PAURE E FOBIE – PERCHE’ LE ABBIAMO E QUALCHE CONSIGLIO PER SUPERARLE

Quando si parla di paura, è necessario fare una premessa molto importante: la paura è un’emozione sana e utile, senza la quale né le persone, né l’intera specie umana, né gli animali potrebbero mai sopravvivere.

Grazie alla paura siamo in grado di evitare i pericoli in modo più rapido ed efficace di quanto il pensiero razionale ci permetterebbe.

Così come la paura aiutava gli uomini primitivi a proteggersi dagli animali pericolosi, aiuta noi oggi a scansarci istantaneamente per evitare di essere investiti da un tram, a decidere di sottoporci a esami medici per diagnosticare in anticipo eventuali malattie e ad usare prudenza quando camminiamo in montagna.

Molte persone, però, in verità più di quante si potrebbe pensare, hanno paure che creano loro più problemi di quanti ne risolvano, e pongono loro limitazioni piccole o grandi nella vita quotidiana.

Si parla di fobia quando la paura è legata a qualcosa di molto specifico, come un determinato animale, oggetto o situazione, ed è apparentemente immotivata ed eccessiva, non commisurata all’oggettiva entità del pericolo, ammesso che ci sia.

Ma perché abbiamo paure che noi stessi consideriamo assurde? Cos’è quella sensazione viscerale e invincibile che ci attanaglia di fronte a qualcosa che la maggior parte delle persone considera normale, come guidare o prendere l’ascensore, o perfino gradevole, come i cani o i pagliacci?

Le ipotesi che sono state proposte per spiegare questi misteriosi risvolti della mente sono molte e affascinanti, e forse nessuna è esaustiva.

Secondo Freud tutte le fobie sono riconducibili al bisogno di delimitare e rendere gestibile una generale e pervasiva angoscia esistenziale, “legandola” a un oggetto specifico: in questo modo, di fronte all’oggetto interessato abbiamo smisurate reazioni di paura, ma per il resto del tempo, quando non siamo a contatto con esso, la psiche è libera dall’angoscia.

E’ poi esperienza comune che molte fobie, soprattutto quelle nei confronti di un animale, derivano da esperienze sgradevoli e spaventose avute durante l’infanzia proprio con quell’animale, anche se magari la persona non se ne ricorda.

Alcuni sostengono che le paure si possano anche trasmettere attraverso le generazioni, a causa di esperienze traumatiche, spesso collettive: potrebbe essere il caso dell’inquietudine che molti provano alla vista delle bambole di porcellana, che con i loro tratti infantili, il pallore e la fissità del volto richiamano il dolore straziante della morte di un bambino, una disgrazia che fino a pochi decenni fa non risparmiava quasi nessuna famiglia.

A un livello ancora più arcaico e profondo, alcune paure sono radicate in esperienze universali fin dall’inizio dei tempi: il buio è sempre stato il luogo dell’ignoto, dove potevano nascondersi belve feroci o nemici armati, dove ogni passo era incerto e dove l’uomo non aveva alcun controllo fino all’invenzione della luce elettrica, recentissima in confronto alla storia dell’evoluzione.

Le fobie, insomma potrebbero essere definite per così dire come un eccesso di legittima difesa da parte della nostra psiche.

Come fare, allora, per liberarci dalle paure e dalle fobie che diventano ostacoli per la nostra vita?

Paura

– Accettati per come sei

Può essere molto frustrante e imbarazzante per una persona adulta avere paura del buio, degli uomini travestiti da Babbo Natale o dei gatti, ma il primo passo per sconfiggere la paura è lo stesso che vale praticamente per qualsiasi problema: riconoscerla e accettarla, senza negarla di fronte a se stessi.

– Distingui le tue paure

Come abbiamo già detto, la paura di per sé è un’emozione sana, vitale e preziosa. Fate chiarezza dentro di voi e distinguete le fobie che ostacolano la vostra vita dalla paura che vi aiuta a proteggere la vostra sicurezza e benessere, non solo in senso fisico. Siate grati per quest’ultima al vostro corpo e agli strati più profondi della vostra psiche. Il coraggio non è l’assenza di paura, e non è tanto meno la spavalderia di chi si sente invincibile e senza limiti.

– Non lasciarti giudicare

Essere pieni di paure e atteggiarsi come se non se ne avesse alcuna sono solo due modi diversi di affrontare le stesse insicurezze, presenti in ognuno di noi.

Tutti abbiamo paura di qualcosa, e tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con la più grande delle paure, quella della morte. La paura è qualcosa di universale da cui nessuno è esente, anche se a molti piace pensare di poterlo essere.

Non vergognatevi delle vostre fobie e non permettete agli altri di giudicarvi a causa di esse. Potrebbero deridervi, se ciò li fa sentire più forti per un momento, ma questo riguarda loro e non voi.

– Trova il tuo ritmo

Per sconfiggere una fobia non esiste la ricetta perfetta valida per tutti in qualsiasi situazione. Conoscendo voi stessi scoprirete qual è il modo e il tempo più giusto per voi nell’affrontare ciò che vi spaventa.

C’è chi sente il bisogno di un’esperienza radicale, di un contatto estremo con l’oggetto della paura: vi spaventano le altezze? Fate un giro sul Big One di Blackpool, Inghilterra, una montagna russa alta 65 metri senza spallacci di sicurezza; il disgusto che provate per i piccioni è così forte da darvi la tachicardia? Fatevi una foto al centro dell’iconica Piazza San Marco a Venezia in una giornata di sole.

Quando sarete sopravvissuti a questa esperienza, perché di certo sopravviverete, avrete un’idea molto ridimensionata di ciò che vi faceva paura, e vi renderete conto in pieno della vostra reale forza e capacità di tolleranza.

Questo tipo di “terapia d’urto”, però, non è per tutti l’idea migliore. Se non fa al caso vostro, non forzatevi inutilmente. Un approccio graduale potrebbe essere più adatto a voi.

L’importante è fare come quando si va in bicicletta: essere sempre in movimento, perché da fermi non si può stare in equilibrio. Se davvero la vostra paura vi fa soffrire e vi crea problemi, fate costantemente qualche passo, per quanto piccolo, un po’ fuori dalla vostra zona di comfort.

– Trova la tua guida

Tutti, per fortuna, troviamo nella vita delle oasi di pace. Può trattarsi di una persona che ci fa sentire al sicuro, di un bel ricordo, di un’attività che amiamo fare, di un ambiente in cui ci sentiamo davvero bene.

Questi elementi possono aiutarci ad affrontare una situazione che ci fa paura.

Non importa quanti anni avete, se siete donna o uomo, o quanto sia elevata la vostra posizione lavorativa: se la persona che vi trasmette sicurezza è davvero degna della stima e della fiducia che riponete in lei, non vi deriderà alla richiesta di accompagnarvi dal dentista.

Quando non è possibile farvi materialmente accompagnare da una persona, potreste  ricorrere a dei “trucchetti” solo in apparenza frivoli: trovate un piccolo oggetto che simboleggi ai vostri occhi la persona, il ricordo, l’attività o il luogo che vi fa sentire sicuri, e portatelo con voi.

State impazzendo all’idea che dovrete parlare in pubblico, e vorreste sentirvi a vostro agio come quando suonate la chitarra nella vostra band storica e non dovete aprire bocca? Portatevi in tasca il vostro plettro nel giorno fatidico.

Prendere l’autostrada vi terrorizza, e non vi capacitate di come ciò sia possibile visto che siete così coraggiosi da andare ad arrampicare ogni settimana? Nessuno farà caso al vostro moschettone fortunato appeso a un passante della cintura.

Il senso di questi piccoli riti non è di tipo scaramantico o pseudo-magico, ma è di mantenervi in contatto con quella parte di voi stessi che possiede la forza e la sicurezza necessarie per affrontare la situazione. Da qualche parte in voi il coraggio lo avete: l’oggetto sarà per voi come il sassolino con cui Pollicino riesce a ritrovare la strada di casa nella fiaba. E se la cosa vi sembra stupida o infantile, che importa? Nessuno lo saprà a parte voi. E poi, una volta affrontata con successo la situazione e testata la vostra forza, in seguito potrete tranquillamente fare a meno anche del vostro piccolo accompagnatore silenzioso.

– Trova il senso

A volte anche ciò che sembra totalmente irrazionale ha un senso. Scoprirlo vi aiuterà a decidere cosa fare della vostra paura. Qual è il suo significato nascosto, il suo scopo indiretto?

Talvolta, ad esempio, la paura delle giostre o di varie attività moderatamente rischiose come lo sci, il pattinaggio e le acrobazie implica la paura di lasciarsi andare, perdere il controllo e fidarsi dell’altro, del nostro corpo o della parte più istintiva di noi stessi. E’ utile allora chiederci se anche nelle relazioni importanti e nel nostro rapporto col mondo abbiamo bisogno di mantenere sempre il controllo, oppure abbiamo paura di “buttarci” nei cambiamenti e nelle novità, o magari ci sentiamo così fragili da credere che “una caduta” ci sarebbe fatale.

Per fare un altro esempio, è frequente che la paura di prendere l’aereo o altri mezzi di trasporto “protegga” chi ce l’ha dalla possibilità di allontanarsi troppo dal conosciuto, dalle figure genitoriali o da una routine con la quale, pur di ottenere rassicurazione, ci si identifica fino a lasciarsi da essa definire.

Anche se una parte di noi proclama con forza di volere il distacco, la novità, l’indipendenza, un’altra parte ha paura di queste cose, e inconsciamente risolviamo il conflitto spostando la paura sul mezzo di trasporto da prendere, ed eliminiamo così la responsabilità della nostra scelta.

La tanto diffusa paura di sostenere gli esami universitari poi, a causa dell’ansia, porta molti studenti a dare effettivamente prestazioni inferiori alle loro possibilità, rafforzando la paura stessa in un circolo vizioso apparentemente impossibile da spezzare. Spesso dietro a questa situazione si nasconde una più generale paura diventare adulti, di misurarsi con le sfide e le responsabilità della vita autonoma. Impedendo di arrivare alla laurea, la paura di dare gli esami “serve” allora a proteggere il giovane da una paura più grande.

Arrivare tanto in profondità nella comprensione delle nostre paure può essere difficile e doloroso, ma se ci riusciamo, il risultato sarà una crescita interiore più ampia. Riuscire finalmente ad affrontare la situazione che ci spaventa sarà una conseguenza indiretta di ciò, quando non avremo più bisogno della nostra fobia, perché avremo affrontato il conflitto che la generava.

Talvolta, per raggiungere questa meta può essere utile l’aiuto di uno psicologo.

E se vi sembra stupido andare dallo psicologo per superare una paura che vi sembra a sua volta stupida, pensate a quanto potrebbe essere intelligente l’idea di stare finalmente meglio e liberarvi da ciò che ostacola la vostra vita.

DOMANDE IMBARAZZANTI I – MAMMA, COME SONO NATO IO?

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“Si vedano una buona volta i bambini per come sono, e non per come vorremmo che fossero, e nell’educarli si segua la linea di sviluppo dettata dalla natura, invece di dar retta a morte prescrizioni.”

Jung scriveva queste parole già più di 100 anni fa, riferendosi al desiderio dei bambini di sapere da dove vengono, qual è l’origine della vita e come funziona il mistero della nascita.

Il famoso maestro della psicologia, una delle menti più geniali del ventesimo secolo, nondimeno giungeva a questa conclusione solo in seguito alla propria esperienza di genitore, molto simile a quella di chiunque.

Il presentarsi di queste domande è uno dei momenti più importanti dello sviluppo di ogni bambino: un atteggiamento corretto e una buona risposta da parte dei genitori in questo frangente possono fare davvero molto per prevenire disagi profondi e gettare le basi di uno sviluppo affettivo sereno.

Quello che a noi può sembrare solo un momento imbarazzante a cui porre fine nel modo più rapido possibile, è in realtà una preziosa occasione per trasmettere al bambino un messaggio che resterà con lui per tutta la vita, fissato negli strati più profondi del suo essere come una gemma grezza nelle viscere della terra.

Ma che cosa sono la sessualità e la procreazione per noi? A ben vedere, uno dei motivi per cui le domande dei bambini su questi temi sono così imbarazzanti è perché ci costringono a confrontarci con noi stessi e a metterci in gioco con loro.

Ecco alcuni consigli per affrontare bene il tanto temuto dialogo con i nostri figli sulla sessualità.

– Assecondate le loro domande

Aprire voi per primi il discorso, magari con l’atteggiamento di chi ha deciso di tenere una lezione, o con quello di chi vuole togliersi un peso dal cuore, potrebbe paradossalmente generare imbarazzo e rifiuto nel bambino. Aspettate che sia lui o lei a fare domande, mantenendo nel frattempo un atteggiamento di base aperto e disponibile: lasciate loro intendere che possono chiedere senza paura e che le loro domande troveranno accoglienza.

– Prendete la cosa sul serio, ma con leggerezza

Probabilmente, prima di arrivare a porvi le fatidiche domande sull’origine della vita, vostro figlio ci ha rimuginato a lungo e ha faticato non poco a trovare il coraggio e le parole.

Non ridete delle congetture che può aver fatto e che potrebbe raccontarvi, per quanto assurde siano.

Non minimizzate l’importanza di questo momento e non siate sbrigativi: se le domande arrivano proprio in un momento inopportuno, spiegate che preferite rimandare il discorso alla sera o ad un momento tranquillo, più vicino possibile, proprio perché è importante e non volete snocciolarlo in un momento di fretta e trambusto.

Allo stesso tempo, non inquietatevi più del necessario o il bambino lo intuirà e si sentirà a disagio a sua volta. Bastano poche parole semplici e sincere, che trasmettano quanta gioia e quanto amore c’è all’origine della vita.

– Create intorno alla sessualità un clima sereno

I bambini intuiscono, associano, collegano molto più di quanto immaginiamo, e spesso le loro congetture possono essere peggiori della realtà, se percepiscono intorno ai temi della sessualità un alone di vergogna, disgusto e disprezzo.

Abbiate e trasmettete un atteggiamento sereno intorno alle piccole cose che costellano la sessualità.

Ad esempio, creare un senso di proibito intorno alla nudità non farà che aumentare la curiosità, ma anche la paura e il sospetto nei bambini. Non è necessario evitare a tutti i costi che i vostri figli vedano nudi voi o i loro fratelli: sarà un’occasione per spiegare le differenze anatomiche tra maschi e femmine come il dato di fatto naturale ed utile che sono.

Se capita di vedere due animali che si accoppiano, non esprimete disgusto o scandalo davanti al bambino.

Non è necessario nemmeno che vi precipitiate a cambiare canale non appena la televisione mostra un accenno di scena erotica, magari sottolineando la cosa con un “non è roba per te!” pronunciato con tanta concitazione da sembrare un rimprovero.

E se la vista di un seno nudo potesse traumatizzare un bambino, non credete che Madre Natura avrebbe fatto in modo che il latte sgorgasse dalla punta dei pollici, o magari da un bel foro sulla fronte come quello delle balene?

Spesso l’imbarazzo deriva da una malizia che i bambini non hanno ancora.

I vostri figli, non sapendo cos’è la sessualità, devono impararlo da voi: comunicategli che è qualcosa di sporco e scandaloso, e ne avranno paura e la vivranno con profondo conflitto; comunicategli che è qualcosa di molto sano e naturale, e cresceranno con un atteggiamento sereno.

– Non mentite

Primo: quando sarete inevitabilmente smascherati il bambino potrebbe sentirsi tradito e perdere la profonda fiducia in voi. Secondo: non ce n’è bisogno.

Cicogne, cavoli, api e fiori hanno fatto il loro tempo e non sono una spiegazione adeguata nemmeno per i bambini più piccoli. Per non parlare dell’orribile espressione che si usava fino a poco tempo fa, “comprare un bambino”: ricordo di aver passato qualche giorno tormentata dall’immagine di neonati vivi sul bancone del macellaio sotto casa o tra le casse del fruttivendolo di fiducia, in attesa di essere pesati, imbustati in un sacchetto di plastica e pagati da donne sorridenti ed emozionate, prima di decidermi a chiedere chiarimenti ai miei genitori in merito a questa agghiacciante frase che avevo sentito in giro.

Per quanto piccolo sia il vostro bambino, se è arrivato a fare domande allora esiste una parte di verità che è pronto ad accettare: basta saperla offrire con le parole giuste.

– Ogni cosa a suo tempo

E’ importante calibrare quanto dire e come dirlo in base all’età e al grado di maturità del bambino. Ovviamente non è possibile stabilire a priori una sorta di “tabella di marcia” con indicazioni esatte sul da farsi a ogni età precisa: ogni bambino è diverso, e nessuno conosce vostro figlio meglio di voi.

Esiste un tempo in cui già solo sapere che i bambini crescono nella pancia della mamma rassicura. Ben presto ci si domanda come ci entrano e come ne escono: esiste allora un tempo in cui basta la scoperta che i bambini arrivano quando la mamma e il papà “si coccolano”, e viene poi un tempo in cui sono richiesti maggiori dettagli riguardo alle “coccole dei grandi”.

E se i piccoli reagiscono alle vostre spiegazioni con espressioni di disgusto o con affermazioni categoriche del tipo “io non lo farò mai!”, non allarmatevi. Date loro il tempo di elaborare le informazioni ricevute, e non temete: spesso il silenzio può fare molti più danni delle parole.

Quando poi i bambini diventano più grandi, il diritto di sapere diventa sempre più stringente.

Permettere ad una ragazzina di sperimentare le sue prime mestruazioni senza sapere di cosa si tratta, nel terrore che qualcosa di orribile e inspiegabile le stia accadendo, è una delle peggiori forme di violenza che le donne della sua famiglia possono farle.

Quando si avvicina la fine delle scuole elementari e l’inizio delle scuole medie, l’emergere della pubertà e delle pulsioni sessuali porta in primo piano questo discorso tra i ragazzini, e tutto ciò che i vostri figli ancora non sanno, rischiano di scoprirlo dai compagni con parole e modi probabilmente meno attenti e adeguati di quelli che potreste usare voi, con l’effetto collaterale di sentirsi inadeguati e derisi dai compagni meglio informati.

– Serenità è equilibrio

Alcuni genitori pensano che evitare di parlare della sessualità ai figli, o trasmettere loro un atteggiamento di vergogna e scandalo verso di essa impedirà loro di vivere una sessualità precoce e di crescere troppo disinibiti nei confronti delle esperienze sessuali; li proteggerà quindi dai rischi di gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili e, anche nella nostra cultura sedicente moderna e libera, disprezzo sociale nel caso delle ragazze.

In realtà, la mancanza di conoscenza è proprio ciò che espone maggiormente al rischio, lasciando l’adolescente impreparato/a al punto da non avere possibilità di discernimento e di scelta. Sono tristemente noti, anche in tempi recenti, casi estremi di ragazze giovanissime, anche di 13 o 14 anni, rimaste incinte perché totalmente ignare di cosa fosse il rapporto sessuale e che fosse proprio quello il modo in cui vengono al mondo i bambini.

Comunicare serenità, apertura e gioia intorno alla sessualità non significa rinunciare ad insegnare a viverla con un atteggiamento equilibrato e responsabile. L’importante è aiutare i vostri figli a raggiungere quella sicurezza di sé, che consente ad esempio di dire no senza sentirsi “sfigati” e inadeguati, di non transigere sull’uso del preservativo, e in definitiva di essere padroni e padrone del proprio corpo.

I PREGIUDIZI CONTRO I MIGRANTI: COSA POSSONO DIRCI GLI ESPERIMENTI PIU’ CELEBRI DELLA PSICOLOGIA

Esiste una branca della psicologia, detta “psicologia sociale”, che nacque a metà del ‘900 con il dichiarato intento di rispondere a una domanda ben precisa: come è stato possibile che interi popoli siano arrivati ai livelli di crudeltà, distruttività e orrore inauditi della seconda guerra mondiale e dell’olocausto? Non a caso molti dei pionieri della psicologia sociale erano americani di origini ebraiche fuggiti da un’Europa che li aveva scelti come bersagli di una violenza tanto deliberatamente pianificata quanto inspiegabilmente arbitraria.

La psicologia sociale ci dà strumenti ancora oggi utili per capire cosa sono i pregiudizi e il razzismo, e perché spesso un’informazione corretta ed oggettiva è poco o per nulla utile a scardinarli, in quanto viene recepita solo da chi ha già la mente aperta e rifiutata da chi ne avrebbe più bisogno.

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– Categorizzazione

La mente umana tende naturalmente a classificare l’infinita complessità del mondo esterno in categorie, che rendono comprensibile la realtà, la semplificano e la rendono prevedibile. Raggruppiamo gli elementi simili tra loro in categorie e creiamo schemi intorno a ogni oggetto, situazione, persona o gruppo di persone. Questa non è di per sé una cosa negativa: se non facessimo così, la nostra vita sarebbe un faticosissimo e angosciante procedere a tentoni in una realtà totalmente imprevedibile e frammentata, dove dovremmo ricominciare ogni giorno da zero senza poter fare affidamento su alcun punto di riferimento.

Cosa succede però se le categorie e gli schemi che utilizziamo per raccapezzarci nel mondo non derivano dalla nostra esperienza personale o da fatti oggettivi, ma da un sentito dire fatto di idee preconcette e paure antiche che ci portiamo dietro da millenni?

Cosa succede se nello schema associato alla categoria di “africani” facciamo rientrare indebitamente le caratteristiche di “sporco”, “disonesto”, “criminale” o “malato” al di fuori di qualsiasi fondamento razionale?

La paura di ciò che è diverso e il bisogno di trovare un capro espiatorio ai problemi di una comunità sono tendenze connaturate all’umanità fin dalla notte dei tempi, sono il rovescio della medaglia della necessaria tendenza a schematizzare il mondo.

– Dissonanza cognitiva

Già negli anni ‘50 del ‘900 Festinger giunse a formulare e convalidare tramite una serie di esperimenti una lucida analisi del funzionamento razionale della mente umana, riassumibile così: per evitare appunto la “dissonanza cognitiva” e lo stress che ne consegue, tendiamo non solo a crearci degli schemi di aspettative rispetto alla realtà e alle persone, ma anche a ignorare o rifiutare le esperienze e le informazioni che contrastano con questi schemi, per evitare lo sforzo di rinunciarvi o di modificarli.

Pur di difendere le nostre certezze, poco importa se effettive o fittizie, evitiamo tutto ciò che potrebbe disconfermarle: ad esempio, chi nutre avversione per i migranti probabilmente rifiuta tutte le informazioni e le esperienze che potrebbero smontare la sua convinzione che siano un peso, che ogni euro speso per l’accoglienza sia tolto ai pensionati e alle famiglie indigenti, o che vi siano differenze talmente profonde tra “noi” e loro” da rendere impossibile qualsiasi relazione. Non è questa la sede per confutare queste opinioni tramite informazioni oggettive, per quanto facilmente potrei farlo: qui mi preme piuttosto mostrare come mai la mente delle persone vi si appiglia così potentemente.

La tensione a mantenere le nostre posizioni e ad evitare di modificare i nostri schemi è così forte da poterci privare di intere porzioni di esperienza: chi ha un’opinione negativa dei migranti difficilmente stringerà amicizia con una persona africana, confermando così a priori la propria paura, in un circolo vizioso che conduce a una perdita di contatto con la realtà.

Mi limito ad accennare al fatto che, se spinto agli estremi, questo meccanismo di rigido evitamento della dissonanza fino a una disconnessione da una genuina relazione col mondo è tra i fattori essenziali della schizofrenia: e in effetti certi articoli di cronaca, e ancor più certi commenti che li accompagnano sui social network, mi fanno pensare che ci troviamo in una società psicotica.

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– Identità sociale

Sempre intorno alla metà del secolo scorso, altri studiosi mostrarono che è sufficiente dividere le persone secondo un criterio superficiale (come ad esempio la preferenza per i dipinti di Paul Klee o di Vassilij Kandinskij nell’esperimento di Tajfel) per scatenare dinamiche di identificazione con il proprio presunto gruppo, con una conseguente visione dicotomica di “noi” e “loro”, fino ad arrivare all’attribuzione di caratteristiche “migliori” al proprio gruppo e alla preferenza per i suoi membri rispetto a quelli dell’altro gruppo.

E’ ovvio, quindi, che questi meccanismi siano forti a maggior ragione quando hanno come pretesto non una semplice preferenza artistica, ma appartenenze a cui ci è stato insegnato a dare un’importanza capitale, come la nazionalità o la religione.

Anche la tendenza all’identificazione sociale, a ben vedere, è originariamente sana e utile alla sopravvivenza: l’uomo è un animale sociale che è sempre vissuto in branco e ha sempre avuto bisogno di formare gruppi fortemente coesi di fronte alle avversità. Ma è lecito che a questo scopo dimentichiamo di appartenere tutti, appunto, al grande gruppo dell’umanità?

– La prigione di Stanford

Si tratta forse dell’esperimento di psicologia sociale più inquietante e controverso di tutti i tempi.

Nel 1971, il prof. Zimbardo selezionò 24 giovani studenti universitari, bianchi rampolli della buona società statunitense, scegliendoli espressamente mentalmente equilibrati e poco attratti da comportamenti devianti.

I ragazzi furono divisi secondo un criterio casuale in due gruppi, le “guardie” e i “carcerati”. Fu realizzata una finta prigione in cui i partecipanti furono invitati a interpretare i loro ruoli, simulando la quotidianità di un carcere. Ebbene, il “gioco” sfuggì di mano alle guardie al punto che si verificarono episodi violenti, per cui gli sperimentatori decisero di sospendere l’esperimento prima del tempo prestabilito per evitare la morte di qualche partecipante. E tutto per quella che doveva essere una messa in scena.

Ora, non è forse il mondo una enorme messa in scena dove persone in partenza libere e uguali finiscono per lottare tra loro senza un reale motivo, dopo essere state divise secondo un criterio casuale (la nascita in una parte del mondo o in un’altra) che conferisce loro potere, diritti e privilegi, oppure le rende vittime di oppressione, limitazioni di libertà e cattive condizioni di vita?

E non si creda che sia caratteristica di pochi individui “devianti” l’essere potenzialmente in grado di commettere violenze in nome di queste divisioni: è esperienza personale di chi scrive l’incontro con un attempato hippie, amabile e spassoso, che girava il mondo in autostop con un piccolo zaino e scriveva romanzi sulla spiritualità dell’India… di fronte a una tazza di yogurt e frutta in un ostello della Cappadocia costui rivelò con una tranquilla risata di essere stato tra i partecipanti all’esperimento di Stanford, con tanto di foto pubblicate online che lo provavano. Quanto a quale fosse il suo ruolo, disse che era “ovviamente” quello del carceriere: difficile dire se nel brivido che mi è corso lungo la schiena ci fosse più questa rivelazione o quell’inopportuno “ovviamente”.

– L’obbedienza all’autorità

Nel 1961 Milgram allestì una realistica e ingegnosa simulazione allo scopo di studiare la tendenza delle persone a obbedire a un’autorità anche quando essa ordina di fare del male a qualcun altro.

Ai partecipanti fu detto che gli scienziati stavano sperimentando un nuovo metodo di insegnamento, che prevedeva la somministrazione di scosse elettriche in caso di risposta sbagliata da parte dello “studente”. Investiti dall’autorità scientifica del ruolo di “insegnanti”, i partecipanti dovevano interrogare gli “studenti” (in realtà collaboratori degli sperimentatori) e somministrare personalmente scosse elettriche (naturalmente finte) di intensità crescente. I pulsanti che servivano apparentemente a somministrare le scosse erano contrassegnati da varie diciture, come “scossa lieve”, “media”, “forte” e così via, fino all’ultima che era accompagnata da tre X, suggerendo addirittura un pericolo mortale.

La percentuale di persone che, pur esitando o protestando, di fronte alle richieste di proseguire da parte dell’autorità rappresentata dagli sperimentatori, arrivarono a somministrare la scossa più forte è molto più alta di quanto chiunque sia dotato di una minima fiducia nell’essere umano potrebbe o vorrebbe pensare.

Allo stesso modo oggi, di fronte agli slogan imperativi di un’autorità rappresentata da un partito politico o da leggi necessariamente imperfette e fallibili, c’è chi si rallegra per i naufragi, chi si prende la briga di innalzare barricate contro una quindicina di donne e bambini e chi considera giusto che vengano arrestate, detenute ed espulse persone che non hanno commesso alcun crimine se non quello di cercare per sé e per la propria famiglia la stessa sicurezza, gli stessi diritti o anche solo lo stesso benessere che noi diamo per scontati.

Tornando all’esperimento di Milgram, il suo risultato più interessante non riguarda tanto il meccanismo di obbedienza all’autorità di per sé, ma l’enorme differenza nella percentuale di coloro che arrivavano a somministrare la scossa più forte al variare della distanza tra “insegnante” e “allievo”. Furono sperimentate quattro diverse condizioni: alcuni partecipanti non ebbero nessuna forma di contatto con le presunte “cavie”; altri potevano udire, altri ancora udire e osservare le reazioni di dolore che i collaboratori degli sperimentatori simulavano all’arrivo delle scosse elettriche; infine, un’ultima parte dei soggetti per infliggere la scossa doveva fisicamente afferrare il braccio dell’altro e porlo su una piastra metallica apparentemente elettrificata. Tra la prima e l’ultima condizione la percentuale di persone che arrivarono a infliggere la scossa più forte fu più che dimezzata.

Possiamo scegliere di disperare sapendo che anche nella condizione di maggiore vicinanza il 30% delle persone arrivò a somministrare una scossa che riteneva potenzialmente mortale a qualcuno che aveva semplicemente sbagliato un calcolo solo perché un uomo con un camice e un titolo gli chiedeva di farlo. Oppure possiamo dedurre che la vicinanza tra le persone, la responsabilizzazione individuale e l’esperienza del dolore altrui riducono drasticamente la propensione degli esseri umani a sentirsi autorizzati a fare del male a chi si trova in una posizione di svantaggio.

– Collaborazione ad uno scopo sovraordinato

A questo punto veniamo a parlare di quali strumenti la psicologia sociale ci dà per capire come abbattere pregiudizi e discriminazioni.

Nel 1951 Sherif condusse un complesso esperimento in un campeggio negli Stati Uniti. Nei primi giorni della loro permanenza 20 ignari ragazzini di 12 anni furono divisi in due squadre e impegnati in giochi competitivi, facendo nascere immediatamente rivalità e aggressività tra i due gruppi.

La fase successiva dell’esperimento consisteva nel riportare la pace e l’unità fra i due gruppi: con sorpresa degli sperimentatori, a poco o nulla servì la proposta di attività piacevoli e non competitive, come la visione di uno spettacolo pirotecnico.

Allora, gli sperimentatori simularono un guasto al furgoncino che trasportava i rifornimenti di cibo: tutti i ragazzi dovettero unire le forze per far arrivare a mano il cibo al campeggio a vantaggio di tutti, e le rivalità iniziali tra i due gruppi si dissolsero nel nulla.

Nello stesso modo, un’opinione pubblica che attribuisce ai migranti e ai richiedenti asilo praticamente tutti i problemi della società, dalla criminalità alla disoccupazione alle carenze dello stato sociale, non fa altro che alimentare una “guerra tra poveri” che non conduce a nulla; nel momento in cui ci riconosciamo tutti parte di un mondo più complesso e più grande di ciò che possiamo vedere poco oltre il nostro naso, ci scopriamo, è il caso di dirlo, tutti sulla stessa barca, dove si affonda o si approda a una terra che si spera possa meritare in futuro l’appellativo di “Splendente”, come dice l’origine del nome Lampedusa.

LA SAGA DI HARRY POTTER E’ COSI’ AMATA PERCHE’… NON PARLA DI MAGIA

Un articolo sulla saga di Harry Potter potrebbe sembrare azzardato in un sito che tratta di psicologia, ma da grande amante di questa saga mi sono a lungo interrogata su come sia possibile che l’interesse per essa in tutto il mondo non accenni a diminuire, anche a 20 anni dall’uscita del primo libro e 10 dalla pubblicazione di quello conclusivo (non considero infatti parte della saga il recente Harry Potter e la maledizione dell’erede, in quanto al di là di tutto ciò che si potrebbe dire sul suo valore artistico e su quello commerciale, non è stato scritto dall’autrice della saga).

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Inizialmente fraintesa come semplice favola per bambini o tutt’al più per adolescenti, ben presto la saga ha dimostrato di essere molto di più e di avere qualcosa da dire al pubblico di tutte le età, in un crescendo tematico e drammatico che accompagna la crescita del giovane protagonista: dalla scoperta di un mondo magico dai toni fiabeschi alla battaglia finale contro il mago più malvagio di tutti i tempi, passando per molteplici sfide, delusioni, capovolgimenti di prospettiva e incontri che cambiano la vita, compreso quello con la morte.

Oggi Harry Potter continua a conquistare le nuove generazione mentre non se ne va dal cuore degli ex-undicenni di ogni età, e non di rado sorprende piacevolmente anche genitori e insegnanti.

Dare una lettura psicologica completa di tutti i temi contenuti nella saga, compresa un’interpretazione junghiana del ricchissimo simbolismo di cui è intrisa, richiederebbe come minimo un altro libro ed esulerebbe dalle mie capacità. Mi sono limitata a scegliere tre temi che, come evoca provocatoriamente il titolo, rendono il libro una ricca metafora delle sfide cruciali della vita reale, e non un semplice mezzo di evasione dalla realtà.

1 – In quasi tutti i capitoli della saga compaiono episodi di bullismo a scuola, talvolta descritti anche in modo piuttosto crudo.

Harry e i suoi amici subiscono aggressioni verbali, fisiche e magiche da parte di Draco Malfoy e del suo gruppo.

Nel primo libro lo stesso Harry, insieme a Ron, deride Hermione per la sua forte dedizione allo studio scambiata per saccenza e arroganza. La grande amicizia che legherà i tre protagonisti per tutta la saga nasce solo dopo che i due ragazzini, sentendosi in colpa, andranno a cercare la compagna appena in tempo per salvarla da un troll.

Nel secondo libro i protagonisti fanno conoscenza con il fantasma di Mirtilla, una ragazza uccisa da un mostro chiamato Basilisco mentre era in bagno a piangere dopo l’ennesimo episodio di bullismo: si potrebbe vedere in questa vicenda l’allegoria di una delle troppe storie di cronaca riguardanti adolescenti che si suicidano o tentano di farlo perchè vittime di bullismo.

Inoltre Voldemort e i suoi seguaci hanno tra i loro principali ideali quello della “purezza” del sangue nella comunità magica, e disprezzano i molti maghi e streghe figli di genitori Babbani, ciè non dotati di poteri magici, considerandoli inferiori contro ogni evidenza (alcuni dei maghi e streghe più brillanti che compaiono nella saga hanno genitori Babbani). E’ facile vedere in questa ideologia un’allegoria del razzismo.

Esistono poi una varietà di creature magiche con intelligenza e sentimenti pari a quelli umani, che però vengono considerati come animali o come servi dai fautori dell’ideologia della superiorità dei maghi. E’ difficile non ravvisare in questi elementi fantasiosi un’accusa a nome di popoli reali che nel corso della storia sono stati vittime di pregiudizi, genocidi e sopraffazioni violente.

L’autrice della saga tocca senza paura anche il tema dell’HIV, scottante all’epoca in cui scrisse e indebitamente sottovalutato oggi: il personaggio di Remus Lupin, capace professore di assoluta nobiltà d’animo che con la luna piena si tramuta in un lupo mannaro, rappresenta dichiaratamente una persona affetta da HIV. Anche lui è vittima di pregiudizi e sospetti, è apprezzato da poche persone, fatica molto a trovare lavoro, risente della malattia nei sacrifici quotidiani che impone e inizialmente si nega una relazione d’amore per paura di contagiare chi ama, ma alla fine riuscirà ad avere un matrimonio felice ed un figlio sano.

Il personaggio di Albus Silente nelle dichiarate intenzioni dell’autrice è omosessuale, anche se questo non traspare mai nella saga, se non molto indirettamente.

Per contro, molti personaggi dalla facciata irreprensibile, altolocati (Lucius Malfoy) e apprezzati (la professoressa Umbridge, ben vista nell’ambiente del Ministero della Magia, e il giovane Voldemort, molto popolare ai tempi della scuola) si rivelano essere ipocriti, gretti e malvagi.

Il chiaro messaggio di tutto ciò è che le nostre origini e tutto ciò che fa parte di noi senza che l’abbiamo scelto non definiscono il nostro valore come persone.

2- Nell’antefatto al primo libro Harry Potter sopravvive, unico nella storia della magia, all’anatema che uccide, pur essendo un bambino di un anno di fronte al mago oscuro più forte del mondo: la comunità magica pensa che possieda chissà quali incredibili poteri e si attende da lui cose mai viste prima.

Lui stesso non ha idea di come si sia salvato fino a quando Albus Silente gli rivela che è stato l’amore di sua madre, che ha sacrificato la sua vita nel tentativo di difenderlo da Voldemort, ad avergli donato una protezione più forte della magia oscura.

Quello che forse non tutti sanno o hanno notato è che Voldemort, il male, viene sconfitto una seconda volta grazie all’amore di una madre. Durante la battaglia finale tra l’esercito di Voldemort e la gente di Hogwarts Harry, angosciato dallo spargimento di sangue in corso, decide di consegnarsi a Voldemort che lo attende nella foresta per porre fine alla battaglia senza ulteriori vittime. Qui viene nuovamente colpito dall’anatema che uccide, ma di nuovo sopravvive a scapito del frammento dell’anima di Voldemort intrappolato in lui dopo fallimento del primo tentativo di ucciderlo. Narcissa Malfoy viene incaricata di verificare che sia morto e si accorge subito che Harry è vivo, ma pur essendo una seguace di Voldemort non tiene al trionfo del male quanto alla salvezza di suo figlio Draco, che si trova in mezzo alla battaglia che imperversa ad Hogwarts. Sa che l’unico modo per arrivare al castello e ritrovarlo è far parte del corteo di Voldemort vittorioso: allora mente al Signore Oscuro, gli fa credere che Harry sia morto e l’esercito malvagio si dirige fino a Hogwarts, dove Harry si rivelerà vivo e cogliendo di sorpresa Voldemort lo sconfiggerà definitivamente.

Harry, l’unico in grado di sconfiggere Voldemort, non sarebbe più sopravvissuto a un terzo tentativo di ucciderlo: se non fosse stato per l’amore di Narcissa verso suo figlio Draco, Voldemort avrebbe vinto.

Ma chi è in fondo il Signore Oscuro? E’ il bambino non amato. Sua madre, vittima a sua volta di una famiglia violenta in un contesto socialmente deprivato, ha sedotto il marito babbano grazie a una pozione d’amore, ma una volta rimasta incinta ha smesso di somministrargliela, perchè non sopportava più di ingannare l’uomo che solo ora amava davvero, o perchè credeva di avere nel frattempo conquistato il suo affetto, o almeno che lui sarebbe rimasto per il bambino: così non è stato, e lei essendo stata abbandonata si è lasciata morire per il dolore subito dopo il parto, lasciando il figlio in orfanotrofio.

Tom Riddle è cresciuto schiavo del disprezzo per tutti i Mezzosangue come lui, inconsciamente convinto di essere così privo di valore da non aver ottenuto nemmeno l’amore di sua madre; schiavo dell’odio per tutti i Babbani, come il padre che l’aveva abbandonato; schiavo dell’ambizione per il suo bisogno di fama, reverenza e ammirazione, approssimativi sostituti dell’amore; schiavo della paura della morte, contro la quale era sempre stato privo di protezione. Da qui nasce il suo desiderio di annientare i Mezzosangue, sottomettere i Babbani, dominare il mondo e spingersi ai confini estremi della magia nera alla ricerca dell’immortalità.

Solo l’amore totale e incondizionato è l’unica “magia” in grado di contrapporsi al male.

3- A partire dal secondo libro scopriamo il terzo e ultimo motivo per cui la saga di Harry Potter, attraverso la metafora fantastica della magia, ci parla di cose con cui tutti abbiamo a che fare nella vita reale.

Emerge che Harry, l’eroe senza macchia e senza paura, ha più cose in comune con Voldemort di quante gli piacerebbe pensare oltre all’essere entrambi orfani. Anche lui deve fare i conti con la propria parte più oscura ed enigmatica.

Harry come Voldemort sa parlare il linguaggio dei serpenti, abilità estremamente strana e rara perfino nel mondo della magia e fortemente associata alla magia nera: questo gli attira diffidenza e sospetto da parte di chi non lo conosce bene. Inoltre Harry in sogno ha visioni su ciò che accade a Voldemort e nella sua mente.

Progressivamente nel corso dei libri capiamo che Voldemort, quando ha fallito dell’uccidere Harry neonato, ha inavvertitamente perduto dentro ad Harry un frammento della sua anima resa già instabile, debole e disgregata dalla magia nera con la quale si era spinto ai limiti estremi.

Questo frammento dell’anima di Voldemort è ciò che dà ad Harry le visioni, la capacità di parlare il Serpentese, il dolore alla fronte quando Voldemort è vicino e in definitiva la prerogativa di essere l’unica persona in grando di sconfiggerlo.

Questa rivelazione sconvolge Harry, che si interroga sulla propria vera natura: il frammento di magia oscura dentro di lui lo renderà cattivo? Magari dispiegherà il suo potere all’improvviso, facendogli perdere il controllo di sé e trasformandolo in un altro? Perchè a scuola è stato assegnato a Grifondoro, la casa dei coraggiosi e dei cuori grandi, e non a Serpeverde, la casa degli ambiziosi e degli audaci, dalla quale sono usciti tutti i maghi oscuri più famosi?

“Perchè l’ho chiesto io.” Confida Harry al preside Silente, temendo che questa ammissione distrugga ogni speranza che questi riponeva in lui.

“Appunto” replica il preside in quello che è uno dei momenti più belli della saga “non sono le cose che ci sono successe o le nostre capacità, ma le nostre scelte a definire chi siamo”.

LA RABBIA DEI BAMBINI – CAPITOLO II – SETTE CONSIGLI PER AFFRONTARLA IN MODO COSTRUTTIVO

Dopo un primo articolo in cui abbiamo discusso e ridimensionato alcuni preconcetti diffusi sulla rabbia dei bambini, vorrei completare (per ora) il discorso su questo argomento molto attuale con alcune idee di massima che spero possano essere utili a mamme, papà, nonni, insegnanti, baby-sitter e tutti gli adulti che si trovano a fare i conti con un bambino arrabbiato… o con due, considerando che la più grande difficoltà nel relazionarci con i bambini è che risvegliano in noi il bambino che siamo stati.

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– Parlate della rabbia – quella del bambino e la vostra

Nei vicini anni ‘90, di fronte a una bimba di circa un anno che già portava gli orecchini, giuro di aver sentito i suoi genitori affermare con sicurezza che avevano deciso di farle forare le orecchie così presto perché “i neonati non sentono il dolore”: allo stesso modo, fino a poco tempo fa gli adulti amavano credere all’idea che i bambini “non capissero” quanto di negativo accade intorno a loro, e miravano a prolungare il più possibile questa presunta fase di beata incoscienza. Questo mito ha fatto il suo tempo: forse i bambini piccoli non comprendono a livello logico e cognitivo le situazioni e i comportamenti degli adulti, ma sentono le emozioni che circolano in casa.

Inutile quindi, quando il bambino vi chiede se siete arrabbiati, rispondere con una scrollata di spalle, un sorriso finto e un “no” detto in tono forzatamente allegro.

La rabbia, le situazioni quotidiane che ci fanno arrabbiare, ciò che sentiamo e ciò che facciamo quando siamo arrabbiati possono e devono diventare argomenti di conversazione normali.

Se siete arrabbiati, ma non con lui, spiegategli la situazione e rassicurate il bambino sul fatto che lui non c’entra, e gli risparmierete lunghe elucubrazioni condite con senso di colpa su cosa potrebbe aver fatto per farvi arrabbiare e su cosa deve fare per riconquistarvi.

Se siete arrabbiati con lui, parlatene a maggior ragione: litigare è brutto, ma niente è più angosciante del silenzio. Non tenete mai il muso a un bambino per nessun motivo.

Altrettanto importante è dare voce alla rabbia del bambino: per quanto frivoli o buffi possano sembrarvi i motivi, ascoltate i racconti dei suoi conflitti con i coetanei e aiutatelo a comprenderli, esplorando i comportamenti e i sentimenti propri e degli altri.

Permettetegli anche di dirvi che è arrabbiato con voi, anche mentre gli insegnate a farlo senza aggredire fisicamente voi, se stesso, altre persone o gli oggetti dell’ambiente circostante: fate sentire incondizionatamente accettato lui e la sua emozione, senza rinunciare se necessario ad insegnargli a regolarne le manifestazioni.

– Aiutate il bambino ad esprimere la rabbia in modo simbolico

L’emozione è come materia prima che può essere trasformata in qualcos’altro: attraverso il simbolo, l’arte e la creatività anche l’esperienza più negativa può essere bonificata e contenuta.

Invitate il bambino a disegnare la sua rabbia, a modellarla con la plastilina, a raccontarla in un diario o a trasformarla in un personaggio di fantasia su cui si possono inventare delle storie. Naturalmente questa proposta dovrà assecondare il più possibile le inclinazioni del bambino: spingerlo a scrivere quando questa abilità non è ancora sufficientemente automatizzata, o a disegnare se questo lo annoia non faranno altro che aumentare la sua frustrazione.

Inventate insieme dei gesti, dei piccoli riti per “buttare fuori” la rabbia in modo giocoso, inventate metafore per parlarne, leggete e commentate insieme fiabe e storie che trattino della rabbia.

Tutto ciò serve al bambino per conoscere se stesso e riconoscersi all’interno di una cornice di senso più ampia, dove non ci si senta soli con la propria emozione ma sia possibile comunicarla.

– Aiutate il bambino a trasformare la rabbia in energia

Pensate alla rabbia come ad una massa d’acqua che può fluire o essere arginata, stare in un contenitore o impregnare tutto ciò che tocca, ma non può essere compressa o eliminata istantaneamente.

La cosa migliore sarà utilizzare quest’acqua per qualcosa di utile, come impastare del pane o far girare la ruota di un mulino: fuori di metafora, l’uso migliore che possiamo fare della rabbia è permetterle di spingerci verso un cambiamento che desideriamo.

Aiutate il bambino a capire cosa può fare grazie alla rabbia per modificare in meglio la situazione: un voto preso a scuola non lo soddisfa? Può darsi che per la prossima verifica possa impegnarsi di più. Pur avendo giocato bene ha perso la partita di calcetto? Forse è la squadra ad aver bisogno di essere rafforzata. Un’amica a cui aveva confidato un piccolo segreto l’ha divulgato a tutta la classe? Purtroppo per vivere appieno l’amicizia è necessario anche capire chi non la merita. Ha assistito a un episodio di bullismo nei confronti di qualcun altro? E’ probabile che la vittima possa trarre maggior beneficio dal suo sostegno che l’aggressore dalla sua indignazione.

– Aiutate il bambino a comprendere i conflitti

Il conflitto di per sé è una cosa né buona né cattiva: solo le modalità con cui viene agito possono esserlo.

Sono il rancore, la manipolazione psicologica, la violenza fisica, la ripicca, il giudizio morale a trasformare in qualcosa di negativo un’esperienza che di per sé può essere anche utile e migliorativa.

Il bambino ha bisogno di imparare che non è tenuto a compiacere tutti, che gli altri non sono tenuti a compiacerlo e che a volte è giusto esprimere disaccordo anche contro chi si trova in una posizione di autorità. Ha bisogno di imparare anche a vivere il conflitto in modo costruttivo: a dialogare, ad argomentare le proprie idee, a riconoscere le proprie ed altrui opinioni come tali e non come verità assolute, a difendere le proprie posizioni e a manifestare i propri bisogni senza prevaricare gli altri, a reagire alle ingiustizie, a capire le motivazioni degli altri, a decifrare le proprie emozioni, a chiedere scusa, a perdonare, a comprendere senza giustificare.

Il bambino imparerà a giocarsi i conflitti prendendo noi come modello: questa può diventare allora anche una preziosa occasione di crescita per gli adulti, che nell’assolvere a questa responsabilità hanno modo di interrogarsi sul proprio modo di vivere i conflitti.

– Leggete i “sottotitoli”

A volte capire il bambino ci appare difficile come decifrare un dialogo in una lingua sconosciuta. Quando i suoi comportamenti ci appaiono assurdi, però, dobbiamo ricordare che hanno un loro senso e cercare di trovarlo, anche e soprattutto quando il bambino stesso non ne ha consapevolezza.

Immaginiamo di guardare un film di Bollywood e di doverci affidare ai sottotitoli: le interminabili proteste al momento di indossare il pigiama potrebbero essere tradotte con “ho ancora paura del buio e mi vergogno, ma ho bisogno di essere rassicurato”; gli scoppi di pianto e urla al momento di essere imboccato potrebbero suonare come “voglio provare a mangiare da solo!”; la reazione apparentemente sproporzionata di fronte al rifiuto di comprargli un giocattolo alla moda potrebbe significare “mi sento inadeguato quando mi confronto con i miei amici”… ovviamente a questo punto sta a voi decidere se assecondare la sua percezione e comprare il giocattolo, o tentare di fargli capire che nessun oggetto è in grado di conquistarci l’affetto degli altri e che possiamo sentirci adeguati e in pace con noi stessi solo quando rinunciamo a fare confronti tra noi stessi e gli altri.

– Non perdete la calma

Il bambino ha bisogno di vedervi sopravvivere alla sua rabbia, per sapere che lui stesso e tutto ciò che ama può sopravvivere alla sua rabbia.

L’emozione, nel momento in cui la proviamo, sembra totalizzante e assoluta: per un bambino, che sta ancora imparando a conoscere il proprio mondo interno, sperimentare il desiderio di aggredire può essere davvero angosciante, e scatenare profondi sensi di colpa nel timore che la propria rabbia abbia irrimediabilmente distrutto qualcosa di fondamentale – ad esempio l’amore che provate per lui.

Entrando insieme a lui in una escalation di urla, cedete alla rabbia il controllo della situazione.

Tentando di fermarlo con affermazioni del tipo “se fai così non ti vorrò più bene/quella persona non ti vorrà più bene/ i tuoi amici non vorranno più giocare con te/ non ti porterò più qui” e così via, confermate il suo timore di essere cattivo e di aver distrutto irrimediabilmente qualcosa a cui tiene.

Invece, mostrandovi presenti ma calmi, non spaventati e all’occorrenza persino serenamente distaccati dal suo attacco di rabbia gli preannunciate che non durerà per sempre, e che lui, voi e l’amore che vi lega siete più forti della sua distruttività.

– La ricetta perfetta… non esiste!

Tra amici, parenti, libri, internet e riviste sentirete e leggerete tutto e il contrario di tutto su come affrontare la rabbia dei bambini: la verità, più semplice e più complessa di quanto sembri, è che la soluzione perfetta non esiste, cosa che peraltro vale praticamente per tutti i problemi importanti.

Ignorare il bimbo finché non si calma, contenerlo fisicamente, distrarlo, farlo ragionare, sono tutte strategie che possono funzionare in alcune situazioni e non in altre, per alcuni bambini e non per altri, a volte sì e a volte no.

Ogni bambino è diverso, i momenti di rabbia sono diversi, i contesti e le situazioni sono diverse: solo nell’accettazione dell’unicità troverete la strada che riconduce alla serenità.

LA RABBIA NEI BAMBINI – CAPITOLO I – 7 MITI DA SFATARE

Con il decadere dell’antico sistema educativo di stampo autoritario, la nostra società si è certamente liberata di tanti pesi e imposizioni, ma è anche rimasta un po’ mal fornita di fronte alle sfide educative sempre uguali e sempre diverse che le nuove generazioni pongono.

La rabbia e l’aggressività dei bambini, ad esempio, se prima venivano represse senza troppe cerimonie, oggi diventano finalmente oggetto di attenzione e discussione, ma talvolta mettono in difficoltà genitori, nonni, baby sitter, insegnanti e tutte le figure educative.

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In questo primo articolo vorrei discutere sette idee molto comuni sulla rabbia dei bambini, per mostrare come si possano modificare per renderle più adatte e più utili a relazionarsi con il bambino arrabbiato. Ci sarà un secondo articolo in cui vorrei mostrare alcune strategie per affrontare al meglio la rabbia dei bambini, in modi il più possibile confacenti ai bisogni di tutti.

– La rabbia è un’emozione negativa

Ogni emozione è positiva se ci fa stare bene oppure ci aiuta a crescere o a raggiungere i nostri obiettivi. Qualsiasi emozione è negativa quando ci fa stare male, ci impedisce di realizzarci o ci blocca nel nostro percorso di vita. Se è vero che difficilmente sentirci arrabbiati può farci stare bene, è vero invece che la rabbia può essere una reazione molto sana e molto utile di fronte alle avversità piccole e grandi: a differenza della tristezza, la rabbia ci spinge ad agire. Tutto ciò che dobbiamo fare, e soprattutto insegnare ai piccoli a fare, non è sopprimere questa energia, ma dirigerla verso un cambiamento migliorativo e non sfogarla in modo distruttivo sugli altri o su noi stessi.

Esempio: una bambina di 4 anni arrabbiata perché all’asilo una compagna le strappa di mano i giocattoli mentre lei li sta usando non ha bisogno di imparare a non arrabbiarsi, perché sta reagendo in modo sano a una negazione del suo spazio d’azione, e peggio sarebbe se lasciasse fare l’altra bimba senza tentare di opporsi. Ciò di cui ha bisogno è piuttosto imparare a difendere il proprio spazio negoziando e non picchiando la compagna.

– Un bambino felice non si arrabbia mai

Un bambino felice è in grado di provare tutte le emozioni – anche la rabbia – e di riconoscerle, accettarle, esprimerle e gestirle senza essere sopraffatto o governato da nessuna di esse. Allo stesso modo, una mamma perfetta non è né colei che non dà mai al figlio un motivo per arrabbiarsi, né colei che insegna al figlio a non arrabbiarsi mai: è piuttosto colei che permette al figlio di sperimentare la propria rabbia, a riconoscerla, padroneggiarla, esprimerla in modo non pericoloso e canalizzarla in modo costruttivo.

Esempio: un bambino al supermercato si arrabbia perché la mamma rifiuta di comprargli una bibita, e inizia a piangere e urlare. La madre si vergogna davanti agli altri clienti del supermercato, ma non cede all’impulso di comprare la bibita solo per calmare il bambino, perché ha ben presenti le motivazioni per cui ha deciso di limitare il consumo di bibite in casa: la salute del bambino, la prevenzione dell’obesità, delle difficoltà di concentrazione e dei comportamenti iperattivi correlati a un’eccessiva assunzione di zuccheri raffinati di tipo industriale.

– Sono i videogiochi e i cartoni animati violenti a rendere aggressivi i bambini

Da un lato è vero che alcuni prodotti per l’intrattenimento dei bambini, principalmente dei maschi, sembrano esaltare la violenza fisica in quanto tale, mostrando o rendendo protagonisti di combattimenti, uccisioni e sparatorie, e non si può dire che questo sia di per sé edificante per un bambino.

D’altra parte è vero anche che l’aggressività fa parte della natura umana di ognuno di noi da sempre, e determinati giochi sono tutt’al più l’occasione per scoprirla, sperimentarla e maneggiarla. Anche i cuccioli di molti animali giocano alla lotta: il fatto che attraverso il gioco i piccoli imparino a conoscere, gestire, sfogare e bonificare l’aggressività è un bisogno ancestrale, e non certo un’idea instillata in loro dalle innovazione tecnologiche degli ultimi decenni.

Inutile e dannoso, quindi, demonizzare televisione, computer e consolle vietando categoricamente al bambino ogni contatto con contenuti violenti, cosa che avrebbe come unici effetti quello di esaltarne ulteriormente l’attrattiva ai suoi occhi e quello di ostacolarlo nell’imparare a relazionarsi con la sua aggressività; utile e doveroso non lasciarlo solo di fronte a ciò che vede, ma porre dei limiti, dialogare, accettare di entrare nel suo mondo e accompagnarvelo.

– I genitori devono a tutti i costi nascondere i loro litigi e i loro problemi ai bambini per proteggerli

Questa idea è un retaggio di un concetto di famiglia alquanto datato. Una famiglia dove i bambini crescono sani e felici non è quella in cui grandi sforzi vengono dedicati al mantenimento di una facciata di fittizia armonia: è piuttosto quella in cui i bambini hanno modo di vedere e di imparare dagli adulti come si fa ad arrabbiarsi e allo stesso tempo a volersi bene, a vivere i conflitti e superarli, a farsi del male e poi a chiedersi scusa cercando se possibile di rimediare, oppure anche a separarsi senza eterni rancori, senza violenza gratuita, senza ripicche.

Questo, ovviamente, implica che gli adulti per primi abbiano un buon rapporto con la propria rabbia: a questo proposito, spesso un problema di aggressività in un bambino, specie se molto piccolo, si risolve nel modo più efficace con un lavoro su di sé e/o sulla coppia da parte dei genitori.

E’ vero, infatti, che un bambino imparerà ad arrabbiarsi così come vede arrabbiarsi gli adulti di riferimento: in questo senso è importante allora evitare di esporre il bambino non al conflitto di per sé, ma alla violenza e all’abuso. Chi cresce in una famiglia dove il papà picchia la mamma non solo penserà che questo sia normale, e forse picchierà a sua volta o tollererà di essere picchiata, ma soffrirà anche un vero e proprio trauma psicologico a causa della violenza assistita.

– Un bambino che tende ad arrabbiarsi spesso e molto diventerà un adulto violento e aggressivo

L’evoluzione di un bambino, i suoi cambiamenti, le vicissitudini che lo trasformano in un adolescente e in un adulto, lo sviluppo della sua personalità sono qualcosa di infinitamente complesso e sfaccettato, perciò è impossibile stabilire se questa affermazione sia vera o falsa: sarà vera per alcuni, o in parte, o a certe condizioni, e falsa altrimenti.

Più corretto è affermare il contrario: un bambino che non si arrabbia mai difficilmente potrà diventare un adulto sereno ed equilibrato.

E’ molto rassicurante per un genitore avere a che fare con un bambino posato, composto e condiscendente, ed è molto probabile quindi che un bambino che non mostra mai la propria rabbia riceva ulteriori incoraggiamenti in questo senso sotto forma di lodi per il suo buon comportamento. Quando però arrivano le burrasche emozionali dell’adolescenza e poi le sfide dell’età adulta, l’ex “bravo bambino” si trova impreparato di fronte a se stesso, non avendo potuto imparare a relazionarsi con la propria rabbia e ad utilizzarla in modo costruttivo: rischia allora di diventare insicuro, inibito, oppure di rivolgere l’aggressività contro se stesso in comportamenti di autolesionismo, oppure di restare in balia delle proprie emozioni senza saperle gestire, come se fossero forze invisibili a cui non sa dare un nome.

– I maschi si arrabbiano più delle femmine

Questo è un retaggio totalmente falso dei tradizionali stereotipi di genere, che vorrebbero il maschio “macho”, aggressivo e all’occorrenza prepotente, e la femmina gentile, tranquilla e all’occorrenza sottomessa. E’ vero piuttosto che nella nostra società l’espressione della rabbia e dell’aggressività è maggiormente incoraggiata nei maschietti e scoraggiata nelle femminucce, portando i primi a confondere la violenza con la forza e le seconde a sopprimere e rinnegare una parte importante della propria sfera emotiva.

Insegniamo allora ad entrambi ad utilizzare la propria rabbia in modo costruttivo e non distruttivo, senza negarla o sentirsi in colpa per il fatto di provarla.

Esempio: in una famiglia nasce un fratellino e tutti si aspettano che la sorella maggiore di 8 anni sia al settimo cielo e si comporti con lui come una piccola mammina. Lei però non può dire a nessuno che trova bellissimo il fratellino, ma che allo stesso tempo è anche molto arrabbiata per il fatto che la mamma le dedica meno attenzioni di prima. E’ ovvio che la mamma non può evitare di occuparsi per la maggior parte del tempo del nuovo arrivato, ma il solo vedere riconosciuta e legittimata la sua rabbia farà stare meglio la sorella più grande.

– Quasi sempre si tratta solo di un capriccio

Alcuni psicologi affermano provocatoriamente che i capricci non esistono: questa affermazione diventa molto più condivisibile di quanto potrebbe sembrare a prima vista, una volta che se ne capisca il senso.

Pensiamo ad un bambino di 3 anni che ha appena finito di mangiare un gelato e ne reclama a gran voce un secondo: difficilmente ciò che desidera davvero e di cui ha realmente bisogno è proprio un altro gelato, e soddisfare la sua richiesta non sarebbe una buona idea. Dietro a quello che si potrebbe definire un capriccio, però, c’è un altro desiderio e un altro bisogno, stavolta assolutamente reale, al quale è molto importante rispondere: quello di scoprire dall’adulto dove si trova il limite.

Prima di poter imparare l’autocontrollo, l’autoregolazione e la gestione autonoma di sé, un bambino ha bisogno che gli adulti di riferimento gli mostrino che esiste un limite e dove si trova, gli permettano di toccarlo e gli facciano capire quanto è importante e perché. Questo è uno degli insegnamenti più fondamentali che i piccoli si aspettano da noi, e uno dei modi in cui ce lo chiedono è quello di provare a fare un passo alla volta, in attesa di sentire da noi il “basta” di cui hanno bisogno, detto senza violenza ma anche senza sensi di colpa.

In questo articolo ho voluto parlare della rabbia dei bambini in termini generali, per introdurre un tema così importante. Ci sarà un secondo articolo in cui vorrei dare alcune linee guida di massima, qualche consiglio per venire in aiuto ai genitori, alle baby sitter, ai nonni e agli insegnanti che si sentono in difficoltà di fronte alla rabbia dei bambini.

I sogni: 7 cose che vi siete sempre chiesti

Tra le esperienze che accomunano tutto il genere umano (e non solo), il sogno è tra le più affascinanti e misteriose. Se sappiamo conoscerlo e comprenderlo, può anche guidarci sulla strada della nostra crescita e realizzazione personale. Ma ecco le risposte a sette domande che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo posti sui sogni.

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Io non sogno, giuro. Non è pazzesco?
Tutti sogniamo ogni notte, e più volte. In un sonno medio di 7 ore si alternano 4-5 cicli di sonno, ognuno dei quali comprende una fase REM, durante la quale, appunto, si sogna per alcuni minuti. La questione è ricordare i propri sogni: come fare? Perchè a qualcuno viene naturale e per altri è un evento raro?
Innanzitutto va notato che solitamente si ricorda un solo sogno per notte, quello fatto nell’ultima fase REM prima del risveglio.
Se non ricordate quasi mai alcun sogno, è possibile che le vostre difese psichiche siano troppo vigili e non vi permettano di vivere quella temporanea rinuncia al controllo nella quale si ha esperienza dei sogni. Chiedetevi se anche nella vita reale tendete a fidarvi eccessivamente della sola razionalità, sottovalutando la vostra saggezza emotiva e la vostra creatività.
Per tutti, comunque, la via maestra verso una migliore capacità di ricordare i sogni è quella di tenere un apposito diario. Ogni volta che ricordate un sogno, cercate di scriverlo il più presto possibile la mattina dopo averlo fatto. Nel corso del tempo questo diario vi sarà di fondamentale importanza per utilizzare il potere trasformativo dei sogni nella vostra crescita personale, anche in considerazione del fatto che molti sogni acquistano pieno significato solo se letti in serie, come capitoli di un libro.
Un’altra semplice tecnica che può essere d’aiuto per ricordare i sogni è questa: nonappena riaffiorate dal sonno alla veglia, rimanete ancora per qualche istante fermi, senza contrarre nessun muscolo e senza aprire gli occhi. In questo stato di lucido dormiveglia vi sarà più facile afferrare il sogno che avete appena fatto prima che si dissolva.
Faccio sogni così assurdi e stupidi. Sarà vero che i sogni hanno un significato?
Nei sogni la nostra mente funziona in modo radicalmente diverso dalla veglia: vengono meno i nessi logici, il senso di sé, le leggi fisiche e spaziotemporali, le convenzioni sociali e morali; prendono il sopravvento l’immaginazione, le emozioni, le paure, i desideri, i simboli, la creatività. Jung ci insegna che non è il sogno ad essere oscuro o a celare qualcosa, siamo noi che non lo comprendiamo perchè abbiamo perso l’abitudine di cogliere il suo linguaggio.
Uno dei motivi per cui ci è così difficile afferrare i messaggi che i nostri sogni ci portano è che la loro funzione principale è quella di equilibrare i nostri atteggiamenti unilaterali, per farci vedere qualcosa di noi e della nostra vita che non riusciamo e spesso non vogliamo vedere. Si tratta del punto di vista dell’Inconscio, che deve necessariamente completare quello della razionalità per mantenerci sul nostro autentico cammino.
Inoltre i sogni hanno una specifica funzione a livello neurologico: è infatti scientificamente dimostrato che durante il sogno il cervello consolida la memoria a lungo termine, riorganizza informazioni, idee e reti neurali, elabora e integra contenuti di ogni tipo. Non a caso la saggezza popolare consiglia a chi è agitato o ha un dilemma di “dormirci su…”.
Voglio capire i miei sogni. Quale manuale mi consigli?
Sarebbe bello se capire i sogni fosse così facile da poter essere spiegato in un manuale! O forse no, non sarebbe così bello, se il significato dei sogni fosse qualcosa di automatico, schematico, codificato.
La complicatissima e meravigliosa verità è che il sogno è solo di chi lo sogna, e soltanto il sognatore può comprenderlo pienamente, eventualmente con l’aiuto di una guida esperta, ma nemmeno tutto il sapere del massimo esperto mondiale sui sogni potrebbe sostituire ciò che il sognatore sa su se stesso e sulle proprie immagini interiori.
L’antica nozione che ad ogni sogno corrisponda un significato codificabile uguale per tutti è stata superata almeno 1800 anni fa da Artemidoro da Daldi, autore del primo trattato sui sogni della storia.
Paure, desideri, momento della vita, cultura di appartenenza, dialetto, ricordi e gusti personali del sognatore sono solo alcuni degli infiniti fattori che danno ad ogni sogno un significato assolutamente unico per ciascuno di noi.
Il senso dei nostri sogni va cercato mettendoli in relazione sia con i pensieri, le emozioni, i conflitti, i desideri e i progetti del periodo che stiamo attraversando, sia con gli stati d’animo passeggeri con cui ci siamo coricati la sera.
Non c’è modo di interpretare un nostro sogno se non chiedendoci cosa significa ogni suo elemento per noi e che sensazioni ed emozioni trasmette a noi, unici autori, registi, attori, scenografi e spettatori del nostro sogno.
In una parola, diffidate da tutti quei libri che pretendono di fornire un dizionario dei sogni, e diffidate ancora di più da quei sedicenti professionisti che vi propongono un’interpretazione di questo tipo.

Ho spesso un sogno ricorrente, che cosa significa?
I sogni ricorrenti meritano particolare attenzione perchè ci riportano a un nodo, un ingorgo che blocca una parte più o meno piccola della nostra energia psichica, la quale non potrà fluire liberamente verso il presente e il futuro, finché non avremo compreso ed elaborato ciò che la tiene legata.
Un sogno ricorrente ha lo scopo di richiamare la nostra attenzione su una questione irrisolta, un conto in sospeso con la vita, la ferita aperta lasciata da un evento traumatico, il distacco improvviso da una persona cara, un nostro bisogno profondo che rifiutiamo.
Per riuscire a sciogliere il nodo di un sogno ricorrente può essere fondamentale tornare con la memoria a chi eravamo e a cosa ci è accaduto nel periodo in cui esso si è presentato per la prima volta, anche se alcuni sogni ricorrenti ci accompagnano fin dall’infanzia e può essere difficile risalire alla loro prima comparsa.
Talvolta i sogni ricorrenti hanno caratteri angoscianti o spaventosi, ma solo se li accogliamo come prezioni alleati della nostra crescita personale potranno consegnarci il loro messaggio e infine lasciarci liberi.
A volte il sogno ricorrente si presenta sempre uguale a se stesso, altre volte con piccole variazioni sul tema che non modificano la sua essenza, altre volte ancora invece con veri e propri cambiamenti: ecco quindi che vediamo il sogno al lavoro, il suo potere di elaborazione e integrazione sta trasformando il problema e ci sta portando sulla strada della sua risoluzione. Ogni cambiamento in un sogno ricorrente può essere significativo, ma alcuni elementi a cui dobbiamo prestare particolare attenzione sono la comparsa o il mutamento del finale, l’apparizione di nuovi personaggi, modificazioni nelle eventuali interazioni tra i personaggi del sogno.
Aiuto, ho sognato di fare sesso con Babbo Natale! Dove mi ricoverate?
Capita, forse più di quanto ci piacerebbe ammettere, di sognare di avere rapporti sessuali con qualcuno che nella vita reale non considereremmo mai in questa prospettiva: persone da cui non ci sentiamo per niente attratti, colleghi di lavoro, conoscenti, personaggi noti o addirittura parenti, uomini o donne indifferentemente. Queste esperienze possono provocare in noi ribrezzo, vergogna, dubbi sul nostro orientamento sessuale, in contrasto col piacere e il coinvolgimento provati nel sogno.
Se vogliamo fare tesoro dell’esperienza onirica e utilizzarla come guida nella nostra crescita personale, non dobbiamo lasciarci condizionare dall’idea che se l’abbiamo sognato allora debba per forza significare che in fondo lo desideriamo.
Certo, a volte capita di sognare di ottenere qualcosa che desideriamo, anche in ambito sessuale, e l’esperienza è probabilmente più facile da accettare. Di solito, però, l’equazione di disneyana memoria secondo cui i sogni sarebbero desideri è decisamente semplicistica, riduttiva e inefficace.
Spesso i personaggi dei nostri sogni rappresentano parti di noi stessi, come attori che il nostro inconscio chiama a interpretare i diversi aspetti di noi. L’amica d’infanzia può rappresentare la nostra ingenuità e spensieratezza, la cugina giramondo la nostra voglia di evasione e novità, il capo le nostre aspirazioni professionali, la leggenda vivente della musica un nostro talento artistico, un padre la nostra parte responsabile e saggia. Ecco quindi ciò che spesso l’inconscio ci comunica attraverso improbabili sogni a sfondo sessuale: c’è una parte di noi stessi che dovremmo amare di più, ascoltare di più, contattare di più, accettare come parte della nostra unità. Chiediamoci cosa rappresenta per noi la persona che abbiamo sognato, e scopriremo qual è la parte di noi che cerca la nostra attenzione.
Ma quindi alla fin fine il sesso c’entra sempre?
Freud, in estrema sintesi, la pensava così, ma questa idea oggi è superata. La vecchia scuola di pensiero secondo cui ogni sogno avrebbe in fondo un nascosto significato sessuale, o leggende metropolitane secondo cui tutti compiremmo incredibili gesta sessuali in sogno tutte le notti per poi dimenticarlo, offrono una visione riduttiva dell’infinita ricchezza del nostro mondo interiore e affettivo.
Equiparare l’energia vitale dell’Eros solo e soltanto al sesso o al desiderio sessuale significa offendere la nostra natura, banalizzandola. L’Eros è forza vitale, è passione per ciò che facciamo, è voglia di vivere, di essere noi stessi e di gridarlo al mondo, è curiosità, è gioia di stare con gli altri. C’è Eros in ogni nostro progetto per domani, c’è Eros in tutte quelle situazioni e attività nelle quali perdiamo il senso del tempo, c’è Eros in tutto ciò che ci fa sentire vivi.
Possiamo quindi dire che tutti i sogni sono erotici se teniamo presente che non tutti sono sessuali.
E’ possibile controllare i sogni?
Sì, per quanto sia un’esperienza decisamente insolita. Per alcune persone è un’abilità naturale, per altre un’evenienza che si verifica pochissime volte nel corso della vita, oppure mai; secondo alcuni studiosi tutti possiamo imparare a farlo attraverso l’allenamento.
Oltre ad essere un’esperienza affascinante e potenzialmente molto piacevole, il sogno lucido o onironautica potrebbe essere utile per affrontare paure e inibizioni, sviluppare la creatività o per contrastare gli incubi, particolarmente nelle persone che ne soffrono molto in seguito a un’esperienza di vita traumatica.
Va sottolineato, comunque, che il controllo lucido e volontario del sogno è qualcosa che snatura la sua vera funzione. Se quindi si desidera sperimentare il sogno lucido, è bene non abusarne.
Secondo gli esperti della materia, per accedere all’esperienza onironautica è sufficiente riuscire a rendersi conto che ci si trova in un sogno e non nella realtà: a questo punto diventa automaticamente possibile agire lucidamente secondo la propria volontà nello scenario del sogno, oltre che continuare o interrompere il sogno a piacimento.
Esistono varie tecniche per massimizzare le possibilità di ottenere un sogno lucido: riproporselo fermamente al momento di addormentarsi può aiutare, ma non è sufficiente; concentrare l’attenzione sulla propria mano destra durante l’addormentamento può essere efficace; la letteratura specializzata suggerisce vari “test di realtà” che ci permettono di renderci conto che stiamo sognando, tra cui il fatto che nei sogni non sappiamo come siamo arrivati in quel luogo, come suggerisce il protagonista del film Inception alla giovane collega. Esistono altre tecniche basate su interferenze artificiali, alterazioni e interruzioni dei cicli di sonno, ma mi sento di sconsigliarle in quanto disturbano il sonno e ostacolano le sue naturali funzioni di riposo ed elaborazione spontanea.

PAROLE ANTICHE PER IL SUCCESSO

Al giorno d’oggi possiamo avere l’impressione di muoverci nella nostra vita come in un labirinto di specchi che gira vorticosamente su se stesso: il mondo sembra correre all’impazzata, può apparire vero o falso tutto e il contrario di tutto.
Ma se i semi della felicità e del successo fossero sempre stati lì di fronte a noi da tempo immemore, nascosti proprio dove tutti li possiamo vedere?
Le strade per raggiungere gli obiettivi più importanti della vita non sono mai facili da percorrere, ma possono essere inaspettatamente semplici da trovare: oggi vorrei accompagnarvi in un piccolo viaggio per l’Italia a cercarle nelle parole della saggezza popolare.

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Tut a ven a taj, fin-a la pel ‘d l’aj – Tutto torna utile, perfino la pelle dell’aglio (Proverbio piemontese)
A volte, di fronte ad un fallimento, crediamo di non avere abbastanza risorse. Non è così: abbiamo risorse che non utilizziamo perchè non riconosciamo come tali. Capacità che sottovalutiamo, persone che possono aiutarci, tempo che non usiamo bene, idee che abbiamo scartato in partenza come irrealizzabili: tutto può concorrere al nostro successo se lo guardiamo con occhio creativo e aperto al cambiamento.
E quando sentiamo di non valere più della buccia di uno spicchio d’aglio, è proprio allora che dobbiamo guardare quanto di buono c’è nella nostra vita.

Cu mangia sulu s’affoca – Chi mangia da solo si strozza (Proverbio siciliano)
Le fortune, i successi e le soddisfazioni sono fatte per essere condivise e celebrate insieme. Le gioie della vita perdono qualcosa della loro essenza se non sono vissute in buona compagnia.
Riconosci i tuoi meriti, festeggia i tuoi momenti di gloria con le persone a te più care. Quando raggiungi un risultato non esserne geloso, ma condividi le tue strategie vincenti con chi ne ha bisogno: la vita non è una competizione, è un gioco dove si vince in squadra.
E se in un momento buio la felicità altrui ti abbaglia, non lasciare che l’invidia peggiori ulteriormente le tue giornate: cerca piuttosto di imparare dal successo altrui i modi per raggiungere il tuo.

A quattru cose creditu nu dare: amor de donna, carità de frate, sule de iernu e nuvole d’estate
Su quattro cose non fare affidamento: l’amore di una donna, la carità di un frate, il sole d’inverno e le nuvole d’estate (dal testo della canzone salentina Baciu ‘nvelenatu)
Molte persone affidano la propria felicità a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé. Ad alcuni sembra di non poter stare bene senza una relazione d’amore o senza l’aiuto degli altri; altri basano la propria vita su cose provvisorie e fuggevoli come una giornata di sole invernale, come il benessere materiale o l’approvazione altrui, che possono dissolversi al minimo passo falso; altri inseguono il sogno della fortuna, imprevedibile come le nuvole d’estate, talvolta fino a prosciugare la propria vita goccia a goccia attraverso la fessura di una slot machine.
L’amore, il sostegno delle persone care, la ricchezza, l’approvazione degli altri, e perchè no, ogni tanto anche un bel colpo di fortuna, sono sicuramente tutte cose desiderabili, ma non dobbiamo lasciare che diventino indispensabili prerequisiti per sentirci realizzati. Molta gente le possiede tutte e non è felice, perchè non sta bene con se stesso.
La felicità è qualcosa che parte da dentro di noi, è un’energia che mette in moto il nostro mondo e fa girare ogni cosa nel verso giusto.
E quando ti sembra di aver perso tutto, pensa che per tutta la tua vita niente e nessuno potrà mai toglierti la cosa più preziosa: te stesso e ciò che hai dentro.

Cumu suani abballu – Ballo a seconda di come suoni (modo di dire calabrese)
Altrimenti detto: la storia non si fa né coi se né coi ma.
Non dire “starei benissimo se solo non fosse per quella persona”, o “dopo ciò che mi è successo non posso farcela” o “sarei felice se solo avessi…”: inizia ad essere felice semplicemente di te stesso oggi.
La vita ci pone in situazioni del tutto o in buona parte fuori dal nostro controllo: ci sono cose che non possiamo cambiare, e accettare questo è un passo importante per stare bene.
Ad esempio non possiamo cambiare il nostro passato, ma possiamo fare la pace con esso e imparare da esso, liberandoci dal senso di colpa e dal rancore.
Spesso danzare al ritmo che la vita ci suona non è facile, ma almeno ci consente di muoverci e andare avanti.
Ognuno co ‘a farina sua ce fa li gnocchi che je pare – Ognuno con la propria farina fa i gnocchi che vuole (detto romano)
Se la vita fosse un pacco di farina ognuno di noi ne avrebbe uno soltanto, e ogni granello sarebbe un giorno. Inutile dire che non andrebbe sprecato nella preparazione di una ricetta che non vogliamo mangiare.
Non lasciare che sia il giudizio degli altri, della società o delle persone che ti circondano a decidere cosa tu devi fare della tua vita: questa è la tua unica occasione per fare ciò che senti come il tuo scopo nella vita e per realizzare quella che senti come la tua verità.
E mentre usi la tua farina come più ti piace, ricorda che anche gli altri hanno il diritto di fare lo stesso: non sprecare il tuo tempo osservando gli altri, per confrontare i tuoi gnocchi coi loro o per cercare di evidenziare i loro errori. Concentrati su ciò che stai facendo per te stesso e per le persone care con cui dividerai il pasto.
A chi dole il dente se lo cavi – Chi ha male a un dente se lo tolga (Proverbio toscano)
Quando un dente è ammalato non c’è altro da fare: per quanto toglierlo sia doloroso, tenerlo non potrà che prolungare la sofferenza.
Paradossalmente, a volte il cambiamento fa così paura che preferiamo aggrapparci a ciò che ci è noto, anche se è ciò che ci fa male. Il protrarsi di una situazione, per quanto dolorosa possa essere, ci instilla lentamente l’idea che senza di essa la nostra vita sarebbe vuota, come se essa ci definisse.
Un percorso di studi intrapreso contro la nostra volontà, una relazione d’amore violenta e soffocante, un posto di lavoro detestato, una dipendenza da sostanza o da social network, o semplicemente una cattiva abitudine che ci prosciuga tempo, energie o salute: possono essere alcuni dei diversi denti malati da cui, anche con fatica e dolore, dobbiamo riuscire a separarci per tornare a sorridere.
Chi non s’engegna, fa la tegna – Chi non si dà da fare mette ragnatele (Proverbio trentino)
Oggi siamo bombardati di pubblicità che tendono a farci apparire sempre più facile ottenere ciò che desideriamo: prezzi sempre più bassi, consegne a casa superveloci, internet superveloce, offerte “no limits”: in una parola, tutto e subito senza sforzi e senza sacrifici.
Purtroppo o per fortuna, la felicità e la realizzazione personale non si possono vendere e comprare, non stanno né in una boccetta di profumo né in un’auto.
Anche se abbiamo in tasca gli smartphone e siamo andati nello spazio, sappiamo coltivare la felicità e il successo solo come i nostri antenati hanno coltivato per millenni i frutti della terra: con pazienza, fatica, dedizione e speranza.

BULLISMO: CHE FARE? – PARTE I

Dopo aver visto nei tre precedenti articoli cos’è, come può verificarsi e a cosa può portare il bullismo, vorrei provare a dare alcune indicazioni di massima su come si può cercare di contrastarlo. Poiché l’argomento è molto ricco e tanti fattori sono in gioco, ho pensato di suddividere quest’ultimo capitolo a sua volta in parti, per facilitarne e alleggerirne la lettura. Oggi, quindi, ci metteremo nei panni dei genitori di una vittima di bullismo.
Nel rispetto dell’unicità di ogni persona e della sua storia, questi consigli non vogliono essere né esaustivi né perentori, ma solo fornire alcuni spunti di riflessione. Se quindi siete genitori di una vittima di bullismo:

Non esacerbate il conflitto
Vedere vostro figlio in difficoltà vi fa soffrire molto, a tal punto che sareste disposti a tentare qualunque strada per infondergli forza: compresa quella di fargli credere che dovrebbe reagire battendo i bulli sul loro stesso terreno. Frasi come “Se ti picchiano tu picchiali più forte!” o “Ti prende in giro per come ti vesti, proprio lei, grassa com’è?” rischiano di insegnare ai vostri figli che la violenza è giusta e inevitabile.

Non colpevolizzate vostro figlio
Per quanto sembri paradossale, a volte una frase detta con l’intento di spronare e incoraggiare può sortire un effetto molto diverso. “Lo fanno solo perchè li lasci fare” “Devi imparare a reagire”, “Te l’avevo detto che quel vestito è ridicolo” “Se solo ti adattassi un po’ di più e fossi simile a loro, non ti succederebbero queste cose” “Sei tu che non sai scherzare”, “Domani ci faremo belle e loro terranno la bocca chiusa”. Queste frasi hanno in comune due cose: sono piene di buone intenzioni, e giustificano il bullismo sottintendendo che la vittima ne è in qualche modo responsabile.

Non mistificate
Nel tentativo di rendere meno penosa la situazione a vostro figlio, potreste avere l’idea di dipingere la realtà con colori più gradevoli ai suoi occhi.”Ti prendono in giro perchè sono gelosi dei tuoi bei voti”: questa ricostruzione dei fatti (anche se non di rado è in buona parte vera!) gratifica vostro figlio, ma rischia di instillare in lui l’idea che il successo (oggi scolastico, domani universitario e lavorativo) sia qualcosa di cui vergognarsi o che porta guai. “Ti fa disperare perchè in realtà gli piaci”: non c’è modo più precoce ed efficace per insegnare a una futura donna a subire umiliazioni e violenza come se facessero parte di una normale relazione d’amore. E’ meglio, quindi, stare accanto a vostro figlio nel dolore e nello sconforto che prova e che supererà, così come si presenta.

Non sostituitevi a lui
Esplicitamente o implicitamente, vostro figlio potrebbe chiedervi di fare qualcosa per risolvere la situazione, oppure voi stessi potreste sentirne un forte bisogno. Potreste allora desiderare di andare a litigare coi genitori dei bulli, o di sgridare i bulli voi stessi, di accompagnare vostro figlio fino alla porta della classe per evitare aggressioni o di rispondere al suo posto ai messaggi umilianti e intimidatori che riceve sul cellulare. In questo modo però mescolate inestricabilmente le vostre azioni, emozioni, impulsi e bisogni con quelli di vostro figlio, privandolo del controllo su di essi. Anche la rabbia, il senso di impotenza e la tristezza possono essere beni di valore, che in questo frangente è importante che rimangano suoi.

Controllate la connessione
Se vostro figlio non va ancora alle scuole superiori e non esce mai da solo, domandatevi se ha davvero bisogno di uno smartphone. Non a caso i principali social network pongono, almeno formalmente, i 14 anni come età minima per il loro utilizzo e dispongono di strumenti volti a ostacolare il cyberbullismo. Eludere questi controlli è di una facilità imbarazzante, ma dove l’immensa rete non può che fallire, resta il vostro diritto di avere voce in capitolo su ciò che vostro figlio ampiamente minorenne fa online. Potete impostare filtri che bloccano l’accesso a specifici siti, controllare il suo Whatsapp, dotare il suo smartphone di connessione wifi ma non di dati a pacchetto in modo che possa connettersi solo a casa, potete limitare il tempo che passa su Internet. Tutto ciò, però, non allo scopo di punirlo, ostacolare la sua vita relazionale o deresponsabilizzarlo, ma al contrario per conoscere le sue abitudini e poter dialogare su ciò che gli accade in un mondo virtuale che non dovrebbe mai diventare più importante di quello reale.

A volte basta esserci
Quando vostro figlio soffre, non è detto che voi dobbiate sempre fare qualcosa nel tentativo di modificare questo stato di cose. Alcune situazioni molto rilevanti per vostro figlio sono fuori dal vostro controllo, ed esse saranno sempre più numerose man mano che cresce. A volte tutto ciò di cui vostro figlio ha bisogno è la vostra presenza e il vostro supporto affettivo. Se a scuola si sente umiliato, disprezzato e deriso, sarà il vostro amore incondizionato a proteggere la sua autostima in via di formazione e a fargli capire che nessun problema è insormontabile. Dimostrateglielo, questo amore, perchè è la cosa più importante che potete dargli in questo momento. State di fianco a lui mentre soffre e accettate di non poter controllare tutto, gli insegnerete così ad affrontare le difficoltà della vita.

Cercate aiuto
Né voi né vostro figlio siete soli. Parlate del problema senza vergogna, cercate supporto dove con ogni probabilità lo troverete. Chiedete un colloquio all’insegnante che vi sembra particolarmente attento alla vita relazionale della classe; confrontatevi con altri genitori e scoprirete che il bullismo è molto più diffuso e ha molte più sfaccettature di quanto si pensa; ricordate che la prospettiva, una delle più grandi innovazioni artistiche nella storia dell’umanità, richiede la presenza di uno specifico punto di vista esterno: questo può venire non solo da famigliari e amici, ma anche da uno psicologo che saprà sostenere in questo frangente voi o vostro figlio. Se avete l’impressione che questo farebbe apparire a lui o a voi stessi la situazione più grave di quella che è, o che vi farebbe sentire “malati”, ricordate che quando si vive una situazione difficile non c’è niente di più sano che affrontarla.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE III – STORIE DI ORDINARIO BULLISMO

Continua la serie di articoli dedicati al fenomeno del bullismo.
Dopo aver esaminato le diverse forme che il bullismo può assumere (link) e le caratteristiche che lo rendono un problema più serio di quanto talvolta si pensa (link) oggi intendo parlare delle conseguenze che il bullismo può avere nella vita delle persone, nell’immediato ma anche nel lungo termine.
Per questo ho scelto di creare quattro storie-tipo, senza la pretesa di essere esaustiva né tantomeno di rappresentare un rapporto lineare di causa-effetto tra il bullismo e l’infinita complessità della vita di ciascuno di noi.
Le storie sono puramente inventate. O forse sono tratte non da una ma da mille vicende reali.Bullismo-nelle-scuole

Michele ha 8 anni quando la sua famiglia si trasferisce da una regione d’Italia ad un’altra per motivi lavorativi.
Inserito a scuola a metà dell’anno scolastico, Michele fatica ad integrarsi in un gruppo già formato. Le settimane passano ma nessuno sembra disposto a fare amicizia con lui. I compagni sembrano non aver imparato il suo nome e continuano a chiamarlo “quello nuovo”, parlando di lui come se non fosse presente. Se durante l’intervallo cerca di giocare a palla o a nascondino con i compagni, si sente dire che non c’è posto per un giocatore in più. Al momento di svolgere un’attività in coppia o di stare in fila per due per spostarsi da un posto all’altro, tutti protestano alla proposta della maestra di stare con lui. Gli altri bambini sembrano accorgersi di lui solo quando prendono le sue cose, le nascondono in giro per la scuola e ridono di lui quando si affanna a cercarle, oppure quando gli fanno il verso imitando il suo accento e facendogli perdere la concentrazione mentre è interrogato.
Sono tante piccole cose da bambini, ma sono più che sufficienti a far sentire Michele isolato e rifiutato.
In precedenza si era sempre trovato bene nel gruppo classe, era pieno di amici sia alla scuola dell’infanzia che alla primaria, e questa situazione è nuova per lui. Già parecchio scombussolato da tutti i cambiamenti, dal trasloco, dalla lontanza dai nonni e dalla perdita dei vecchi amici, non sa come far capire ai compagni che è come loro, che ama gli stessi giochi, guarda gli stessi cartoni e ha la stessa paura delle verifiche di matematica.
Non sa ancora dare un nome alle emozioni negative che prova in questa situazione, così ci pensa il suo corpo a parlare e chiedere aiuto per lui: sempre più spesso al mattino, al momento di andare a scuola, Michele ha un forte mal di pancia. A volte ha anche febbre e attacchi di vomito.
Preoccupata, la madre lo porta dal pediatra varie volte, ma senza risultato. Il bambino appare sano come un pesce ma i sintomi persistono, apparentemente immotivati.
Nel tentativo di alleviare il suo malessere fisico, l’unico di cui può rendersi conto, la madre gli somministra abitualmente farmaci e antibiotici, lo tiene spesso a casa da scuola e tende a curarsi di lui in modo iper-protettivo, sentendosi molto in ansia per la sua salute.
Alla fine dell’anno, gli insegnanti si vedono costretti a bocciarlo in ragione dei troppi giorni di assenza. Questo è un duro colpo per la sua autostima in costruzione, già messa a dura prova dall’insuccesso nel gruppo classe.
Con il passare degli anni Michele non penserà più a questo periodo della sua vita e quasi dimenticherà l’accaduto, ma un’insicurezza di fondo continuerà a minare la sua vita sociale e relazionale. L’immagine della scuola come un luogo di sofferenza e rifiuto danneggerà e rallenterà anche il suo percorso universitario.

Sofia ha 11 anni, studia danza con serietà per molte ore alla settimana ed è molto dotata.
Le compagne di corso, invidiose per la sua bravura, trovano nel suo sovrappeso il suo punto debole e la prendono molto in giro: la chiamano con nomignoli sgradevoli, fanno continue battute sul suo fisico, ridono di come si veste. L’insegnante di danza si rende conto di queste dinamiche, ma pensa che siano normali scherzi tra bambine, non vi dà peso e non fa niente per fermarle. Tutto questo alimenta in Sofia il timore che il sovrappeso, per quanto sia lieve, possa ostacolare il suo sogno di diventare una ballerina professionista.
Come accade a tutte le ragazzine della sua età, il suo corpo si sta trasformando: questo genera in lei sentimenti forti, ambivalenti e complicati da gestire. Non riesce a vedere bellezza e armonia in questo corpo che le sembra quasi estraneo, impazzito, ogni giorno diverso e inaffidabile. In tutta questa confusione la danza è per lei un importante punto di riferimento, l’identità di danzatrice le permette di riconoscersi e tenere insieme i pezzi di ciò che sta diventando. In questo momento della sua vita le prese in giro, per quanto banali agli occhi degli adulti e forse delle compagne stesse, la feriscono molto e la segnano profondamente.
Non può rendersi conto che anche le sue compagne provano le sue stesse insicurezze, e che le proiettano su di lei bullizzandola per il suo fisico.
Paradossalmente, per difendersi dall’immagine umiliante di sé che le danno le compagne, la fa propria e trova nello strato sovrabbondante del suo corpo una sorta di corazza di protezione, che nasconde la sua vera persona dagli sguardi giudicanti che sente su di sé. Passa un anno e Sofia lascia che il suo peso cresca sempre di più, cosicché il problema diventa effettivamente serio come non era prima, rischiando di ripercuotersi anche sulla sua salute, ora ma soprattutto in futuro. Passano due anni e il bullismo all’interno del gruppo continua. Sofia, ormai convinta di essere destinata al fallimento nel mondo della danza, lo abbandona. Diventa irritabile, aggressiva e insoddisfatta.
Anche se non incontra più le ragazze che la bullizzavano, quell’esperienza continua a condizionare tutti i suoi rapporti con gli altri: Sofia immagina inconsapevolmente che tutti la vedano soltanto per il suo sovrappeso, e schiva le relazioni interpersonali per paura di un rifiuto che crede inevitabile.
Passano gli anni, Sofia diventa una giovane donna adulta e ancora non riesce ad intraprendere relazioni sentimentali. Questo conferma ancora di più in lei la convinzione di non piacere a nessuno a causa del suo aspetto, quando in effetti è lei la prima ad avere un’immagine negativa di sé.
Un percorso di psicoterapia la aiuterà ad accettarsi e piacersi come persona, nella totalità delle sue sfaccettature, riattivando il suo slancio relazionale.
Graziano ha 13 anni, ama giocare a calcio, frequenta l’oratorio e vive in un piccolo paesino dove tutti si conoscono.
Mentre tutti i suoi amici cominciano a parlare di ragazze, lui sente nascere e rafforzarsi sempre di più dentro sé qualcosa di diverso: un’attrazione per i ragazzi.
Intuisce che le persone a lui più care, compagni e adulti, non accetterebbero facilmente questo aspetto di lui, ne ha paura e lo tiene nascosto.
Una sera, durante la festa patronale, Graziano e gli amici si allontanano dalla piazza principale del paese e salgono su un’altura per vedere meglio lo spettacolo pirotecnico.
Tra loro c’è Riccardo: Graziano ha con lui un’amicizia speciale e prova per lui dei sentimenti che lo confondono e a cui fatica ancora a dare un nome. Non si espone con lui per paura di rovinare la loro amicizia, ma mentre stanno tornando verso casa è Riccardo ad attardarsi appositamente per distanziare il gruppo e restare solo con Graziano.
Il fratello maggiore di Riccardo, ventenne, si è appartato nelle vicinanze con una ragazza e per caso scorge i due camminare mano nella mano.
Salutata la ragazza, chiama alcuni amici a raggiungerlo lì. In gruppo i ragazzi grandi aggrediscono Graziano, lo insultano e lo picchiano sotto gli occhi di Riccardo.
Ricoverato in ospedale, Graziano riporta ferite importanti anche se guaribili. Per vergogna e paura rifiuta di rivelare al personale sanitario e alla polizia l’identità dei suoi aggressori.
I pestaggi da parte del fratello di Riccardo e dei suoi amici si ripetono più volte, e in paese si diffonde il pettegolezzo riguardo a Graziano: tutte le sue paure sembrano essere diventate realtà.
Diventa sempre più introverso, esce solo per andare a scuola e torna subito a casa in fretta per paura di incontrare i suoi aggressori. Le sue amicizie e i suoi interessi si riducono al lumicino, tutto lo spaventa.
I genitori di Graziano hanno intuito il suo segreto, vorrebbero che lui si confidasse con loro e sarebbero pronti a offrirgli il loro sostegno, anche se una piccola parte di loro pensa che la colpa delle aggressioni sia anche del figlio, che non sa difendersi.
Una notte Graziano si alza dal letto, va in bagno e ingerisce grandi quantità di tutti i farmaci che trova, nel tentativo di togliersi la vita. Fortunatamente la madre lo scopre poco dopo e lo porta prontamente in ospedale, salvandogli la vita.
La famiglia di Graziano decide di trasferirsi altrove, nonostante i cambiamenti, i sacrifici e le perdite che comporta. Finalmente, lontano dal paese, Graziano trova il coraggio di denunciare i suoi aggressori, che vengono consegnati alla giustizia.
Laura ha 16 anni ed è quella che tutti definiscono “la classica brava ragazza”.
Una sera va alla festa di compleanno di un’amica ed è presente anche Giulio, per il quale Laura ha una forte infatuazione.
Per tutta la sera gli amici di Giulio, che lo considerano un leader, lo pungolano e lo sfidano riguardo alla sua capacità di conquistare una ragazza. Giulio si sente sotto pressione. Una compagna di classe, pensando di agire per il meglio, gli rivela che Laura ha una cotta per lui.
Giulio non nutre alcun interesse per Laura, ma un’ora dopo i due sono soli in una stanza della casa.
Lui insiste per farle togliere i vestiti. Laura non ha mai avuto un ragazzo, ma si sente molto attratta da Giulio e acconsente. Nella penombra non si accorge che dall’altro capo della stanza il cellulare di Giulio sta riprendendo la scena. Prima che possa accadere qualcosa fra loro, Giulio se ne va improvvisamente, lasciandola confusa e imbarazzata.
Pochi minuti più tardi, un messaggio contenente il video arriva sul cellulare a tutti gli amici di Giulio.
Il giorno dopo a scuola Laura si accorge subito che qualcosa non va: la gente la guarda, ride e fa commenti a bassa voce. Durante l’intervallo comincia a ricevere messaggi di scherno: le ragazze la insultano, i ragazzi le fanno complimenti volgari. Questa situazione va avanti per giorni e settimane, e i messaggi continuano ad arrivare a tutte le ore, rendendole la vita difficile anche fuori da scuola.
Nel frattempo il padre di uno degli amici di Giulio, che ha l’abitudine di controllare il cellulare del figlio, trova il video e lo pubblica su un sito internet per la condivisione di materiale pedopornografico, che frequenta abitualmente in segreto. Se qualcuno sporgesse denuncia alla polizia postale ci sarebbe modo di cancellare il video e punire gli adulti coinvolti, ma Laura, anche se a questo punto ha capito che Giulio l’ha ripresa, si vergogna talmente tanto dell’accaduto che non riesce a parlarne con nessuno. Il video quindi resta in rete, senza che nessuno possa proteggere la ragazza senza nome dallo sguardo dei pedofili.
Nel frattempo il clima a scuola diventa intollerabile per Laura, al punto che esprime ai genitori il desiderio di cambiare istituto. Poiché non se la sente di rivelare loro il vero motivo del suo malessere, si crea conflitto e ostilità tra la ragazza e i genitori, i quali credono che la figlia sia diventata scostante, superficiale e svogliata, si sentono delusi e non riconoscono in lei la ragazza di prima.
Più avanti nella sua vita, Laura faticherà a fidarsi e a lasciarsi andare nelle relazioni, fino a che non riuscirà finalmente a raccontare ai genitori e alle persone per lei importanti questa pagina dolorosa della sua adolescenza, cessando di sentirsi giudicata e soprattutto di giudicarsi.
Il bullismo ha molte facce e molte conseguenze. Se riconoscete in queste storie voi stessi, i vostri figli o qualcuno a cui tenete, potrebbe essere molto importante fare qualcosa, fosse anche solo parlarne. Nel prossimo e ultimo articolo vedremo alcune strategie utili per contrastare il bullismo.