecnica, non è la panacea per tutti i mali, un trucchetto quasi magico o paranormale che fa sparire ogni problema, una pillola alla Matrix: non fa che ri-attivare e potenziare quelle forze interiori che tutti possediamo, e che naturalmente ci guidano verso l’equilibrio, il benessere, la spontaneità e la creatività.

Molto spesso, il trattamento EMI è solo l’inizio oppure un passaggio intermedio di un percorso più ampio che comprende una psicoterapia, esattamente come alla guarigione da una malattia che ha a lungo impedito al paziente di camminare deve seguire una paziente riabilitazione fisioterapica.

La EMI libera energie, risorse psichiche, desiderio, che restano così a disposizione della nostra vita, delle nostre relazioni e dei nostri progetti: scegliere cosa farne, sarà una nuova storia.

Una considerazione finale che esula un po’ dalla tematica psicologica, ma mi sembra doveroso fare. Non siamo ostriche: ci sono sassolini provenienti dal passato che non possiamo più espellere dalla nostra memoria, ma ci sono sassolini del presente che possiamo estromettere dalla nostra vita e sassolini del futuro da cui possiamo evitare di farci invadere.

Se la fonte del nostro dolore è nella situazione attuale, non siamo tenuti ad adattarci, ma possiamo cambiarla, sia essa una relazione sentimentale, un posto di lavoro, un’abitudine, una convinzione o uno stile di vita.

Allo stesso modo, le nuove consapevolezze maturate grazie al percorso EMI possono aiutarci a prendere per il futuro decisioni migliori, più autenticamente nostre, non condizionate dall’onda lunga dell’esperienza traumatica.

Anche per quanto riguarda i sassolini delle esperienze passate, non poterli espellere dal ricordo non significa che il cambiamento del loro posto nella nostra vita non possa essere così radicale da cercare, eventualmente e se lo sentiamo pertinente, riscatto e giustizia anche in termini legali. I reati contro la persona, tra cui l’abuso e il maltrattamento, non cadono mai in proscrizione. Molte persone sentono che una denuncia e un percorso giuridico possano essere utili e importanti per chiudere il cerchio rimasto spezzato: queste non dovrebbero mai lasciarsi scoraggiare, tanto meno dalla paura del giudizio degli altri.

III – CAVALCARE LA TIGRE – LA TECNICA E.M.I.

Sapevate che esiste una sostanza chimica corrosiva, altamente tossica, utilizzabile come arma di distruzione di massa, ma che allo stesso tempo si vende sotto vari nomi commerciali, è utilissima come disinfettante per la casa, il cibo e le attrezzature ospedaliere, rende pulita e limpida l’acqua delle piscine, e può perfino mantenere l’acqua del rubinetto sicura e potabile?

Si tratta sempre dell’ipoclorito di sodio variamente diluito in acqua: tutto dipende dal suo livello di concentrazione.

Quando è puro o altamente concentrato, può essere mortale; quando è introdotto in quantità piccolissima in enormi masse d’acqua, salva la vita di innumerevoli persone ogni giorno.

Perché vi parlo di questo?

Immaginate che l’esperienza più brutta e più terribile della vostra vita sia un bicchiere di candeggina, ovvero di ipoclorito di sodio concentrato, che dovete portare sempre con voi, stando attenti a non toccarla, perfino a non respirare troppo vicino ad essa, per evitare di farvi del male. Forse, per proteggervi, decidete allora di indossare sempre guanti di gomma, che allo stesso tempo vi impediscono di toccare anche tutto il resto, e una mascherina che non vi fa percepire alcun odore o profumo circostante, e rende meno chiare le vostre parole agli altri: il trauma vi sta impedendo di vivere la vita in modo pieno.

Col tempo, con il lavorio interiore e con la psicoterapia la diluite mano a mano: prima otterrete un disinfettante per le vostre ferite; poi, un’azzurra piscina in cui forse un giorno avrete il coraggio, le energie e la gioia di nuotare; infine, dispersa in innumerevoli litri d’acqua, potrete addirittura berla: forse sarà un po’ sgradevole al gusto, ma farà comunque parte di ciò che vi mantiene in vita ogni giorno.

La candeggina sarà sempre lì, non sparirà, ma il suo ruolo nella vostra vita sarà completamente ribaltato.

E’ più o meno così che funziona la tecnica EMI, ovvero l’integrazione attraverso i movimenti oculari.

La saggezza popolare dice che, quando ci si trova di fronte ad una impasse, “dormirci sopra” aiuta a superarla e a vedere le cose con maggiore chiarezza e in una diversa prospettiva: ed è vero.

Secondo la scienza, il sonno si suddivide in 5 fasi, diverse da un punto di vista neurologico e fisiologico. In tutte queste fasi, pur se in modi differenti, i nostri occhi dietro le palpebre chiuse si muovono, e il nostro cervello sperimenta immagini, sensazioni, suoni e altri stimoli provenienti dall’interno.

In particolare, durante una delle cinque fasi i movimenti sono piccoli, rapidi e parossistici (REM), mentre durante le altre quattro sono ampi, lenti e fluidi (SPEM).

La scienza non ha ancora compreso ogni dettaglio su come e perché tutto questo avvenga, ma è certo che i movimenti oculari nel sonno hanno un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle nuove informazioni ricevute durante il giorno, nella creazione di ricordi a lungo termine e nel mantenimento di un equilibrio mentale.

Tutti abbiamo sperimentato almeno una volta le difficoltà di concentrazione e di attenzione tipiche di quando non abbiamo dormito a sufficienza la notte precedente, ma persone mentalmente sane private totalmente del sonno come strumento di tortura sviluppano nel giro di circa una settimana sintomi del tutto simili a quelli di una psicosi grave, con allucinazioni, deliri ed eventualmente aggressività verso sé o gli altri.

D’altro canto, uno studio osservativo su persone schizofreniche evidenzia che hanno spesso difficoltà a effettuare da sveglie quegli stessi movimenti oculari lenti e fluidi caratteristici del sonno non-REM, seguendo un punto focale in movimento per tutto il campo visivo.

I movimenti oculari sono correlati alla qualità della nostra attività mentale anche durante lo stato di veglia.

L’aumento o la riduzione dei movimenti oculari potrebbe essere anche tra i fattori che rendono tali alcune attività considerate mentalmente rilassanti, come una passeggiata all’aperto o la pratica sportiva, o al contrario mentalmente stancanti, come il lavoro al computer o lo studio. Le stesse parole “svago” o “divertimento” richiamano l’idea dello sguardo che “vaga” o “verte”, si gira in “di-verse” direzioni.

E’ esperienza comune che una persona esausta o molto triste può avere uno sguardo “assente” e fisso.

Studi scientifici ormai classici dimostrano che il nostro sguardo tende mediamente a volgersi in specifiche direzioni a seconda del tipo di attività mentale che stiamo compiendo.

In definitiva, i movimenti oculari, e soprattutto quelli lenti e fluidi che abbracciano la totalità del nostro campo visivo, sono connaturati al buon funzionamento della nostra mente e della nostra memoria.

La tecnica EMI volge tutto ciò al servizio della cura.

Guidando lo sguardo del paziente nelle varie direzioni e zone del campo visivo secondo una serie di movimenti sistematici della mano, il terapeuta non fa che attivare e potenziare la naturale forza auto-guaritrice che ognuno di noi possiede.

Ad ogni movimento emergeranno nuovi elementi, associazioni, ricordi, pensieri ed emozioni, secondo una logica interiore, non diretta dal terapeuta, ma spontanea.

La rete associativa della memoria è unica in ognuno di noi, e lì sono contenuti sia il dolore che la strada verso il benessere.

animal-1852813_1920A volte emergeranno contenuti molto forti, sorprendenti o apparentemente scorrelati dal nodo problematico su cui si sta lavorando, ma tutto va accolto nel rispetto del sentire del paziente, che tra i due è chi in definitiva detiene realmente il controllo del processo.

La seduta comprende due aspetti, due momenti, due movimenti psichici: dapprima il nodo problematico o l’esperienza traumatica va rievocata in modo intenso, ma protetto e sicuro; poi, gradualmente, si va ad “attingere acqua” per “diluire la candeggina” e “rendere potabili” i diversi “bicchieri” in cui è contenuta l’esperienza: quello dei pensieri, quello delle emozioni, quello delle sensazioni corporee, quello dei ricordi per immagini, suoni, odori e così via.

La “candeggina” sta soprattutto negli strati più profondi e primitivi della mente, difficilmente raggiungibili con la sola terapia della parola; l’”acqua” sta soprattutto negli strati più evoluti, in grado di sviluppare una narrativa diversa, e nell’insieme di risorse emotive, esperienze protettive e aree della psiche dove vi è sicurezza e padronanza.

Alla fine della seduta, il paziente potrà percepire il problema o il ricordo in modo differente e meno doloroso di prima, ma come quando si lancia un sasso in uno stagno i cerchi continuano a propagarsi a lungo, nello stesso modo il processo di integrazione neurologica proseguirà nelle settimane seguenti, durante le quali si potrebbero sperimentare “scosse di assestamento” psicosomatiche, o potrebbero emergere nuovi elementi intensamente riparativi, sotto forma di immagini, sogni o pensieri.

Dopo una sessione di trattamento EMI potrebbe esserne necessaria un’altra, e altrettanto spesso il trattamento EMI può essere un elemento inserito in un percorso terapeutico più ampio.

La potenza, la rapidità e l’evidenza con cui la EMI apporta un miglioramento, però, è davvero sorprendente.

Flashback, incubi, pensieri intrusivi, fobie, sintomi psicosomatici e altri disturbi legati ad un’esperienza traumatica lasciano la loro presa sul paziente, finendo per scomparire.

Man mano che la persona sofferente recupera energie, tutti quei comportamenti di ritiro, evitamento e isolamento che aveva sviluppato per proteggersi non saranno più necessari, e potranno essere abbandonati in modo spontaneo e senza forzature.

La voglia di mordere la vita, di fare progetti e scelte, di stare con gli altri e di sentire una profonda connessione con la totalità di se stessi potrà essere tirata fuori dal nascondiglio in cui era stata protetta per tutto questo tempo.

HAPPINESS CHALLENGE – LA SFIDA DELLA FELICITA’

L’inizio di un nuovo anno è spesso un momento in cui si formulano buoni propositi, si pianificano obiettivi da raggiungere e si cerca la felicità.

Quando si fa una somma, non importa in quale ordine si scrivano i vari numeri da sommare, con gli stessi numeri si ottiene sempre lo stesso risultato. Per ottenere un risultato nuovo, bisogna cambiare gli addendi, almeno uno.

Nello stesso modo, per ottenere ciò che ancora non abbiamo dobbiamo fare ciò che ancora non abbiamo fatto.

Ecco quindi un gioco, leggero ma non superficiale: 28 parole chiave, 28 piccole sfide quotidiane per accompagnarvi in un mese di benessere e cambiamento, con ironia.

Se vi va, raccontate le vostre esperienze con il gioco nei commenti.

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Giorno 1: Gratitudine – Fai una lista scritta delle cose per cui sei grato nella tua vita.

Giorno 2: Miglioramento – Scrivi tre cose che vorresti cambiare di te stesso. Nel farlo, cerca di volgere le frasi in positivo e non in negativo. Ad esempio, non scrivere “non vorrei più avere paura di…” ma scrivi “vorrei avere il coraggio di…”.

Giorno 3: Mutamento – Individua una tua abitudine che vorresti cambiare, formula un proposito e mantienilo per tutto il mese. E’ meglio un proposito piccolo e circoscritto, ma realistico, che pensi davvero di poter portare avanti, piuttosto che un obiettivo ambizioso, a cui però prevedi che facilmente verrai meno. Ad esempio, “non mangerò più dolci dopo cena” è meglio di “non mangerò più dolci”, e “non dedicherò ai social network più di mezz’ora al giorno” è meglio di “mi cancellerò da Facebook”.

Giorno 4: Prospettiva – Scrivi una lettera a te stesso di 20 anni: parlagli di te oggi, digli cosa pensi di lui, dagli dei consigli.

Giorno 5: Liberati di ciò che non serve – Individua nella tua casa almeno 5 oggetti che non usi da più di un anno ed eliminali. Possono essere anche oggetti decorativi che non ti piacciono.

Giorno 6: Posti nuovi – Vai in un posto in cui non sei mai stato. Non deve essere per forza un luogo lontano: può essere anche nella tua città o paese. Può essere un’attrazione turistica, un edificio pubblico, un locale o un luogo naturale.

Giorno 7: Coltiva le tue relazioni – Telefona a un amico o un parente che non senti da più di un anno. Non mandare un messaggio o una e-mail, chiama.

Giorno 8: Rabbia – Pensa ad una cosa che ti ha fatto arrabbiare nell’ultima settimana, e domandati quanta importanza avrà questa cosa tra una settimana. Se pensi che ne avrà ancora molta, chiediti quanta ne avrà tra un mese, o tra un anno.

Giorno 9: Contatta il tuo bambino interiore – Riguarda il film o il cartone animato che era il tuo preferito quando avevi 10 anni. Se quando avevi 10 anni non eri solito guardare film o cartoni, riguarda il primo film di cui hai memoria che ti sia piaciuto moltissimo.

Giorno 10: Orgoglio – Pensa all’azione da te compiuta finora che ti rende più felice e fiero di te stesso, scrivila su un bigliettino e portalo con te fino alla fine del mese.

Giorno 11: Ricordi felici – Riguarda alcune vecchie foto di momenti felici a tua scelta, purché siano di almeno 5 anni fa.

Giorno 12: Amati per come sei – Individua almeno 5 parti del tuo corpo o elementi del tuo aspetto fisico che ti piacciono davvero molto.

Giorno 13: Fai pulizia – Scorri la lista dei tuoi contatti su uno dei social network ed eliminane alcuni. Puoi rimuovere dai contatti persone a cui non tieni, o che hai conosciuto in ambienti nei quali non ti riconosci più, o con cui comunque non vorresti condividere nulla nella vita reale. Se non utilizzi nessun social network, fai lo stesso con la rubrica del tuo telefono.

Giorno 14: E’ un giorno speciale – Comportati come se fosse un giorno di festa. Vestiti più elegante del solito qualsiasi siano i tuoi programmi. Apparecchia la tavola con le stoviglie delle grandi occasioni. Mangia il tuo piatto preferito.

Giorno 15: Attenzione per chi hai intorno – Pensa a un amico, un parente o un collega che sta attraversando un momento difficile o è solo e dedicagli un po’ di tempo: puoi chiamarlo, prendere un caffè con lui, andare a trovarlo o invitarlo a casa tua.

Giorno 16: Abbi cura di te – Dedica almeno mezz’ora alla cura del tuo corpo, se non lo fai abitualmente. Ad esempio puoi fare un lungo bagno, usare prodotti di bellezza se ti piacciono, andare a farti fare un massaggio, oppure divertirti a sperimentare qualcosa di nuovo col trucco, coi capelli o con la barba.

Giorno 17: Prova cose nuove – Quasi tutti i centri sportivi consentono una prova gratuita delle loro attività in qualsiasi momento dell’anno: partecipa ad una lezione di ballo, sport, yoga o arti marziali a tua scelta. Dev’essere un’attività che non hai mai praticato prima, e non importa se dopo oggi non la praticherai mai più.

Giorno 18: Paura – Individua la tua più grande paura, scrivila sullo specchio del tuo bagno con una matita per il trucco o un pennarello lavabile e guarda per un momento il tuo viso coperto dalla scritta. Ora domandati di cosa avresti bisogno per superare la paura, o per ridurre la sua influenza sulla tua vita. Se non ti viene in mente niente, pensa alla più grande paura di quando avevi 7 anni e a come hai fatto a vincerla: questo dovrebbe darti alcuni spunti che si possono adattare alla situazione attuale. Quando hai trovato il modo per combattere la tua paura, pulisci lo specchio e guarda per un momento il tuo viso libero dalla scritta.

Giorno 19: Natura – Cerca un contatto con la natura. Puoi soffermarti a guardare l’alba, il tramonto o semplicemente il cielo a qualsiasi ora; puoi recarti in un luogo naturale che ti piace, se ne hai il tempo; se sei in città, puoi modificare il tragitto che percorri per andare a scuola o al lavoro in modo da attraversare un parco. Se abiti vicino al mare, a un fiume o un lago, soffermati a osservare l’acqua.

Giorno 20: Ridi – Fai in modo da ridere a crepapelle per almeno 5 minuti, possibilmente insieme ad un’altra persona. Guardate un film, un monologo o dei video molto divertenti, fatevi il solletico, realizzate fotomontaggi buffi con ritagli di riviste, fate scherzi: voi sapete cosa vi diverte di più. Vale tutto ciò che non danneggia qualcun altro.

Giorno 21: Porta a termine le questioni in sospeso – Individua una questione o un compito che rimandi da tanto tempo e portalo a compimento. Può trattarsi di una piccola riparazione in casa o alla macchina, di un caffè con qualcuno, di una telefonata, di un acquisto o di qualsiasi altra cosa.

Giorno 22: Progetto – Pensa ad un obiettivo che vorresti raggiungere quest’anno e ad almeno 5 azioni che puoi fare per avvicinarti ad esso. Compi queste azioni appena puoi.

Giorno 23: Coltiva la tua ambizione – Se non l’hai mai fatto prima, fai una ricerca su Internet per scoprire con quali personaggi famosi o storici condividi la data del compleanno. Informati su ciò che fanno, sui loro meriti artistici, scientifici, civili o di altro tipo. Non fare confronti deprimenti tra te e loro, ma al contrario lascia che la tua ambizione, la tua voglia di migliorarti, di fare cose nuove e di coltivare i tuoi talenti ne escano rafforzate.

Giorno 24: Mostra affetto – Abbraccia con vero affetto e trasporto almeno una delle persone con cui vivi. Se vivi da solo, fai lo stesso con la persona che senti più vicina a te.

Giorno 25: Costanza – Ripensa al proposito che hai formulato il giorno 3 e fai mentalmente un bilancio di com’è andata. Puoi modificare il proposito al rialzo o al ribasso.

Giorno 26: Ancora costanza – Rileggi quanto hai scritto il Giorno 2 e domandati se hai fatto passi avanti nei tre cambiamenti che ti sei prefissato. Se la risposta è no, mostra ciò che hai scritto alla persona che ami di più e chiedile di aiutarti.

Giorno 27: Il viaggio conta più della meta – Osserva i luoghi che attraverso mentre compi un tragitto abituale, ad esempio verso la scuola o il lavoro, e nota almeno un dettaglio a cui non avevi mai fatto caso.

Giorno 28: Ti voglio bene – Dì o scrivi “ti voglio bene” ad almeno due persone.

 

 

LA DISFUNZIONE ERETTILE PSICOGENA – PARTE II: ALCUNI CONSIGLI

In un precedente articolo (potete leggerlo qui) ho provato ad illustrare, senza la pretesa di essere esaustiva,la disfunzione erettile di origine psicogena e le diverse dinamiche e situazioni che possono esserne alla base.

Stavolta vorrei dare alcune idee e spunti utili per le coppie che vivono questa situazione. Sia l’uomo che porta il problema, sia la persona al suo fianco, infatti, possono avere un ruolo ugualmente importante.

Naturalmente non c’è a maggior ragione alcuna pretesa di esaustività, e questi consigli generali non possono sostituire un vero percorso terapeutico personale.

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– Affrontate il problema

Anche se una parte dei disturbi sessuali in genere è transitoria e si risolve spontaneamente, la disfunzione erettile, soprattutto in età giovane, comporta un significativo calo della qualità della vita. Ogni uomo che ne soffre merita quindi di risolvere il problema nel modo migliore e più rapido possibile, e questo comporta prendere in mano attivamente la situazione, piuttosto che aspettare che la tempesta passi.

Questo talvolta è reso più difficile dalle tipiche affermazioni che si sente rivolgere, o rivolge a se stesso, chi soffre di un qualsiasi disturbo psicosomatico: “è solo una tua fisima”, “basta che non ci pensi”, “è solo nella tua testa” e frasi simili contengono l’idea che quando un disturbo non è di natura fisica sia meno reale. Anche quando questi messaggi vengono espressi con le migliori intenzioni, hanno implicazioni svalutanti e banalizzano il vissuto di chi porta il problema.

Non lasciatevele rivolgere, non rivolgetele a voi stessi e non rivolgetele al vostro compagno se lui soffre di disfunzione erettile.

Affrontare il problema diventa particolarmente importante se si considera che la probabilità di risolverlo è tanto più alta quanto prima si interviene, mentre tutto diventa più difficile se si lascia che la disfunzione si incisti per mesi o addirittura anni.

– Create le condizioni ottimali

Può darsi che ci sia qualcosa di concreto nelle vostre abitudini sessuali che ostacola la serenità del rapporto, sarà allora utile scoprire cos’è e cambiarlo.

Alcune coppie, oberate dai ritmi frenetici della vita quotidiana, non riescono a dedicarsi ai momenti intimi con sufficiente calma e tranquillità: la fretta imprime all’incontro un’ansia e una necessità di “efficienza” che rischiano di produrre l’effetto contrario. Se questo è il vostro caso, chiedetevi quanto la vostra intimità sia più importante per voi di altre attività, e dedicate ad essa un tempo maggiore e migliore di conseguenza.

Altre coppie sono penalizzate dal non aver ancora trovato il metodo contraccettivo più adatto a loro. I metodi contraccettivi efficaci e sicuri sono i prodotti a base di ormoni, in pillole o in cerotti, e il profilattico, quest’ultimo è inoltre l’unica protezione contro le malattie a trasmissione sessuale. Accorgimenti approssimativi come il coito interrotto non sono sufficienti, e il permanere della paura di una gravidanza o di un contagio può alimentare la disfunzione erettile.

Ogni metodo contraccettivo è diverso ed ha i suoi pro e contro: valutateli, provatene diversi, cercate informazioni corrette e affidabili presso il vostro consultorio, parlatene e scegliete insieme.

– Liberatevi dei “terzi incomodi”

Chi mai riuscirebbe ad avere un rapporto sessuale in presenza di altre persone che osservano la scena, a parte i pornoattori? Forse nemmeno loro, se quelle altre persone fossero un capo che li rimprovera, un commercialista che rammenta insistentemente la scadenza di un pagamento o una madre che sottolinea quanto sia sbagliato secondo lei avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio.

Per molte coppie che soffrono di disfunzione erettile il problema è proprio questo, ovviamente in senso metaforico. Qualcuno o qualcosa è psichicamente presente nella camera da letto e disturba l’intimità della coppia.

Può essere un pensiero intrusivo da cui non si riesce a prendere le distanze nemmeno nel momento dell’incontro erotico: ad esempio pressioni lavorative o incombenze quotidiane, con l’ansia e il senso di impotenza che possono trasmettere. A volte, un altro legame è così forte da invadere spazi e momenti che vorrebbero essere dedicati alla persona amata. Un genitore iper-affettivo e controllante può restare presente nella mente del figlio al punto da invadere i suoi momenti intimi con proibizioni, messaggi svalutanti e paure.

E’ necessario lasciare tutto ciò fuori dalla camera da letto. Se questo risulta particolarmente difficile, è probabile che ci sia bisogno di regolare i conti con tali pensieri o relazioni in altri spazi e momenti.

– Rassicuratevi reciprocamente

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, la disfunzione erettile è accompagnata molto spesso da un crollo dell’autostima e da un senso di inadeguatezza in entrambi i membri della coppia.

Questi vissuti infatti, oltre a colpire comprensibilmente l’uomo con disfunzione erettile, toccano anche l’altra persona, che si trova a dubitare di essere amata e desiderata.

Entrambi possono vivere un’intensa paura di essere rifiutati, abbandonati o sostituiti.

E’ quindi molto importante per entrambi rassicurare ed essere rassicurati sul fatto che quanto sta accadendo non toglie nulla a ciò che provate reciprocamente e alla vostra relazione, sia essa una divertente avventura sospinta dall’attrazione, una storia d’amore in evoluzione o un matrimonio su cui si punta l’intera vita.

Entrambi non dovreste ingigantire il problema o comportarvi come se si trattasse di un fallimento e di una delusione irreparabile.

– Siate protagonisti, non registi

In questo momento sono due le vostre principali nemiche: l’idea che il rapporto sessuale sia una “prestazione” da effettuare al meglio, e la tendenza ad auto-osservarvi criticamente e con ansia.

Paradossalmente, per poter tornare ad avere un rapporto sessuale soddisfacente per voi e per l’altra persona, avete bisogno di non sentire il bisogno di soddisfare nessuno. Ogni minima parte di voi e di questo incontro erotico va bene così com’è.

Nel momento in cui si verifica un intoppo in ciò che solitamente avviene in modo del tutto spontaneo, è molto probabile che si entri in uno stato di iper-vigilanza, in cui l’uomo è assorbito dall’osservazione preoccupata delle proprie reazioni corporee, dalla paura di non farcela e da molti altri pensieri. E’ quasi come se invece di vivere questo momento, lo guardaste dall’esterno, come un regista esigente che ha scarsa fiducia e stima dell’attore protagonista.

Dovreste invece lasciare da parte tutto ciò e concentrarvi sul vivere le vostre sensazioni. Immergetevi nell’esperienza erotica anziché osservarla e osservarvi criticamente.

– Rivolgetevi ad uno specialista

Nel precedente articolo abbiamo parlato delle aspettative stereotipate di cui sono vittime gli uomini: queste comprendono anche l’idea che un uomo debba sempre “essere forte” e che ciò significhi “farcela da solo”. Spesso, però, chiedere aiuto non significa essere deboli, e la più grande dimostrazione di forza è fare ciò che è meglio per noi indipendentemente dal giudizio degli altri.

E’ comprensibile che ci si senta in imbarazzo a parlare di un problema sessuale con una persona sconosciuta, ma ci sono molte cose che uno psicologo o uno psicoterapeuta possono fare per aiutarvi a risolverlo.

Esiste un metodo chiamato terapia mansionale integrata, basato su quelli che potremmo chiamare “esercizi” sessuali da fare in coppia, diversificati a seconda del tipo di problema e in grado di aiutare le persone ad avere o riavere una vita sessuale soddisfacente.

E’ inoltre possibile lavorare su alcuni specifici aspetti psicologici che generano o alimentano la disfunzione erettile, ad esempio un’eccessiva tendenza all’autocritica o una precedente delusione sentimentale non ancora del tutto superata.

Talvolta, questo passo può essere uno stimolante e sorprendente trampolino di lancio per un lavoro terapeutico più approfondito e completo sulla vostra persona, la vostra storia di vita e il vostro mondo emozionale, che vi porterà a crescere e conquistare una consapevolezza e un benessere che vanno al di là dell’ambito sessuale.