LA RABBIA DEI BAMBINI – CAPITOLO II – SETTE CONSIGLI PER AFFRONTARLA IN MODO COSTRUTTIVO

Dopo un primo articolo in cui abbiamo discusso e ridimensionato alcuni preconcetti diffusi sulla rabbia dei bambini, vorrei completare (per ora) il discorso su questo argomento molto attuale con alcune idee di massima che spero possano essere utili a mamme, papà, nonni, insegnanti, baby-sitter e tutti gli adulti che si trovano a fare i conti con un bambino arrabbiato… o con due, considerando che la più grande difficoltà nel relazionarci con i bambini è che risvegliano in noi il bambino che siamo stati.

rabbia

– Parlate della rabbia – quella del bambino e la vostra

Nei vicini anni ‘90, di fronte a una bimba di circa un anno che già portava gli orecchini, giuro di aver sentito i suoi genitori affermare con sicurezza che avevano deciso di farle forare le orecchie così presto perché “i neonati non sentono il dolore”: allo stesso modo, fino a poco tempo fa gli adulti amavano credere all’idea che i bambini “non capissero” quanto di negativo accade intorno a loro, e miravano a prolungare il più possibile questa presunta fase di beata incoscienza. Questo mito ha fatto il suo tempo: forse i bambini piccoli non comprendono a livello logico e cognitivo le situazioni e i comportamenti degli adulti, ma sentono le emozioni che circolano in casa.

Inutile quindi, quando il bambino vi chiede se siete arrabbiati, rispondere con una scrollata di spalle, un sorriso finto e un “no” detto in tono forzatamente allegro.

La rabbia, le situazioni quotidiane che ci fanno arrabbiare, ciò che sentiamo e ciò che facciamo quando siamo arrabbiati possono e devono diventare argomenti di conversazione normali.

Se siete arrabbiati, ma non con lui, spiegategli la situazione e rassicurate il bambino sul fatto che lui non c’entra, e gli risparmierete lunghe elucubrazioni condite con senso di colpa su cosa potrebbe aver fatto per farvi arrabbiare e su cosa deve fare per riconquistarvi.

Se siete arrabbiati con lui, parlatene a maggior ragione: litigare è brutto, ma niente è più angosciante del silenzio. Non tenete mai il muso a un bambino per nessun motivo.

Altrettanto importante è dare voce alla rabbia del bambino: per quanto frivoli o buffi possano sembrarvi i motivi, ascoltate i racconti dei suoi conflitti con i coetanei e aiutatelo a comprenderli, esplorando i comportamenti e i sentimenti propri e degli altri.

Permettetegli anche di dirvi che è arrabbiato con voi, anche mentre gli insegnate a farlo senza aggredire fisicamente voi, se stesso, altre persone o gli oggetti dell’ambiente circostante: fate sentire incondizionatamente accettato lui e la sua emozione, senza rinunciare se necessario ad insegnargli a regolarne le manifestazioni.

– Aiutate il bambino ad esprimere la rabbia in modo simbolico

L’emozione è come materia prima che può essere trasformata in qualcos’altro: attraverso il simbolo, l’arte e la creatività anche l’esperienza più negativa può essere bonificata e contenuta.

Invitate il bambino a disegnare la sua rabbia, a modellarla con la plastilina, a raccontarla in un diario o a trasformarla in un personaggio di fantasia su cui si possono inventare delle storie. Naturalmente questa proposta dovrà assecondare il più possibile le inclinazioni del bambino: spingerlo a scrivere quando questa abilità non è ancora sufficientemente automatizzata, o a disegnare se questo lo annoia non faranno altro che aumentare la sua frustrazione.

Inventate insieme dei gesti, dei piccoli riti per “buttare fuori” la rabbia in modo giocoso, inventate metafore per parlarne, leggete e commentate insieme fiabe e storie che trattino della rabbia.

Tutto ciò serve al bambino per conoscere se stesso e riconoscersi all’interno di una cornice di senso più ampia, dove non ci si senta soli con la propria emozione ma sia possibile comunicarla.

– Aiutate il bambino a trasformare la rabbia in energia

Pensate alla rabbia come ad una massa d’acqua che può fluire o essere arginata, stare in un contenitore o impregnare tutto ciò che tocca, ma non può essere compressa o eliminata istantaneamente.

La cosa migliore sarà utilizzare quest’acqua per qualcosa di utile, come impastare del pane o far girare la ruota di un mulino: fuori di metafora, l’uso migliore che possiamo fare della rabbia è permetterle di spingerci verso un cambiamento che desideriamo.

Aiutate il bambino a capire cosa può fare grazie alla rabbia per modificare in meglio la situazione: un voto preso a scuola non lo soddisfa? Può darsi che per la prossima verifica possa impegnarsi di più. Pur avendo giocato bene ha perso la partita di calcetto? Forse è la squadra ad aver bisogno di essere rafforzata. Un’amica a cui aveva confidato un piccolo segreto l’ha divulgato a tutta la classe? Purtroppo per vivere appieno l’amicizia è necessario anche capire chi non la merita. Ha assistito a un episodio di bullismo nei confronti di qualcun altro? E’ probabile che la vittima possa trarre maggior beneficio dal suo sostegno che l’aggressore dalla sua indignazione.

– Aiutate il bambino a comprendere i conflitti

Il conflitto di per sé è una cosa né buona né cattiva: solo le modalità con cui viene agito possono esserlo.

Sono il rancore, la manipolazione psicologica, la violenza fisica, la ripicca, il giudizio morale a trasformare in qualcosa di negativo un’esperienza che di per sé può essere anche utile e migliorativa.

Il bambino ha bisogno di imparare che non è tenuto a compiacere tutti, che gli altri non sono tenuti a compiacerlo e che a volte è giusto esprimere disaccordo anche contro chi si trova in una posizione di autorità. Ha bisogno di imparare anche a vivere il conflitto in modo costruttivo: a dialogare, ad argomentare le proprie idee, a riconoscere le proprie ed altrui opinioni come tali e non come verità assolute, a difendere le proprie posizioni e a manifestare i propri bisogni senza prevaricare gli altri, a reagire alle ingiustizie, a capire le motivazioni degli altri, a decifrare le proprie emozioni, a chiedere scusa, a perdonare, a comprendere senza giustificare.

Il bambino imparerà a giocarsi i conflitti prendendo noi come modello: questa può diventare allora anche una preziosa occasione di crescita per gli adulti, che nell’assolvere a questa responsabilità hanno modo di interrogarsi sul proprio modo di vivere i conflitti.

– Leggete i “sottotitoli”

A volte capire il bambino ci appare difficile come decifrare un dialogo in una lingua sconosciuta. Quando i suoi comportamenti ci appaiono assurdi, però, dobbiamo ricordare che hanno un loro senso e cercare di trovarlo, anche e soprattutto quando il bambino stesso non ne ha consapevolezza.

Immaginiamo di guardare un film di Bollywood e di doverci affidare ai sottotitoli: le interminabili proteste al momento di indossare il pigiama potrebbero essere tradotte con “ho ancora paura del buio e mi vergogno, ma ho bisogno di essere rassicurato”; gli scoppi di pianto e urla al momento di essere imboccato potrebbero suonare come “voglio provare a mangiare da solo!”; la reazione apparentemente sproporzionata di fronte al rifiuto di comprargli un giocattolo alla moda potrebbe significare “mi sento inadeguato quando mi confronto con i miei amici”… ovviamente a questo punto sta a voi decidere se assecondare la sua percezione e comprare il giocattolo, o tentare di fargli capire che nessun oggetto è in grado di conquistarci l’affetto degli altri e che possiamo sentirci adeguati e in pace con noi stessi solo quando rinunciamo a fare confronti tra noi stessi e gli altri.

– Non perdete la calma

Il bambino ha bisogno di vedervi sopravvivere alla sua rabbia, per sapere che lui stesso e tutto ciò che ama può sopravvivere alla sua rabbia.

L’emozione, nel momento in cui la proviamo, sembra totalizzante e assoluta: per un bambino, che sta ancora imparando a conoscere il proprio mondo interno, sperimentare il desiderio di aggredire può essere davvero angosciante, e scatenare profondi sensi di colpa nel timore che la propria rabbia abbia irrimediabilmente distrutto qualcosa di fondamentale – ad esempio l’amore che provate per lui.

Entrando insieme a lui in una escalation di urla, cedete alla rabbia il controllo della situazione.

Tentando di fermarlo con affermazioni del tipo “se fai così non ti vorrò più bene/quella persona non ti vorrà più bene/ i tuoi amici non vorranno più giocare con te/ non ti porterò più qui” e così via, confermate il suo timore di essere cattivo e di aver distrutto irrimediabilmente qualcosa a cui tiene.

Invece, mostrandovi presenti ma calmi, non spaventati e all’occorrenza persino serenamente distaccati dal suo attacco di rabbia gli preannunciate che non durerà per sempre, e che lui, voi e l’amore che vi lega siete più forti della sua distruttività.

– La ricetta perfetta… non esiste!

Tra amici, parenti, libri, internet e riviste sentirete e leggerete tutto e il contrario di tutto su come affrontare la rabbia dei bambini: la verità, più semplice e più complessa di quanto sembri, è che la soluzione perfetta non esiste, cosa che peraltro vale praticamente per tutti i problemi importanti.

Ignorare il bimbo finché non si calma, contenerlo fisicamente, distrarlo, farlo ragionare, sono tutte strategie che possono funzionare in alcune situazioni e non in altre, per alcuni bambini e non per altri, a volte sì e a volte no.

Ogni bambino è diverso, i momenti di rabbia sono diversi, i contesti e le situazioni sono diverse: solo nell’accettazione dell’unicità troverete la strada che riconduce alla serenità.

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BULLISMO: CHE FARE? – PARTE I

Dopo aver visto nei tre precedenti articoli cos’è, come può verificarsi e a cosa può portare il bullismo, vorrei provare a dare alcune indicazioni di massima su come si può cercare di contrastarlo. Poiché l’argomento è molto ricco e tanti fattori sono in gioco, ho pensato di suddividere quest’ultimo capitolo a sua volta in parti, per facilitarne e alleggerirne la lettura. Oggi, quindi, ci metteremo nei panni dei genitori di una vittima di bullismo.
Nel rispetto dell’unicità di ogni persona e della sua storia, questi consigli non vogliono essere né esaustivi né perentori, ma solo fornire alcuni spunti di riflessione. Se quindi siete genitori di una vittima di bullismo:

Non esacerbate il conflitto
Vedere vostro figlio in difficoltà vi fa soffrire molto, a tal punto che sareste disposti a tentare qualunque strada per infondergli forza: compresa quella di fargli credere che dovrebbe reagire battendo i bulli sul loro stesso terreno. Frasi come “Se ti picchiano tu picchiali più forte!” o “Ti prende in giro per come ti vesti, proprio lei, grassa com’è?” rischiano di insegnare ai vostri figli che la violenza è giusta e inevitabile.

Non colpevolizzate vostro figlio
Per quanto sembri paradossale, a volte una frase detta con l’intento di spronare e incoraggiare può sortire un effetto molto diverso. “Lo fanno solo perchè li lasci fare” “Devi imparare a reagire”, “Te l’avevo detto che quel vestito è ridicolo” “Se solo ti adattassi un po’ di più e fossi simile a loro, non ti succederebbero queste cose” “Sei tu che non sai scherzare”, “Domani ci faremo belle e loro terranno la bocca chiusa”. Queste frasi hanno in comune due cose: sono piene di buone intenzioni, e giustificano il bullismo sottintendendo che la vittima ne è in qualche modo responsabile.

Non mistificate
Nel tentativo di rendere meno penosa la situazione a vostro figlio, potreste avere l’idea di dipingere la realtà con colori più gradevoli ai suoi occhi.”Ti prendono in giro perchè sono gelosi dei tuoi bei voti”: questa ricostruzione dei fatti (anche se non di rado è in buona parte vera!) gratifica vostro figlio, ma rischia di instillare in lui l’idea che il successo (oggi scolastico, domani universitario e lavorativo) sia qualcosa di cui vergognarsi o che porta guai. “Ti fa disperare perchè in realtà gli piaci”: non c’è modo più precoce ed efficace per insegnare a una futura donna a subire umiliazioni e violenza come se facessero parte di una normale relazione d’amore. E’ meglio, quindi, stare accanto a vostro figlio nel dolore e nello sconforto che prova e che supererà, così come si presenta.

Non sostituitevi a lui
Esplicitamente o implicitamente, vostro figlio potrebbe chiedervi di fare qualcosa per risolvere la situazione, oppure voi stessi potreste sentirne un forte bisogno. Potreste allora desiderare di andare a litigare coi genitori dei bulli, o di sgridare i bulli voi stessi, di accompagnare vostro figlio fino alla porta della classe per evitare aggressioni o di rispondere al suo posto ai messaggi umilianti e intimidatori che riceve sul cellulare. In questo modo però mescolate inestricabilmente le vostre azioni, emozioni, impulsi e bisogni con quelli di vostro figlio, privandolo del controllo su di essi. Anche la rabbia, il senso di impotenza e la tristezza possono essere beni di valore, che in questo frangente è importante che rimangano suoi.

Controllate la connessione
Se vostro figlio non va ancora alle scuole superiori e non esce mai da solo, domandatevi se ha davvero bisogno di uno smartphone. Non a caso i principali social network pongono, almeno formalmente, i 14 anni come età minima per il loro utilizzo e dispongono di strumenti volti a ostacolare il cyberbullismo. Eludere questi controlli è di una facilità imbarazzante, ma dove l’immensa rete non può che fallire, resta il vostro diritto di avere voce in capitolo su ciò che vostro figlio ampiamente minorenne fa online. Potete impostare filtri che bloccano l’accesso a specifici siti, controllare il suo Whatsapp, dotare il suo smartphone di connessione wifi ma non di dati a pacchetto in modo che possa connettersi solo a casa, potete limitare il tempo che passa su Internet. Tutto ciò, però, non allo scopo di punirlo, ostacolare la sua vita relazionale o deresponsabilizzarlo, ma al contrario per conoscere le sue abitudini e poter dialogare su ciò che gli accade in un mondo virtuale che non dovrebbe mai diventare più importante di quello reale.

A volte basta esserci
Quando vostro figlio soffre, non è detto che voi dobbiate sempre fare qualcosa nel tentativo di modificare questo stato di cose. Alcune situazioni molto rilevanti per vostro figlio sono fuori dal vostro controllo, ed esse saranno sempre più numerose man mano che cresce. A volte tutto ciò di cui vostro figlio ha bisogno è la vostra presenza e il vostro supporto affettivo. Se a scuola si sente umiliato, disprezzato e deriso, sarà il vostro amore incondizionato a proteggere la sua autostima in via di formazione e a fargli capire che nessun problema è insormontabile. Dimostrateglielo, questo amore, perchè è la cosa più importante che potete dargli in questo momento. State di fianco a lui mentre soffre e accettate di non poter controllare tutto, gli insegnerete così ad affrontare le difficoltà della vita.

Cercate aiuto
Né voi né vostro figlio siete soli. Parlate del problema senza vergogna, cercate supporto dove con ogni probabilità lo troverete. Chiedete un colloquio all’insegnante che vi sembra particolarmente attento alla vita relazionale della classe; confrontatevi con altri genitori e scoprirete che il bullismo è molto più diffuso e ha molte più sfaccettature di quanto si pensa; ricordate che la prospettiva, una delle più grandi innovazioni artistiche nella storia dell’umanità, richiede la presenza di uno specifico punto di vista esterno: questo può venire non solo da famigliari e amici, ma anche da uno psicologo che saprà sostenere in questo frangente voi o vostro figlio. Se avete l’impressione che questo farebbe apparire a lui o a voi stessi la situazione più grave di quella che è, o che vi farebbe sentire “malati”, ricordate che quando si vive una situazione difficile non c’è niente di più sano che affrontarla.

Bambini manichini

Accettare i tempi del bambino senza imporgli i nostri. Stimolare e coltivare la sua creatività. Permettergli di esprimere liberamente i suoi bisogni. Valorizzare i suoi graduali spazi di autonomia. Questi, in estrema sintesi, alcuni dei principi fondamentali del pensiero della Montessori.
Un pensiero che si è sviluppato all’inizio del Novecento, in un clima educativo rigido e autoritario diametralmente opposto a quello di oggi: paradossalmente, proprio per questo le idee della Montessori sono innovative e dirompenti nel 2015 come lo erano nel 1938. L’adulto di oggi non impone più regole e costrizioni eccessive, ma tende senza accorgersene a sostituire i bisogni e i desideri del bambino con i propri, rischiando di fraintendere il senso profondo di ciò che il bambino comunica, e di perdere momenti unici e preziosi nella loro crescita insieme.
Condivido volentieri questo articolo dal blog Montessoriacasa. Buona lettura a mamme, papà, nonni, baby-sitter e insegnanti!

montessoriacasa

scarpe-bimbo Età: 6 anni: Bambino portato a scuola con il passeggino

Età: 5 anni: Bambina vestita da capo a piedi dalla nonna dopo lezione di danza in  palestra.

Età 4 anni: Bambino che mangia imboccato dall’adulto.

Ne vedo di continuo di situazioni simili a queste: bambini che hanno l’età per potersi vestire, muovere e nutrirsi autonomamente completamente sostituiti dall’adulto. Ciò che più mi colpisce e mi lascia amareggiata è la loro rassegnazione. Non sono arrabbiati, ma abituati. Si guardando intorno mentre alzano un braccio o un piede per essere vestiti, mentre vengono trasportati, mentre aprono la bocca per essere imboccati.

Perchè non si ribellano?

Perchè l’hanno già fatto, senza successo, quando avevano 2 o 3 anni d’età. Quando erano nel pieno del periodo sensitivo dell’ “aiutami a fare da me!”. 

Li vedo i bimbi all’uscita di scuola (nido e materna) che urlano e si dimenano perchè vogliono mettere giacca e scarpe da soli, perchè vogliono…

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Quando una regola diventa un regalo

“Ha solo due anni, ma è già la reginetta di casa! Quando vuole qualcosa urla e piange così tanto che non c’è verso di dirle di no.”

“Volevo dare ai miei figli tutto quello che non ho avuto io da ragazzo, ma non sono mai contenti!”

“Mi sento così in colpa per essermi separata dal suo papà, che sento di dover essere una mamma perfetta e di non dovergli far mancare mai niente”

“Ho così poco tempo da passare con i miei figli, che non ho proprio intenzione di sprecarlo litigando, in quei momenti voglio solo stare bene con loro.”

“Più gli do, e più mi chiede! Mi sento schiacciata.”

“Anche se è ancora un bambino, gli ho comprato volentieri il cellulare perché pensavo che mi avrebbe aiutata a stare tranquilla quando non è con me. Adesso però è sempre attaccato a quei giochini, e quasi non ci parliamo più!”

“Suo padre non fa che viziarla, e a me tocca fare la parte della cattiva che le dà delle regole. Mia figlia mi detesta!”

Il genitore è il mestiere più difficile del mondo.

E’ facilissimo, invece, trovarsi in una situazione simile a queste: siamo partiti con le migliori intenzioni ma un giorno, quasi all’improvviso, ci accorgiamo che le cose a casa nostra non vanno come speravamo: i nostri figli sono scontenti, arrabbiati, disobbedienti, ingrati. Eppure noi abbiamo dato loro tutto quello che potevamo, abbiamo messo i figli al centro del nostro mondo, abbiamo fatto veramente di tutto perché ci volessero bene e fossero contenti! E forse il punto è proprio questo: pur di sentirci amati e di vederli felici, rinunciamo a insegnare loro che esistono anche regole e limiti da rispettare, che è indispensabile fare delle scelte tra tutte le cose che vorremmo, e che la nostra libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro. E’ brutto, ingiusto, frustrante tutto ciò? Niente affatto: è il fondamento del vivere insieme, in famiglia come nella società.

Un “No” detto senza sensi di colpa, senza rabbia, senza incertezze: molto spesso è di questo che i nostri figli hanno bisogno da parte nostra! Certo, non possiamo aspettarci che ci ringrazieranno subito per questo, anzi; ma lo faranno diventando adulti responsabili, equilibrati e sicuri di sé.

Da ogni parte, poi, tutti ci raccomandano che ogni “no” va spiegato: verissimo, ma spiegare non significa negoziare. I confini devono essere fermi, chiari e coerenti.

Non cedere di fronte ai pianti, alle urla, alla rabbia sembra un’impresa degna delle fatiche di Ercole: ma se dopo una lacrima o un grido in più facciamo la concessione, cosa imparerà nostro figlio, se non che basta fare sempre più “rumore” per ottenere qualsiasi cosa?

Spesso all’origine dei cosiddetti “capricci” c’è un bisogno importante e profondo, che però non è quello di avere un giocattolo in più o di rientrare mezz’ora più tardi: è quello di capire da noi adulti dove si trova il limite.

Anche un muro, a pensarci bene, è un limite: non possiamo oltrepassarlo né vedere al di là di esso. Ma una casa senza muri sarebbe totalmente inutile e non darebbe nessun riparo, calore e intimità.

Tutte queste idee a volte, soprattutto nei momenti di scoraggiamento, possono sembrarci troppo difficili da mettere in pratica. Parlarne insieme con una psicologa può essere utile.

Ci troviamo intorno a questo tema giovedì 24 ottobre in corso Peschiera 148 alle ore 21. La serata è a cura della dott.ssa Elisabetta Ranghino, psicologa, ed è a ingresso libero. Vi aspetto numerosi!Image