BULLISMO: CHE FARE? – PARTE I

Dopo aver visto nei tre precedenti articoli cos’è, come può verificarsi e a cosa può portare il bullismo, vorrei provare a dare alcune indicazioni di massima su come si può cercare di contrastarlo. Poiché l’argomento è molto ricco e tanti fattori sono in gioco, ho pensato di suddividere quest’ultimo capitolo a sua volta in parti, per facilitarne e alleggerirne la lettura. Oggi, quindi, ci metteremo nei panni dei genitori di una vittima di bullismo.
Nel rispetto dell’unicità di ogni persona e della sua storia, questi consigli non vogliono essere né esaustivi né perentori, ma solo fornire alcuni spunti di riflessione. Se quindi siete genitori di una vittima di bullismo:

Non esacerbate il conflitto
Vedere vostro figlio in difficoltà vi fa soffrire molto, a tal punto che sareste disposti a tentare qualunque strada per infondergli forza: compresa quella di fargli credere che dovrebbe reagire battendo i bulli sul loro stesso terreno. Frasi come “Se ti picchiano tu picchiali più forte!” o “Ti prende in giro per come ti vesti, proprio lei, grassa com’è?” rischiano di insegnare ai vostri figli che la violenza è giusta e inevitabile.

Non colpevolizzate vostro figlio
Per quanto sembri paradossale, a volte una frase detta con l’intento di spronare e incoraggiare può sortire un effetto molto diverso. “Lo fanno solo perchè li lasci fare” “Devi imparare a reagire”, “Te l’avevo detto che quel vestito è ridicolo” “Se solo ti adattassi un po’ di più e fossi simile a loro, non ti succederebbero queste cose” “Sei tu che non sai scherzare”, “Domani ci faremo belle e loro terranno la bocca chiusa”. Queste frasi hanno in comune due cose: sono piene di buone intenzioni, e giustificano il bullismo sottintendendo che la vittima ne è in qualche modo responsabile.

Non mistificate
Nel tentativo di rendere meno penosa la situazione a vostro figlio, potreste avere l’idea di dipingere la realtà con colori più gradevoli ai suoi occhi.”Ti prendono in giro perchè sono gelosi dei tuoi bei voti”: questa ricostruzione dei fatti (anche se non di rado è in buona parte vera!) gratifica vostro figlio, ma rischia di instillare in lui l’idea che il successo (oggi scolastico, domani universitario e lavorativo) sia qualcosa di cui vergognarsi o che porta guai. “Ti fa disperare perchè in realtà gli piaci”: non c’è modo più precoce ed efficace per insegnare a una futura donna a subire umiliazioni e violenza come se facessero parte di una normale relazione d’amore. E’ meglio, quindi, stare accanto a vostro figlio nel dolore e nello sconforto che prova e che supererà, così come si presenta.

Non sostituitevi a lui
Esplicitamente o implicitamente, vostro figlio potrebbe chiedervi di fare qualcosa per risolvere la situazione, oppure voi stessi potreste sentirne un forte bisogno. Potreste allora desiderare di andare a litigare coi genitori dei bulli, o di sgridare i bulli voi stessi, di accompagnare vostro figlio fino alla porta della classe per evitare aggressioni o di rispondere al suo posto ai messaggi umilianti e intimidatori che riceve sul cellulare. In questo modo però mescolate inestricabilmente le vostre azioni, emozioni, impulsi e bisogni con quelli di vostro figlio, privandolo del controllo su di essi. Anche la rabbia, il senso di impotenza e la tristezza possono essere beni di valore, che in questo frangente è importante che rimangano suoi.

Controllate la connessione
Se vostro figlio non va ancora alle scuole superiori e non esce mai da solo, domandatevi se ha davvero bisogno di uno smartphone. Non a caso i principali social network pongono, almeno formalmente, i 14 anni come età minima per il loro utilizzo e dispongono di strumenti volti a ostacolare il cyberbullismo. Eludere questi controlli è di una facilità imbarazzante, ma dove l’immensa rete non può che fallire, resta il vostro diritto di avere voce in capitolo su ciò che vostro figlio ampiamente minorenne fa online. Potete impostare filtri che bloccano l’accesso a specifici siti, controllare il suo Whatsapp, dotare il suo smartphone di connessione wifi ma non di dati a pacchetto in modo che possa connettersi solo a casa, potete limitare il tempo che passa su Internet. Tutto ciò, però, non allo scopo di punirlo, ostacolare la sua vita relazionale o deresponsabilizzarlo, ma al contrario per conoscere le sue abitudini e poter dialogare su ciò che gli accade in un mondo virtuale che non dovrebbe mai diventare più importante di quello reale.

A volte basta esserci
Quando vostro figlio soffre, non è detto che voi dobbiate sempre fare qualcosa nel tentativo di modificare questo stato di cose. Alcune situazioni molto rilevanti per vostro figlio sono fuori dal vostro controllo, ed esse saranno sempre più numerose man mano che cresce. A volte tutto ciò di cui vostro figlio ha bisogno è la vostra presenza e il vostro supporto affettivo. Se a scuola si sente umiliato, disprezzato e deriso, sarà il vostro amore incondizionato a proteggere la sua autostima in via di formazione e a fargli capire che nessun problema è insormontabile. Dimostrateglielo, questo amore, perchè è la cosa più importante che potete dargli in questo momento. State di fianco a lui mentre soffre e accettate di non poter controllare tutto, gli insegnerete così ad affrontare le difficoltà della vita.

Cercate aiuto
Né voi né vostro figlio siete soli. Parlate del problema senza vergogna, cercate supporto dove con ogni probabilità lo troverete. Chiedete un colloquio all’insegnante che vi sembra particolarmente attento alla vita relazionale della classe; confrontatevi con altri genitori e scoprirete che il bullismo è molto più diffuso e ha molte più sfaccettature di quanto si pensa; ricordate che la prospettiva, una delle più grandi innovazioni artistiche nella storia dell’umanità, richiede la presenza di uno specifico punto di vista esterno: questo può venire non solo da famigliari e amici, ma anche da uno psicologo che saprà sostenere in questo frangente voi o vostro figlio. Se avete l’impressione che questo farebbe apparire a lui o a voi stessi la situazione più grave di quella che è, o che vi farebbe sentire “malati”, ricordate che quando si vive una situazione difficile non c’è niente di più sano che affrontarla.

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NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE II: WHY SO SERIOUS?

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, rimane forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

Continua la mia serie di 4 articoli dedicati al bullismo, e questa volta vedremo caratteristiche che lo rendono un problema così serio; successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo

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Il bullismo ha tre caratteristiche fondamentali:
Riguarda l’infanzia e l’adolescenza: questo non significa che tra adulti e sul lavoro non ci siano derisioni, aggressioni fisiche, umiliazioni e dinamiche di esclusione dal gruppo, ma in questo caso non si tratta di bullismo bensì di mobbing. Questa differenza diventa molto più importante di un semplice gioco terminologico, dal momento in cui il mobbing è punito a livello penale secondo norme di legge specifiche. Se un adulto è vittima da parte di adulti delle dinamiche comunemente associate al bullismo, quindi, non dovrebbe vergognarsi come se stesse vivendo un’esperienza “infantile” o “immatura”, ma dovrebbe anzi sapere di avere a disposizione una specifica tutela da parte della giustizia.
E’ reiterato: si definisce bullismo una situazione continuativa, ricorrente. Si possono verificare casi isolati di aggressione fisica, di derisione, di umiliazioni, ma se l’episodio si trasforma in una dinamica abituale, è sbagliato ignorare la cosa in attesa che i fatti non si ripetano più o che la situazione si risolva da sola. Molto spesso, se nessuno fa nulla per fermarlo, il bullismo si protrae per anni, fino a che non interviene un cambiamento esterno come la fine di un ciclo scolastico a spezzarne la dinamica

Avviene in uno specifico contesto: Solitamente il bullismo si verifica a scuola, ma anche un centro sportivo, un piccolo paesino o un quartiere possono fornire al bullismo la cornice adatta a svilupparsi. In ogni caso, il bullismo avviene tra persone che si conoscono, in un ambiente per tutte loro importante. Un’aggressione tra ragazzi che non si conoscono, avvenuta per strada in un luogo casuale, può essere una rapina, una rissa, un pestaggio a sfondo omofobo o razzista, ma non un episodio di bullismo. Questo implica che essere vittima di bullismo non significa essere deboli per natura: “lo sfigato” non è la persona vittima di bullismo, è solo un ruolo, un personaggio che gli o le viene appiccicato addosso in una determinata contingenza, ma di cui è sempre possibile liberarsi, spesso aiutati da un cambiamento di vita come il passaggio dalle scuole medie alle superiori o il trasloco in un’altra città. Se siete adulti, comunque, vi stupireste se sapeste quali tra le vostre conoscenze sono stati insospettabili vittime di bullismo: sono diventati sicuri di sé, piacciono a tutti, hanno una vita sociale invidiabile o sul lavoro sono a capo di molte persone. Questo però non deve certo indurre a sottovalutare il peso, per certi versi incancellabile, che il bullismo ha sullo sviluppo psicologico di chi lo vive.
E’ questione di gruppo, non di persone: i tre punti esaminati ci conducono tutti a questo, assolutamente il più importante. Finora ci siamo focalizzati sul punto di vista della vittima; ovviamente il bullismo presuppone un perpretratore, il cosiddetto “bullo”; ma né vittima né bullo sarebbero tali senza il gruppo. Il bullo non si comporterebbe così se non avesse il sostegno e l’ammirazione di una parte del gruppo, il silenzio connivente di molti altri (tra cui spesso gli adulti) e l’insufficiente opposizione di uno o pochi amici della vittima. La dinamica dell’esclusione sistematica e della stigmatizzazione sociale tipica del bullismo è perpetrata dal gruppo più che dal suo leader di per sé. Il bullo è solo una persona che, sostenuta dalle contingenze e da una personalità più incline alla leadership o all’aggressività (caratteristiche di per sé neutrali, né buone né cattive) si fa portavoce di una tendenza distruttiva, espulsiva e prevaricatrice propria del gruppo e di ciascuno dei suoi membri, i quali la proiettano sul bullo ricevendo in cambio un riflesso della sua illusoria dimostrazione di forza e sicurezza. Né la vittima né il bullo hanno il potere, da soli, di spezzare questa dinamica, perchè la “lotta” non è ad armi pari, perché entrambi sono mossi da fili invisibili che li legano a tutto il resto della classe, della squadra o della leva. Quasi qualunque ragazzino, se chiamato con un nomignolo dispregiativo da un compagno, riesce perfettamente a reagire e a far sì che questa persona smetta di insultarlo; l’incubo del bullismo inizia quando uno, due, quattro vicini di banco ridono della trovata, la ripetono, e giorno dopo giorno l’umiliazione aderisce sulla vittima come un brutto vestito fino a sostituirsi al suo nome, fino a diventare magari una semplice abitudine.

Questa, in estrema sintesi, è la natura del bullismo. La sua comprensione ci apre la via verso la possibilità di pensare a come combatterlo e a come affrontare le sue conseguenze, da quando accade fino agli anni e decenni seguenti: questi saranno i temi dei prossimi due articoli.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE I: I MILLE VOLTI DEL BULLISMO

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, resta forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

In una serie di 4 articoli, vediamo quindi innanzitutto le molte forme che il bullismo può assumere, parleremo poi delle caratteristiche che lo rendono un problema così serio, successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo.

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Secondo un recente studio di Save the Children Italia, i tre temi che più comunemente fanno da sfondo al bullismo sono, nell’ordine, l’aspetto fisico della vittima, il suo orientamento sessuale, e le sue origini geografiche, etniche o sociali. Sostenere che queste siano le “cause” del bullismo equivarrebbe a giustificarlo: diciamo piuttosto che sono i pretesti.

Andiamo ora a conoscere le molte forme che il bullismo può assumere, molte delle quali troppo spesso non sono riconosciute come tali e aumentano così il senso di impotenza e ineluttabilità in tutte le persone coinvolte.
Le sfaccettature del bullismo si possono raggruppare in 4 categorie:
Fisico: è quello più riconoscibile. Picchiare, spintonare, aggredire, prendere a pugni rientrano in questa categoria, ma anche rubare, sottrarre o danneggiare oggetti appartenenti alla vittima. E’ la forma di bullismo più diffusa tra i maschi, ma non è infrequente tra le femmine.
Verbale: più sottile e molto spesso sottovalutato, è il bullismo fatto di prese in giro, soprannomi dispregiativi, minacce, aggressioni verbali. E’ più frequente tra le femmine e spesso non viene riconosciuto come vera e propria violenza quale è.
Sociale: è molto spesso trasversale a tutte le altre tre forme di bullismo. Comporta l’isolamento e l’esclusione della vittima a opera del gruppo, con ogni forma di umiliazione. Anche il pettegolezzo, quando diventa ricorrente e sistematicamente mirato a una persona, rientra in questa categoria.
Cyberbullismo: molto sottovalutato ma sempre più diffuso, è il bullismo che si compie attraverso le tecnologie. I servizi di messaggistica istantanea, i social network e Internet in generale forniscono al bullismo canali sempre nuovi: continui messaggi di minacce o di scherno inviati alla vittima; scherzi telefonici tramite chiamate o messaggi; gruppi di discussione, pubblici o segreti, dedicati specificamente alla derisione di una persona; diffusione di fotografie ridicolizzanti o di natura erotica, reali o spesso ottenute tramite fotomontaggi e manipolazioni di immagini, le quali rischiano anche di finire nelle mani sbagliate, e da lì nel mondo criminale della pedo-pornografia; veri e propri ricatti che poggiano sulla minaccia di diffondere su canali accessibili a chiunque nel mondo video imbarazzanti o molto intimi, ripresi ad insaputa della vittima o tramite un inganno. Tutto questo sfruttando le caratteristiche dei social network, come la possibilità di commentare i contenuti, di inviare un messaggio o un’immagine a moltissime persone simultaneamente, e di regolare a piacere la visibilità di un contenuto o di un gruppo di discussione, potendo ad esempio tenere la vittima all’oscuro di tutto  o metterla a parte per ferirla di una quantità enorme di discorsi e immagini umilianti prodotti sul suo conto.
Queste sono purtroppo solo alcune delle possibilità aperte da un cattivo utilizzo delle tecnologie. Tre sono i principali fattori che rendono il cyberbullismo molto più pericoloso del bullismo tradizionale: la maggiore difficoltà di accorgersi dell’accaduto, soprattutto da parte di adulti poco avvezzi alle nuove tecnologie; la facilità con cui le sue conseguenze possono sfuggire di mano agli stessi perpetratori e assumere proporzioni esponenziali tramite la diffusione su Internet; l’assenza di limiti spazio-temporali, che rendono l’esperienza del bullismo pervasiva e costante nella vita della vittima. L’incubo non finisce all’uscita da scuola, i commenti maligni tengono svegli a tarda notte con continui trilli del cellulare, e le risate di scherno non provengono da una decina di compagni ma, almeno nella percezione delle persone coinvolte, potenzialmente dal mondo intero.
Il cyberbullismo è più diffuso tra gli adolescenti, ma un accesso sempre più precoce a smartphone, tablet e Internet anticipa di conseguenza l’insorgenza del fenomeno, ormai anche alle scuole elementari.

Come abbiamo visto, il bullismo è un problema più grave e più complesso di quanto sovente si pensa.
Chi ne è vittima dovrebbe poter contare su qualcuno a cui chiedere aiuto, con la certezza di essere preso sul serio e con la consapevolezza che tutti gli atti menzionati fin qui, se commessi da una persona maggiorenne, sono punibili penalmente.
Chi ne è stato vittima non dovrebbe negare le conseguenze che il bullismo può aver avuto sulla sua personalità, sul suo modo di essere, sulla sua idea di sé stesso e della vita, ma anzi può affrontarle per poter riconnettere insieme tutte le pagine della propria storia, anche quelle dolorose, e finalmente sfogliare in avanti il libro verso pagine ancora da scrivere.
Chi ne è testimone come coetaneo, compagno di classe o di squadra, anche se non è lui o lei a picchiare, minacciare o pubblicare fotomontaggi, dovrebbe sentirsi non colpevole, ma responsabile della situazione e della possibilità di cambiarla.
Chi ne è testimone come adulto, dovrebbe avere il coraggio del proprio ruolo sapendo che ne va dell’integrità emotiva, fisica e potenzialmente anche della vita di un figlio, di un alunno o di un ragazzo che magari ha per lui fiducia e stima.