LA DEPRESSIONE

La depressione è il disturbo mentale più diffuso in Italia, ma spesso è anche il meno riconosciuto e il più banalizzato.

La parola “depressione” e l’affermazione “sono depresso/a” sono entrati talmente tanto a far parte del linguaggio comune, che c’è bisogno di fare un po’ di chiarezza affinché questo problema, e soprattutto le persone che ne soffrano, siano guardate con rispetto.

Secondo l’ultimo rapporto Istat, ne soffrono nel nostro Paese ben 2 milioni e ottocentomila persone, anche se siamo tra i Paesi europei con una minore presenza di depressione nella popolazione.

Le donne (9,8%) sono colpite quasi il doppio degli uomini, e la percentuale di anziani che ne soffrono (14,9%) è quasi tre volte superiore a quella dei più giovani.

Essere depressi non significa semplicemente essere tristi, giù di corda, molto delusi per qualcosa o annoiati. La depressione non è qualcosa che possa essere risolto con una passeggiata, una serata di divertimento, un incoraggiamento o un gelato al cioccolato.

La depressione è un disturbo dell’umore, e come tale non è tra gli aspetti della vita che possiamo controllare semplicemente con la nostra volontà.

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La depressione è una condizione profondamente limitante per chi la vive. Tristezza, apatia, convinzioni negative su se stessi e sulla propria vita, mancanza di slancio e interesse verso attività e idee, impossibilità di fare progetti, di porsi e perseguire un obiettivo, pensieri rivolti alla morte: tutti questi vissuti incombono sulla persona fino a farla sentire come se fosse sola in una stanza buia da cui non riesce a uscire, guardando la vita attraverso il buco della serratura.

Oltre ai vissuti emotivi, la depressione ha ripercussioni fisiche difficili da ignorare: senso di spossatezza perenne, lentezza nei movimenti, nelle azioni e nel parlare, difficoltà a concentrarsi, diminuzione dell’appetito e dell’interesse per il sesso, letargia o disturbi del sonno.

Nella vita quotidiana, le limitazioni che la depressione comporta possono andare da una progressiva riduzione della vita sociale e del rendimento lavorativo, a serie ripercussioni sull’eventuale relazione di coppia, ad una imponente difficoltà a stare fuori dal letto e ad uscire di casa, con possibile perdita del lavoro, isolamento e disinteresse generale per la vita, fino purtroppo ad arrivare a farsi del male o tentare il suicidio. Una persona con depressione su 10 nel corso della vita ha compiuto almeno un tentativo di suicidio.

Nel suo nucleo più profondo, la depressione è l’impossibilità di avere e fare progetti, di guardare la vita con occhi desideranti, di pensare al futuro.

La depressione, però, non è un qualcosa di unico, sempre uguale a se stessa o semplice da definire.

Si possono distinguere principalmente tre tipi di depressione, molto diversi tra loro, non tanto nel tipo di sintomi, quanto piuttosto nel ruolo che occupano nella vita di chi ne soffre.

– Depressione maggiore o endogena

E’ una vera e propria malattia, che non può in alcun modo essere sottovalutata o banalizzata.

Riguarda meno della metà del totale delle persone con qualche tipo di problematica depressiva.

Si caratterizza per una durata molto lunga, a volte indefinita, e per la presenza in misura imponente e pervasiva dei sintomi descritti sopra.

La persona che ne soffre può essere sempre triste, nutrire profondo pessimismo su se stessa e il futuro, non provare interesse e desiderio verso niente, isolarsi e non riuscire a coinvolgersi nelle attività quotidiane, perfino pensare alla morte e al suicidio, talvolta senza che sia apparentemente possibile per chi le sta intorno individuare una causa scatenante, un evento negativo importante che “giustifichi” tutto ciò.

La depressione endogena, però, è tale proprio perché arriva dagli strati più profondi della storia e della psiche di chi ne soffre.

Si ritiene che nella depressione endogena abbiano un ruolo i fattori organici e biologici, legati al funzionamento dei neurotrasmettitori e del sistema nervoso, insieme alle primissime esperienze affettive dell’infanzia, e perfino alle sofferenze di chi ci ha preceduto nelle generazioni passate della nostra famiglia.

E’ possibile che esista in alcune persone una predisposizione genetica, una vulnerabilità innata alla depressione, che si tramuta in realtà se incontra esperienze di vita che attivano vissuti depressivi, un po’ allo stesso modo in cui esistono persone geneticamente predisposte ad abbronzarsi più di altre, ma come tutti si abbronzano soltanto se si espongono al sole.

In caso di depressione maggiore, una terapia farmacologica può essere necessaria per sostenere il paziente, possibilmente abbinata ad una psicoterapia. La combinazione delle due cose è la cura più efficace.

– Depressione reattiva

Come suggerisce il termine, è una reazione ad un evento esterno avverso chiaramente identificato. Un lutto, il pensionamento, la perdita del lavoro, un figlio che se ne va di casa, la fine di una relazione sentimentale, lo sradicamento dalla propria terra di origine: si tratta comunque di una qualche forma di perdita importante.

Quella persona o cosa non era solo parte della nostra vita, ma anche della nostra stessa identità, ed ora che l’abbiamo persa è come se fosse morta una parte fondamentale di noi stessi.

Il dolore di questo momento, però, è qualcosa di più e di diverso da un sintomo da eliminare. Questa è una foresta buia che è necessario attraversare per proseguire il viaggio della nostra vita, è una sosta dove ci sentiamo deboli, ma ci renderà più forti.

In una società come la nostra, che ci vuole veloci, efficienti e sempre sorridenti, è difficile pensare alla depressione reattiva come a qualcosa di sano, eppure è così.

Di fronte ad un lutto, ad esempio, alcune persone, sopraffatte dal dolore oppure preoccupate di proteggere i loro cari, non permettono a se stesse di sperimentare la tristezza e la perdita: si sforzano di apparire allegre, diventano o rimangono estremamente attive, evitano ad ogni costo di parlare della persona defunta. Sperano così di saltare, o di far saltare ai loro cari, la fase più profonda della sofferenza. Purtroppo, però, il dolore non sparisce, finisce da qualche altra parte, e si ripresenterà in modi e tempi imprevedibili, fino a che non verrà affrontato.

Chi esprime una depressione reattiva, invece, ha cominciato ad affrontare il dolore, sta attraversando la foresta buia, e con i propri tempi e modi arriverà a rivedere il sole e a ritrovare il sentiero.

Non a caso nei tempi antichi, quando non avevamo gli psicofarmaci ma una saggezza che ora abbiamo perso, chi perdeva una persona cara doveva “portare il lutto” per un anno, con una serie di prescrizioni sull’abbigliamento e le attività quotidiane: la fase depressiva che stava attraversando era così riconosciuta, accettata e rispettata da tutti.

Chi soffre di depressione reattiva può trarre grande beneficio dal sostegno accogliente, incondizionato e non giudicante delle persone che lo circondano, ma anche da un percorso di supporto psicologico.

– Depressione endo-reattiva

A volte una depressione reattiva si protrae molto a lungo dopo l’evento che l’ha scatenata, i sintomi sono imponenti e non sembrano migliorare.

Non è possibile stabilire la “data di scadenza” che sancisce la fine di una tristezza “sana” e l’inizio di una “patologica”: ognuno ha i propri tempi per superare un lutto o una perdita.

Quello che distingue la depressione endo-reattiva da quella reattiva è una sproporzione, un eccesso nell’invasività e nella durata dei sintomi, percepita dalla persona stessa per prima.

Non è facile per chi è vicino ad una persona con depressione comprendere quando è il momento di accettare la situazione e quando è ora di spronare l’altro a reagire: l’ “esperto” in questo caso non è altri che chi soffre. Solo chi vive la situazione in prima persona può, ascoltando profondamente se stesso e le stagioni della propria anima, dare il ritmo alla camminata verso la rinascita.

Un discorso a parte merita la depressione post partum, un grande tabù della nostra cultura.

Ora che (fortunatamente!) nella nostra società avere un figlio è diventata la realizzazione di un desiderio, e non tanto di un dovere o di un evento naturale e incontrollabile, al momento della sua nascita non sembra esserci spazio per altro che non sia incontenibile gioia e felicità: se c’è tristezza, smarrimento, senso di perdita, paura di essere inadeguate, allora scatta anche il senso di colpa per questi sentimenti che devono per forza essere “sbagliati”.

Ma perché, in quello che ci si aspetta essere, ed è, l’evento che molte persone considerano il più felice della propria vita, una donna può sentirsi depressa, svuotata, triste, piangere spesso, non sentire di avere le forze per prendersi cura del proprio bambino, e addirittura pensare alla morte o a fare del male a se stessa e al piccolo?

Hanno certamente un ruolo fattori ormonali legati alla gravidanza. Come è noto, e al di là di facili umorismi sessisti, gli ormoni possono influenzare l’umore, i pensieri e i comportamenti delle persone: non c’è da stupirsi che questo avvenga al momento della più rapida ed eclatante trasformazione fisica che il corpo umano possa affrontare.

Sarebbe molto scorretto, però, ridurre un problema serio come la depressione post partum a uno squilibrio bio-chimico: gli intrecci di fattori psicologici, sociali e culturali non possono essere trascurati.

La condizione femminile nell’Europa del ventunesimo secolo è più contraddittoria di quanto vorremmo poter pensare.

Sempre fortunatamente, nella nostra società il ruolo di madre non è più l’unico che una donna può assumere, e avere un figlio non è più l’unico atto di valore che una donna può compiere: noi donne abbiamo anche una vita professionale e intellettuale, possiamo essere artiste, attiviste e molte altre cose ancora.

A questo punto rischiamo quindi di trovarci doppiamente penalizzate: da un lato, perché alla nascita di un bebè dobbiamo almeno momentaneamente accantonare tutto il resto, perdendo temporaneamente il contatto con parti importanti della nostra identità; dall’altro lato, perché i fantasmi antichi sono appena dietro la porta, insieme ai pregiudizi che portano una mamma lavoratrice, sindaco o direttrice di una corale a sentirsi mortalmente in colpa se ha ancora altri obiettivi oltre a quello di dedicarsi al suo bambino.

A questo si aggiunge il fatto che se un tempo, almeno in campagna e nei piccoli centri abitati, le famiglie erano più numerose, tendevano ad abitare insieme, la comunità era improntata a una fitta rete relazionale tra donne e pertanto la neo-mamma era sempre circondata di persone, attenzioni e consigli (forse anche troppi!), oggi sempre più donne si trovano ad affrontare la maternità in casa da sole, talvolta lontane centinaia di chilometri dalla loro famiglia di origine, con amiche e parenti che hanno poco tempo ed energie a disposizione per aiutarla o anche solo tenerle compagnia.

Ben vengano, certo, le molte attività per mamme e neonati oggi disponibili, dall’acquaticità ai corsi di massaggio neonatale, dai gruppi tematici ai corsi di aerobica col passeggino, che oltre ad essere pensate per il benessere dei piccoli aiutano le mamme ad uscire, conoscere persone nuove con cui condividere molte cose, parlarsi e sostenersi fra loro, ma non è questo a risolvere una delle più preoccupanti emergenze della salute mentale del nostro tempo.

Sarebbe bello se ai cambiamenti realizzati nella condizione femminile ne corrispondessero altrettanti nella condizione maschile, e fossero date ai padri più opportunità di conciliare la vita lavorativa e famigliare: il sostegno e l’amore delle persone a lei più care, infatti, sono la più grande protezione per una mamma contro la depressione post-partum.

Ultimo ma non ultimo, soprattutto nei Paesi dell’Europa mediterranea, siamo pur sempre intrisi di una spiritualità che fonde la maternità con elementi religiosi e archetipici di forte impatto sull’inconscio collettivo.

La Madre per antonomasia rappresenta una perfezione “immacolata”, un amore sacrificale, una tale santità, che eleva noi madri terrene, cristiane o meno e consapevoli o meno, su un piedistallo quasi divino, ma al contempo ci getta in un confronto ideale da cui possiamo uscire solo “sconfitte”… questo, però, soltanto se dimentichiamo che siamo umane e che, come disse Winnicott, uno dei padri della psicologia, il bambino non ha bisogno di una madre perfetta, ma di una madre “sufficientemente buona”.

SALUTE, RIMEDI NATURALI E MEDICINE ALTERNATIVE: ALCUNI MITI DA SFATARE

Attualmente nella nostra società, per quanto riguarda la cura della salute, si assiste a un grande successo delle medicine “naturali” o “alternative”.

Questa tendenza riguarda in misura rilevante anche il benessere psicologico, anzi, problematiche al confine tra i mondi del corpo e della psiche, come i disturbi del sonno, l’ansia, i sintomi psicosomatici o i disagi della menopausa sono spesso tra le situazioni in cui più facilmente si ricorre alle medicine alternative e naturali.

Per questo ci tengo a sfatare alcuni “miti” che nell’opinione comune si associano a questo tipo di cure, convinzioni che possono non solo alimentare false speranze, ma anche diventare pericolose e dannose.

Inevitabilmente questo articolo potrà contenere dei “voli pindarici” un po’ arditi o apparire semplicistico, trattando insieme argomenti molto diversi e discipline molto varie: non c’è ovviamente pretesa di esaustività o di generalizzazione.

 

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– Un farmaco naturale non può fare male

Questa idea, una delle più diffuse e delle più determinanti alla base del successo dei rimedi naturali, è semplicemente falsa.

I rimedi naturali hanno controindicazioni ed effetti collaterali esattamente come i farmaci di sintesi.

Così come in natura esistono piante e animali in possesso di sostanze in grado di uccidere, esistono farmaci a base di sostanze naturali che possono diventare molto pericolosi per determinate categorie di pazienti.

Particolare attenzione va prestata per chi soffre di una patologia cronica e per chi assume regolarmente altri farmaci, con i quali il rimedio naturale può creare dannose interferenze. Ad esempio l’iperico, una pianta i cui derivati possono essere utilizzati per combattere la depressione, ostacola l’azione di molti altri farmaci, tra cui alcuni ansiolitici, antiepilettici, anti-ipertensivi, contraccettivi orali, e alcune terapie contro patologie importanti come l’HIV o il cancro, è quindi molto pericoloso assumere iperico per chi è già in cura per questi ed altri problemi.

Spesso i rimedi naturali vengono preferiti dalle donne in gravidanza e allattamento o dalle mamme per i loro bambini, proprio nella convinzione che naturale equivalga a innocuo, e questo è paradossale perché non è così, anzi, la gravidanza e l’età pediatrica sono momenti delicati in cui bisogna valutare con cautela ancora maggiore l’assunzione di qualsiasi sostanza. Esistono ad esempio banali lassativi in grado di porre in serio pericolo la sopravvivenza del feto soprattutto durante i primi periodi di gestazione.

Tutto quanto detto finora, ovviamente, vale anche per le forme di medicina alternativa che non contemplano la somministrazione di sostanze, come l’agopuntura e la riflessologia plantare.

Perfino gli apparentemente semplici massaggi, se eseguiti per scopi di cura (anche solo per un banale dolore muscolare) o in presenza di patologie o condizioni delicate di sorta, non andrebbero lasciati al fai-da-te.

– Le cure naturali possono essere liberamente scelte, prescritte e somministrate da chiunque

La propensione per le cure alternative si accompagna talvolta a una diffidenza, quando non ad un dichiarato rifiuto, verso le figure professionali di ambito sanitario in favore di una “libertà” di scegliere le proprie cure da soli o su indicazione di professionisti diversi dai medici.

Proprio per i motivi spiegati più sopra, però, anche le cure naturali dovrebbero essere assunte solo su indicazione di una figura professionale adeguatamente competente e istruita.

E’ importante evidenziare che in Italia figure come quelle del naturopata, dell’iridologo, dell’ omeopata o del terapeuta olistico non sono normate da alcuna legge e non rientrano tra le professioni sanitarie riconosciute dalla legge attualmente in vigore, la 4/2013, che ponendo standard scientifici e deontologici protegge i cittadini da rischi, abusi e scorrettezze. La sempre più diffusa figura dell’osteopata sta attraversando un processo di transizione verso un riconoscimento legislativo, ma non va confusa con la professione sanitaria del fisioterapista.

Questo non significa che le cure naturali siano solo falsità e che tutti coloro che le esercitano siano dei truffatori o degli irresponsabili: se si desidera accedere come pazienti al complesso mondo della medicina naturale, è bene scegliere con attenzione a chi rivolgersi.

Esistono ad esempio molti medici che, laureati e abilitati alla professione medica, si sono appassionati e specializzati in alcuni ambiti della naturopatia, come l’agopuntura, e farmacisti esperti in preparati fitoterapici: sono quindi in grado di applicare le terapie alternative alla luce di una solida preparazione fondata su basi scientifiche.

Ricordate che fare domande per conoscere il curriculum, le qualifiche, i titoli e la formazione del professionista a cui vi rivolgete è un vostro diritto. Chi si rifiutasse di rispondere o desse risposte non del tutto chiare, complete ed esaustive violerebbe un importante principio deontologico a cui i professionisti sanitari sono tenuti, e chi dichiara falsità circa la propria preparazione e professionalità commette un reato.

Un professionista serio, qualsiasi disciplina pratichi e da qualsiasi formazione provenga, prima di intervenire vi porrà una serie di domande anamnestiche per valutare l’intervento rispetto al vostro caso e alla vostra situazione, e mai sosterrà di possedere la soluzione sicura a qualsiasi problema.

Se quando mostrate al professionista della medicina naturale un referto medico o gli parlate dei farmaci che state assumendo questi mostra un atteggiamento banalizzante e noncurante, con affermazioni tipo “gli esami del sangue non mi interessano” o con inviti più o meno netti ad abbandonare senza troppe cerimonie tutte le altre terapie in corso, questo potrebbe essere un significativo campanello d’allarme circa la sua serietà.

Per le professioni sanitarie soggette al controllo di un Ordine professionale, come il medico, il farmacista e lo psicologo, la trasparenza è d’obbligo: chiunque può visitare il sito internet nazionale o regionale dell’Ordine professionale, e verificare se chi dice di essere un medico, un farmacista o uno psicologo lo è veramente, o se sta commettendo un reato e un grave abuso nei confronti di una persona bisognosa di cure.

Detto ciò, i percorsi formativi in alcuni ambiti delle medicine alternative sono aperti a chiunque e sono estremamente variabili per durata, consistenza e solidità, nulla vieta quindi ad un professionista non laureato di possedere realmente una solida competenza in uno specifico ambito delle medicine alternative, come i fiori di Bach o la riflessologia plantare. Sta al paziente valutare rischi e benefici a tutela della propria sicurezza, tenendo presente che nulla è più importante della salute!

I farmaci naturali e quelli omeopatici sono la stessa cosa

Falso, e anche qui la situazione è più complessa di quanto sembra. Questo articolo non ha pretese di esaustività, ma per evitare almeno un eccesso di semplificazione possiamo suddividere i farmaci naturali in fitoterapici e omeopatici.

I farmaci fitoterapici sono preparazioni che, a differenza dei farmaci comuni, non contengono sostanze di sintesi ottenute in laboratorio (ad esempio il paracetamolo), ma sostanze derivate da vegetali o comunque presenti in natura, e sovente ne portano il nome (ad esempio l’echinacea, il cui uso è simile appunto a quello del paracetamolo).

Detto questo, si basano sullo stesso identico principio della medicina scientifica, ovvero sull’idea che introdurre nel corpo una sostanza possa andare a correggere uno squilibrio patologico, eliminando il problema oppure riducendone i sintomi. La differenza tra i farmaci fitoterapici e quelli comuni sta quindi nella provenienza e nelle modalità di preparazione.

Cosa diversa è l’omeopatia, disciplina che si basa su principi totalmente diversi e per certi aspetti radicalmente opposti: inventata nell’Ottocento da un medico tedesco, parte dal presupposto che “il simile si cura col simile” (“omeos” in greco antico, appunto), ovvero che per curare una patologia occorre introdurre una sostanza analoga a ciò che la genera, ma estremamente diluita.

L’altissima diluizione del principio attivo nei farmaci omeopatici è uno dei principali motivi per cui attualmente l’omeopatia viene considerata priva di fondatezza scientifica e la sua efficacia non è dimostrabile se non in termini di effetto placebo. Tornerò su questo punto più avanti.

Le medicine naturali ti “curano” solo quando in realtà non hai niente

Anche questa è una banalizzazione controproducente spesso sostenuta dai detrattori più totali delle cure naturali.

E’ vero, piuttosto, che l’efficacia delle varie forme di medicina naturale varia a seconda della patologia, delle condizioni del paziente e di molti altri fattori, tra i quali non sempre rientra la gravità della situazione.

E’ vero, ad esempio, che una persona particolarmente sensibile all’ipnosi può essere portata in uno stato di anestesia senza l’uso di farmaci, tanto che sono documentati casi di pazienti allergici ai farmaci anestetici sottoposti a importanti operazioni chirurgiche sotto ipnosi, ottenendo ugualmente l’annullamento completo del dolore.

D’altro canto, è estremamente improbabile che un’infezione batterica, da quelle che possono provocare una banale influenza a quelle potenzialmente letali, possa essere debellata da qualsiasi cosa che non sia una terapia antibiotica sapientemente impostata e correttamente seguita fino alla fine.

Credo inoltre che sia utile ridefinire almeno parzialmente il concetto di “non avere niente”: una persona che si porta dietro da anni un dolore muscolare, un disturbo del sonno o un’emicrania “non ha niente” se gli esami medici non evidenziano nessuna causa organica? Questo rende meno reale la sua sofferenza? O forse è la medicina così come la conosciamo ad avere una visione parziale del problema, con la sua separazione eccessiva tra mente e corpo e la sua estrema parcellizzazione, che in nome della sofisticatezza delle specializzazioni accademiche perde di vista la complessità dell’organismo nella sua interezza?

A questo punto non posso più esimermi dallo scottante tema dell’effetto placebo, a cui la consapevolezza della connessione tra mente e corpo ci conduce necessariamente.

L’effetto placebo

Qui si apre davvero un discorso complesso, che sconfina dal campo della salute fisica e psicologica verso l’etica e la filosofia.

Si parla di effetto placebo quando una cura ottiene il risultato atteso non per effetto del suo principio attivo, ma per una dinamica psicologica in cui l’aspettativa di guarigione, la fiducia nella cura, la relazione d’aiuto con il professionista e la speranza concorrono a generare nel paziente un miglioramento effettivo, ma inspiegabile da un punto di vista scientifico.

Esistono ambiti in cui l’influenza della psiche sul corpo è molto ampia, e di conseguenza l’effetto placebo è potente: la percezione del dolore e la salute mentale sono i principali tra questi (basti pensare al fatto che alcuni farmaci antidepressivi perdono la loro efficacia a livello chimico nel giro di poche settimane, ma continuano ad essere assunti per anni in quanto molti pazienti li percepiscono come indispensabili e irrinunciabili per il loro equilibrio emotivo).

Esistono invece ambiti in cui l’effetto placebo è impossibile, tra questi la contraccezione e le infezioni da agenti patogeni esterni.

E’ lecito, tuttavia, equiparare del tutto l’effetto placebo a una truffa, a un inganno, a una falsità, a qualcosa che la “vera” medicina deve combattere ad ogni costo?

Esistono studi sperimentali in cui l’utilizzo di una pastiglia priva di qualsiasi principio attivo ha sortito effetti antidolorifici anche se il paziente era informato che si trattava di un placebo.

Ne esiste un altro, condotto sul dolore post-operatorio, in cui l’efficacia di un placebo somministrato da un infermiere premuroso, rassicurante, dovizioso di spiegazioni e capace di attivare nel paziente l’aspettativa del benessere ha uguagliato quella di un vero farmaco antidolorifico somministrato tramite flebo gestita automaticamente da un computer.

E se la moxibustione cinese si associa nel 70% dei casi al rivolgimento corretto di un feto podalico negli ultimi due mesi di gravidanza, cosa importerà alla mamma che ha evitato un cesareo o un parto difficilissimo e rischioso, se il risultato è dovuto davvero al calore applicato sul mignolo del piede o ad un suo atteggiamento mentale?

E’ stato dimostrato che la qualità della relazione tra professionista e paziente gioca un ruolo fondamentale non solo nell’efficacia dell’effetto placebo, ma anche dei farmaci “veri”: questo dovrebbe rendere evidente che una divisione netta tra mente e corpo, tra malessere e benessere mentale e fisico, è artificiosa e riduttiva.

Occorre quindi un atteggiamento equilibrato che coniughi apertura e cautela, umiltà e informazione:

sotto alcuni aspetti la nostra medicina, quella scientifica, positivista e tecnologica, è solo una tra le tante medicine che le diverse civiltà umane hanno messo a punto nel corso della storia, è solo, come direbbero gli antropologi, una etnomedicina tra le altre, al pari della millenaria medicina cinese o dei rituali per noi misteriosi degli sciamani sudamericani.

Il sistema scientifico spiega molte cose, ma ne ignora completamente molte altre, che magari sono invece l’essenza di altri sistemi per pensare il corpo, la psiche, la malattia e la cura.

Ciò detto, è innegabile che la medicina così come la conosciamo noi ha portato a un miglioramento esponenziale della qualità e della durata della vita umana, e ad un progresso inimmaginabile.

Basti pensare che il virus dell’HIV è stato identificato solo negli anni ‘80, e in poco più di 30 anni siamo passati dal considerarlo equivalente a una condanna a morte, a disporre di terapie che permettono ad un malato di vivere quanto una persona sana e persino di avere figli sani.

O che nessuno è mai sopravvissuto al virus della rabbia, ma il vaccino, se somministrato prima dell’insorgere della fase acuta della malattia, salva la vita nella totalità dei casi.

Basti pensare, (anche se pensarci non basta) che oggi, nel 2019, nei Paesi poveri dove l’accesso alla medicina per come la conosciamo noi è insufficiente, la mortalità infantile è fino a 20 volte superiore di quella che abbiamo in Italia.

La medicina occidentale è uno dei più grandi successi dell’umanità, e allo stesso tempo non è né infallibile, né esaustiva, né completa, né incontestabile, né perfetta.

Allo stesso modo, altri sistemi medici, compresi quelli basati sull’accesso a un universo poco o per nulla chimico e molto o del tutto simbolico, hanno un loro senso e una loro efficacia nei contesti socio-culturali in cui sono nati e cresciuti, e hanno anche ampie lacune e zone grigie.

L’umiltà a cui ho accennato prima sta sia nel riconoscere la fallibilità e la parzialità del nostro sistema di cura, sia nel rinunciare ad ogni pretesa di appropriarci indiscriminatamente di altri sistemi di cura provenienti da altre epoche e culture, banalizzandoli, sradicandoli dall’universo simbolico, culturale, storico e sociale che conferisce loro senso, piegandoli alle nostre categorie mentali e alle nostre logiche, snaturandoli in nome di qualche promessa tanto miracolosa quanto redditizia.

Occorre quindi, torno a dire, un atteggiamento equilibrato: apertura, voglia di conoscere, curiosità, capacità di affidarsi a qualcosa che resta in parte inspiegabile da un punto di vista scientifico, dovrebbero coesistere con cautela, voglia di documentarsi, discernimento e senso critico.

I – IL SERPENTE SUL MIO CAMMINO – DEFINIRE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

IL SERPENTE SUL MIO CAMMINO – DEFINIRE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

La parola “trauma” è tra i tanti termini psicologici che si sentono sempre più spesso, così spesso che a volte finiscono per perdere il loro significato originario e venire banalizzati, fino a far diventare “traumatico” il suono della sveglia lunedì mattina.

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Per nostra fortuna, non tutte le esperienze negative che viviamo si trasformano in un trauma, e non tutte le esperienze dolorose producono in ognuno di noi gli stessi devastanti effetti.

D’altro canto, non è l’entità apparente di un evento a qualificarlo o meno come un trauma: non c’è bisogno di un danno di gravità eclatante affinché chi lo subisce possa o debba sentirsi “autorizzato” a restarne traumatizzato.

Si può uscire più forti e consapevoli da un incidente d’auto che ci ha fatto sfiorare la morte, o cadere in una profonda depressione post-traumatica per la morte di un animale domestico.

A qualificare un trauma non è l’esperienza in sé, ma le modalità con cui viene vissuta, condivisa (o taciuta), rappresentata nella mente.

Così, se etimologicamente la parola trauma rimanda a un “colpo” (infatti conserva questo significato in ambito medico), nella nostra psiche il trauma è qualcosa che rompe le nostre certezze fondamentali, comporta la perdita di una parte essenziale di noi stessi, mette in discussione la nostra sopravvivenza, non solo fisica ma anche e soprattutto emotiva, non rientra in nessuna categoria di ciò che siamo preparati ad affrontare, è impensabile, innominabile, non digeribile dalla nostra mente e dal nostro corpo.

Subiamo un trauma quando ci sentiamo completamente impotenti di fronte a un dolore o ad un pericolo: l’impossibilità di fare qualcosa per prendere il controllo della situazione è l’essenza del trauma.

E’ per questo che i bambini corrono un maggiore rischio di essere traumatizzati e i traumi subiti in età infantile hanno spesso conseguenze più gravi, perché il bambino è effettivamente più inerme, più dipendente e più vulnerabile di un adulto.

Sentirsi impotenti di fronte ad una situazione, in particolare di fronte a una sofferenza o ad un’ingiustizia, è così intollerabile, che pur di riprendere una minima forma di controllo e di potere, un bambino (ma anche un adulto) può arrivare a convincersi di aver “meritato” di subirla, che sia “colpa sua”, che ci sia qualcosa che non va in lui o lei, anche se chiunque dall’esterno potrebbe giurare che non è così.

Ma cosa succede quando chi infligge il dolore e chi dovrebbe proteggere la vittima sono la stessa persona? Si crea un cortocircuito, una spirale dove si vede solo sofferenza in qualunque direzione si guardi, una situazione di costante pericolo per la sopravvivenza psichica della vittima.

Quando chi infligge il trauma è una persona amata dalla vittima e molto importante per lei, come ad esempio un genitore nei confronti di un bambino o un adolescente, il maltrattamento psicologico può fare danni molto più grandi di quelli che possono apparire.

Se fai così non ti voglio più bene”, “Se ami la mamma non dovrai mai lasciarla”, “Devi scegliere tra me e papà”, “Devi fare ciò che voglio io perché ti ho cresciuto” “Se mi ami non dovrai mai più parlare di ciò che è successo”, “Solo io so cosa è meglio per te”, “Se mi vuoi bene devi mangiarlo tutto”: questi ed altri messaggi trasmessi non necessariamente con le parole, ma anche con i gesti e gli atteggiamenti di tutti i giorni, sono ricatti che pongono il bambino o il ragazzo in un vicolo cieco, dove non esistono punti di riferimento o soluzioni praticabili.

Come è evidente, non si tratta necessariamente di quel tipo di maltrattamenti cruenti che, per intenderci, hanno subito da piccoli i serial killer dei film horror americani. La pervasività di un sottile ricatto all’interno della relazione più significativa per il bambino è come gocce d’acqua in grado di scavare la roccia.

La salvaguardia della relazione assume la priorità, costringendolo ad annullare se stesso e il proprio sentire: un bambino che impara a fare questo come unica strategia di sopravvivenza, rischia di diventare un adulto privo della capacità di occuparsi di se stesso in modo indipendente, soddisfacente e adeguato, ed eventualmente di proteggersi dai pericoli e affrontare le avversità.

A rendere un evento “impensabile”, non collocabile nella nostra narrativa personale, non digeribile dalla psiche, come se avessimo ingoiato un sasso, è anche l’impossibilità di condividere l’esperienza con una persona significativa, e di vederla riconosciuta.

Così, una ragazzina che esita a rivelare le attenzioni sessuali subite dal patrigno per paura di non essere creduta o di essere incolpata, o le Madres de Plaza de Mayo argentine che da più di 40 anni chiedono giustizia per i loro figli scomparsi e denunciano le colpe mai ammesse di un regime dittatoriale, rappresentano due facce della stessa medaglia: il bisogno di vedere il proprio dolore rispecchiato, reale, validato, riconosciuto, creduto, compreso. La ricerca di un senso condiviso per quanto è accaduto, anche e soprattutto dove un senso è più difficile da trovare.

A proposito del noto movimento di attivismo che ho appena citato, un discorso a parte meriterebbe il trauma collettivo, quello legato a guerre, dittature, genocidi, disastri naturali ed altri eventi storici, che oltrepassa i confini di un solo individuo o di una sola famiglia per accomunare intere comunità locali, a volte interi popoli o nazioni. Questo tema esula dal presente articolo, ma vorrei approfondirlo in futuro.

Qualunque sia l’esperienza traumatica, comunque, il suo ricordo viene registrato in uno strato estremamente profondo e primitivo del nostro cervello, l’amigdala, che è progettata per farci reagire istantaneamente a qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa, senza “perdere tempo” a ragionare e valutare le possibili reazioni, senza cioè coinvolgere gli strati più evoluti e razionali del nostro cervello: tutto ciò con il solo scopo di farci sopravvivere.

Se camminando su un sentiero di campagna vediamo un serpente, prima facciamo un salto all’indietro, poi eventualmente abbiamo il tempo di guardarlo meglio e renderci conto che era solo un ramo secco ritorto: questo meccanismo istintivo ha probabilmente impedito che il genere umano si estinguesse durante la preistoria, ed è rimasto inalterato attraverso ogni cambiamento che ha rivoluzionato il mondo nelle ultime decine di migliaia di anni.

Anche se per noi europei del 2019 il rischio di morire per il morso di un serpente è trascurabile, questo pericolo è profondamente inscritto nel nostro inconscio collettivo, e si attiva di fronte a tutto ciò che ce lo ricorda.

Il trauma funziona proprio così: ci farà reagire con un istinto di paura, fuga e ritiro di fronte a qualsiasi situazione ci ricordi quella originaria, con la sola priorità di salvare la nostra incolumità.

L’amigdala di una donna che ha subito uno stupro non “sa” che ora l’uomo che la sta accarezzando è un marito amorevole: porta inciso il ricordo di quello sconosciuto violento, e tenterà di farla reagire come reagì allora anche se sono passati molti anni, impedendole di avere una vita sessuale serena, se nel frattempo non è avvenuto un intenso lavoro di integrazione dell’esperienza.

L’amigdala di un uomo che da bambino è stato costantemente maltrattato da un genitore che lo picchiava e urlava contro di lui, non “sa” che il suo datore di lavoro e la questione professionale di cui stanno discutendo non hanno per la sua sopravvivenza la stessa importanza che avevano i suoi genitori quando aveva quattro anni. La sua reazione emotiva profonda di fronte ad una figura di autorità aggressiva sarà la stessa, e potrà portarlo ad assumere un atteggiamento troppo remissivo, accettando una tale mole di lavoro da compromettere la propria salute e la propria vita famigliare.

Il trauma, però, non è per forza una spirale senza fine e senza via d’uscita.

La sofferenza farà inevitabilmente parte di un’esperienza negativa, ma il trauma no.

Una volta che un’esperienza si è fissata come trauma negli strati più profondi della mente, il danno non è irreparabile.

Non possediamo soltanto le parti più primitive ed istintuali del nostro cervello, ma abbiamo evoluto un organo pensante dalle potenzialità così incredibili da apparire miracolose, e a volte inspiegabili. Non sappiamo soltanto reagire agli stimoli, sappiamo anche pensare, immaginare, comunicare, interrogarci, narrare, cercare e creare senso e significato per la nostra esperienza.

Nei prossimi articoli vorrei approfondire alcuni modi per prevenire o superare un trauma.

BIBLIOGRAFIA:

– Cesare Albasi – Attaccamenti traumatici – UTET, 2006

– Danie Beaulieu – Eye Movement Integration Therapy – Crown House publishing, 2012

II – MA COME FANNO LE OSTRICHE? – SUPERARE LE ESPERIENZE TRAUMATICHE

Come abbiamo visto nel precedente articolo, per superare un trauma abbiamo bisogno innanzitutto di dare parola a questa esperienza, di vederla riconosciuta da qualcun altro.

Abbiamo anche bisogno di integrare l’esperienza all’interno del più ampio tessuto della nostra psiche, che comprende anche esperienze di sicurezza, positività, benessere, padronanza e relazione sana.

Il lavoro che dobbiamo fare è simile a ciò che fa l’ostrica quando viene invasa da un sassolino: non potendo espellerlo, lo circonda con qualcosa di buono e forte che proviene da se stessa, ci lavora intorno fino a renderlo tondo e liscio in modo che possa restare dentro di lei senza farle male, ottenendo come risultato qualcosa di prezioso e unico, una perla.

Non a caso, forse, secondo le formalità del galateo le perle sono l’unico tipo di gioiello “consentito” durante il periodo del lutto: nella loro bellezza evocano un’immagine di tristezza, di fatica, ma anche di grande forza e resistenza alle avversità.

Viviamo qualche tipo di esperienza negativa o difficile, ci troviamo qualche “sassolino nella scarpa” pressoché ogni giorno: talvolta neppure ci accorgiamo di quanto lavoro da ostriche la nostra psiche compia, e di quante perle vi siano dentro di noi grazie al fatto che riusciamo ad affrontare le avversità della vita.

Purtroppo però, di fronte ad un’esperienza traumatica, spesso anche le naturali forze equilibratrici e guaritrici che vivono all’interno della psiche possono non essere sufficienti, un po’ come gli anticorpi di fronte ad un agente patogeno così forte da farci ammalare.

Ecco allora che si presentano incubi, risvegli notturni terrificanti, difficoltà del sonno, ricordi intrusivi e flashback che riportano al momento più angosciante. Le attività quotidiane e le interazioni personali appaiono piene di pericoli, perché innumerevoli stimoli ricordano l’esperienza traumatica e provocano reazioni incontrollabili di paura, di ritiro o di rabbia. Si rischia allora di sviluppare una tendenza ad evitare attività, luoghi, persone e situazioni per non incontrare quei ricordi. In questo modo la vita di una persona va incontro ad un generale impoverimento, si perde anche lo slancio verso il futuro, e si sente crescere un senso di perdita, inutilità, svuotamento e tristezza che può diventare una vera e propria depressione. Ed in tutto questo, a volte sembra che gli altri non capiscano le nostre difficoltà, i nostri bisogni e le limitazioni che il trauma comporta.

La saggezza popolare dice che il tempo guarisce ogni ferita: almeno in parte, fortunatamente, questo è vero. Ma a quale prezzo?

Per quanto tempo dovremo rinunciare al nostro lavoro per la paura invincibile di salire in auto dopo un incidente stradale?

Quante possibili storie d’amore non inizieranno mai perché le percosse e le umiliazioni di chi diceva di “amarci troppo” hanno tramortito in noi il coraggio di affidarci all’altro?

Quante nuove esperienze ci negheremo a causa di una paura che appare insensata ai nostri stessi occhi?

Nessuno di noi merita tutto questo.

Non siamo costretti a restare raggomitolati immobili nell’attesa che la tempesta passi.

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Ecco allora che può entrare in gioco l’aiuto della psicoterapia: se come abbiamo visto, per il superamento di un trauma è essenziale dare voce all’esperienza ed elaborarla, un percorso con uno psicologo può essere un importante aiuto.

Un percorso psicoterapeutico, però, richiede spesso tempi lunghi. Un dolore che si trascina da tempo, magari da anni, può rendere meno pronti ad accettare di partire per un lungo viaggio, per quanto desiderata sia la meta del benessere da ritrovare.

Le energie necessarie a compiere questo percorso sono bloccate, cooptate dagli ingenti investimenti in “armamenti da difesa” che il trauma ha reso necessari alla sopravvivenza. Come si può allora liberarle affinché siano di nuovo a nostra disposizione?

Esiste una tecnica di intervento molto rapida e intensa, la EMI, che sta per Eye Movement Integration, Integrazione attraverso i movimenti oculari.

Presenta similitudini e differenze rispetto alla EMDR, più nota in Italia. In particolare, la EMI consente una maggiore flessibilità, rendendola meglio applicabile a una più ampia varietà di situazioni.

In poche sedute di trattamento, indicativamente da una a meno di dieci a seconda dei casi, la EMI consente di modificare il ruolo che l’esperienza traumatica ha nella vita e nella psiche del paziente, in modi concreti e sostanziali, che portano a percepire nel giro di alcune settimane un evidente maggiore benessere.

L’esperienza traumatica non verrà dimenticata, né saranno eliminate le emozioni sane e appropriate ad essa associate: non si tratta, ad esempio, di portare una persona ad amare il partner o il genitore che le ha fatto violenza, oppure a diventare spavalda di fronte a tutto, perdendo quelle paure adeguate ad una ragionevole protezione di sé.

Ciò da cui il paziente si libera sono le limitazioni, i condizionamenti e le percezioni auto-distruttive legate al trauma, come fobie, aspetti depressivi, senso di colpa, vergogna e comportamenti evitanti che ostacolano la sua vita e la sua progettualità.

Volendo metaforicamente immaginare il trauma come un numero 3 inscritto nelle mente e nel corpo, la EMI non può cancellarlo dalla memoria, ma può aggiungerci qualcosa: il 3 si trasforma in un 8, cambiando completamente significato e posto nell’ordine delle cose.

Il ricordo dell’esperienza traumatica apparirà allora meno carico emotivamente, meno disturbante, più gestibile e collocabile, e le sue conseguenze meno imponenti, come un bagaglio dapprima ingombrante che andrà occupando sempre meno spazio, fino a non costituire più un peso così gravoso da affaticare o rallentare il cammino.

La EMI, come qualsiasi altra tecnica, non è la panacea per tutti i mali, un trucchetto quasi magico o paranormale che fa sparire ogni problema, una pillola alla Matrix: non fa che ri-attivare e potenziare quelle forze interiori che tutti possediamo, e che naturalmente ci guidano verso l’equilibrio, il benessere, la spontaneità e la creatività.

Molto spesso, il trattamento EMI è solo l’inizio oppure un passaggio intermedio di un percorso più ampio che comprende una psicoterapia, esattamente come alla guarigione da una malattia che ha a lungo impedito al paziente di camminare deve seguire una paziente riabilitazione fisioterapica.

La EMI libera energie, risorse psichiche, desiderio, che restano così a disposizione della nostra vita, delle nostre relazioni e dei nostri progetti: scegliere cosa farne, sarà una nuova storia.

Una considerazione finale che esula un po’ dalla tematica psicologica, ma mi sembra doveroso fare. Non siamo ostriche: ci sono sassolini provenienti dal passato che non possiamo più espellere dalla nostra memoria, ma ci sono sassolini del presente che possiamo estromettere dalla nostra vita e sassolini del futuro da cui possiamo evitare di farci invadere.

Se la fonte del nostro dolore è nella situazione attuale, non siamo tenuti ad adattarci, ma possiamo cambiarla, sia essa una relazione sentimentale, un posto di lavoro, un’abitudine, una convinzione o uno stile di vita.

Allo stesso modo, le nuove consapevolezze maturate grazie al percorso EMI possono aiutarci a prendere per il futuro decisioni migliori, più autenticamente nostre, non condizionate dall’onda lunga dell’esperienza traumatica.

Anche per quanto riguarda i sassolini delle esperienze passate, non poterli espellere dal ricordo non significa che il cambiamento del loro posto nella nostra vita non possa essere così radicale da cercare, eventualmente e se lo sentiamo pertinente, riscatto e giustizia anche in termini legali. I reati contro la persona, tra cui l’abuso e il maltrattamento, non cadono mai in proscrizione. Molte persone sentono che una denuncia e un percorso giuridico possano essere utili e importanti per chiudere il cerchio rimasto spezzato: queste non dovrebbero mai lasciarsi scoraggiare, tanto meno dalla paura del giudizio degli altri.

III – CAVALCARE LA TIGRE – LA TECNICA E.M.I.

Sapevate che esiste una sostanza chimica corrosiva, altamente tossica, utilizzabile come arma di distruzione di massa, ma che allo stesso tempo si vende sotto vari nomi commerciali, è utilissima come disinfettante per la casa, il cibo e le attrezzature ospedaliere, rende pulita e limpida l’acqua delle piscine, e può perfino mantenere l’acqua del rubinetto sicura e potabile?

Si tratta sempre dell’ipoclorito di sodio variamente diluito in acqua: tutto dipende dal suo livello di concentrazione.

Quando è puro o altamente concentrato, può essere mortale; quando è introdotto in quantità piccolissima in enormi masse d’acqua, salva la vita di innumerevoli persone ogni giorno.

Perché vi parlo di questo?

Immaginate che l’esperienza più brutta e più terribile della vostra vita sia un bicchiere di candeggina, ovvero di ipoclorito di sodio concentrato, che dovete portare sempre con voi, stando attenti a non toccarla, perfino a non respirare troppo vicino ad essa, per evitare di farvi del male. Forse, per proteggervi, decidete allora di indossare sempre guanti di gomma, che allo stesso tempo vi impediscono di toccare anche tutto il resto, e una mascherina che non vi fa percepire alcun odore o profumo circostante, e rende meno chiare le vostre parole agli altri: il trauma vi sta impedendo di vivere la vita in modo pieno.

Col tempo, con il lavorio interiore e con la psicoterapia la diluite mano a mano: prima otterrete un disinfettante per le vostre ferite; poi, un’azzurra piscina in cui forse un giorno avrete il coraggio, le energie e la gioia di nuotare; infine, dispersa in innumerevoli litri d’acqua, potrete addirittura berla: forse sarà un po’ sgradevole al gusto, ma farà comunque parte di ciò che vi mantiene in vita ogni giorno.

La candeggina sarà sempre lì, non sparirà, ma il suo ruolo nella vostra vita sarà completamente ribaltato.

E’ più o meno così che funziona la tecnica EMI, ovvero l’integrazione attraverso i movimenti oculari.

La saggezza popolare dice che, quando ci si trova di fronte ad una impasse, “dormirci sopra” aiuta a superarla e a vedere le cose con maggiore chiarezza e in una diversa prospettiva: ed è vero.

Secondo la scienza, il sonno si suddivide in 5 fasi, diverse da un punto di vista neurologico e fisiologico. In tutte queste fasi, pur se in modi differenti, i nostri occhi dietro le palpebre chiuse si muovono, e il nostro cervello sperimenta immagini, sensazioni, suoni e altri stimoli provenienti dall’interno.

In particolare, durante una delle cinque fasi i movimenti sono piccoli, rapidi e parossistici (REM), mentre durante le altre quattro sono ampi, lenti e fluidi (SPEM).

La scienza non ha ancora compreso ogni dettaglio su come e perché tutto questo avvenga, ma è certo che i movimenti oculari nel sonno hanno un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle nuove informazioni ricevute durante il giorno, nella creazione di ricordi a lungo termine e nel mantenimento di un equilibrio mentale.

Tutti abbiamo sperimentato almeno una volta le difficoltà di concentrazione e di attenzione tipiche di quando non abbiamo dormito a sufficienza la notte precedente, ma persone mentalmente sane private totalmente del sonno come strumento di tortura sviluppano nel giro di circa una settimana sintomi del tutto simili a quelli di una psicosi grave, con allucinazioni, deliri ed eventualmente aggressività verso sé o gli altri.

D’altro canto, uno studio osservativo su persone schizofreniche evidenzia che hanno spesso difficoltà a effettuare da sveglie quegli stessi movimenti oculari lenti e fluidi caratteristici del sonno non-REM, seguendo un punto focale in movimento per tutto il campo visivo.

I movimenti oculari sono correlati alla qualità della nostra attività mentale anche durante lo stato di veglia.

L’aumento o la riduzione dei movimenti oculari potrebbe essere anche tra i fattori che rendono tali alcune attività considerate mentalmente rilassanti, come una passeggiata all’aperto o la pratica sportiva, o al contrario mentalmente stancanti, come il lavoro al computer o lo studio. Le stesse parole “svago” o “divertimento” richiamano l’idea dello sguardo che “vaga” o “verte”, si gira in “di-verse” direzioni.

E’ esperienza comune che una persona esausta o molto triste può avere uno sguardo “assente” e fisso.

Studi scientifici ormai classici dimostrano che il nostro sguardo tende mediamente a volgersi in specifiche direzioni a seconda del tipo di attività mentale che stiamo compiendo.

In definitiva, i movimenti oculari, e soprattutto quelli lenti e fluidi che abbracciano la totalità del nostro campo visivo, sono connaturati al buon funzionamento della nostra mente e della nostra memoria.

La tecnica EMI volge tutto ciò al servizio della cura.

Guidando lo sguardo del paziente nelle varie direzioni e zone del campo visivo secondo una serie di movimenti sistematici della mano, il terapeuta non fa che attivare e potenziare la naturale forza auto-guaritrice che ognuno di noi possiede.

Ad ogni movimento emergeranno nuovi elementi, associazioni, ricordi, pensieri ed emozioni, secondo una logica interiore, non diretta dal terapeuta, ma spontanea.

La rete associativa della memoria è unica in ognuno di noi, e lì sono contenuti sia il dolore che la strada verso il benessere.

animal-1852813_1920A volte emergeranno contenuti molto forti, sorprendenti o apparentemente scorrelati dal nodo problematico su cui si sta lavorando, ma tutto va accolto nel rispetto del sentire del paziente, che tra i due è chi in definitiva detiene realmente il controllo del processo.

La seduta comprende due aspetti, due momenti, due movimenti psichici: dapprima il nodo problematico o l’esperienza traumatica va rievocata in modo intenso, ma protetto e sicuro; poi, gradualmente, si va ad “attingere acqua” per “diluire la candeggina” e “rendere potabili” i diversi “bicchieri” in cui è contenuta l’esperienza: quello dei pensieri, quello delle emozioni, quello delle sensazioni corporee, quello dei ricordi per immagini, suoni, odori e così via.

La “candeggina” sta soprattutto negli strati più profondi e primitivi della mente, difficilmente raggiungibili con la sola terapia della parola; l’”acqua” sta soprattutto negli strati più evoluti, in grado di sviluppare una narrativa diversa, e nell’insieme di risorse emotive, esperienze protettive e aree della psiche dove vi è sicurezza e padronanza.

Alla fine della seduta, il paziente potrà percepire il problema o il ricordo in modo differente e meno doloroso di prima, ma come quando si lancia un sasso in uno stagno i cerchi continuano a propagarsi a lungo, nello stesso modo il processo di integrazione neurologica proseguirà nelle settimane seguenti, durante le quali si potrebbero sperimentare “scosse di assestamento” psicosomatiche, o potrebbero emergere nuovi elementi intensamente riparativi, sotto forma di immagini, sogni o pensieri.

Dopo una sessione di trattamento EMI potrebbe esserne necessaria un’altra, e altrettanto spesso il trattamento EMI può essere un elemento inserito in un percorso terapeutico più ampio.

La potenza, la rapidità e l’evidenza con cui la EMI apporta un miglioramento, però, è davvero sorprendente.

Flashback, incubi, pensieri intrusivi, fobie, sintomi psicosomatici e altri disturbi legati ad un’esperienza traumatica lasciano la loro presa sul paziente, finendo per scomparire.

Man mano che la persona sofferente recupera energie, tutti quei comportamenti di ritiro, evitamento e isolamento che aveva sviluppato per proteggersi non saranno più necessari, e potranno essere abbandonati in modo spontaneo e senza forzature.

La voglia di mordere la vita, di fare progetti e scelte, di stare con gli altri e di sentire una profonda connessione con la totalità di se stessi potrà essere tirata fuori dal nascondiglio in cui era stata protetta per tutto questo tempo.

HAPPINESS CHALLENGE – LA SFIDA DELLA FELICITA’

L’inizio di un nuovo anno è spesso un momento in cui si formulano buoni propositi, si pianificano obiettivi da raggiungere e si cerca la felicità.

Quando si fa una somma, non importa in quale ordine si scrivano i vari numeri da sommare, con gli stessi numeri si ottiene sempre lo stesso risultato. Per ottenere un risultato nuovo, bisogna cambiare gli addendi, almeno uno.

Nello stesso modo, per ottenere ciò che ancora non abbiamo dobbiamo fare ciò che ancora non abbiamo fatto.

Ecco quindi un gioco, leggero ma non superficiale: 28 parole chiave, 28 piccole sfide quotidiane per accompagnarvi in un mese di benessere e cambiamento, con ironia.

Se vi va, raccontate le vostre esperienze con il gioco nei commenti.

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Giorno 1: Gratitudine – Fai una lista scritta delle cose per cui sei grato nella tua vita.

Giorno 2: Miglioramento – Scrivi tre cose che vorresti cambiare di te stesso. Nel farlo, cerca di volgere le frasi in positivo e non in negativo. Ad esempio, non scrivere “non vorrei più avere paura di…” ma scrivi “vorrei avere il coraggio di…”.

Giorno 3: Mutamento – Individua una tua abitudine che vorresti cambiare, formula un proposito e mantienilo per tutto il mese. E’ meglio un proposito piccolo e circoscritto, ma realistico, che pensi davvero di poter portare avanti, piuttosto che un obiettivo ambizioso, a cui però prevedi che facilmente verrai meno. Ad esempio, “non mangerò più dolci dopo cena” è meglio di “non mangerò più dolci”, e “non dedicherò ai social network più di mezz’ora al giorno” è meglio di “mi cancellerò da Facebook”.

Giorno 4: Prospettiva – Scrivi una lettera a te stesso di 20 anni: parlagli di te oggi, digli cosa pensi di lui, dagli dei consigli.

Giorno 5: Liberati di ciò che non serve – Individua nella tua casa almeno 5 oggetti che non usi da più di un anno ed eliminali. Possono essere anche oggetti decorativi che non ti piacciono.

Giorno 6: Posti nuovi – Vai in un posto in cui non sei mai stato. Non deve essere per forza un luogo lontano: può essere anche nella tua città o paese. Può essere un’attrazione turistica, un edificio pubblico, un locale o un luogo naturale.

Giorno 7: Coltiva le tue relazioni – Telefona a un amico o un parente che non senti da più di un anno. Non mandare un messaggio o una e-mail, chiama.

Giorno 8: Rabbia – Pensa ad una cosa che ti ha fatto arrabbiare nell’ultima settimana, e domandati quanta importanza avrà questa cosa tra una settimana. Se pensi che ne avrà ancora molta, chiediti quanta ne avrà tra un mese, o tra un anno.

Giorno 9: Contatta il tuo bambino interiore – Riguarda il film o il cartone animato che era il tuo preferito quando avevi 10 anni. Se quando avevi 10 anni non eri solito guardare film o cartoni, riguarda il primo film di cui hai memoria che ti sia piaciuto moltissimo.

Giorno 10: Orgoglio – Pensa all’azione da te compiuta finora che ti rende più felice e fiero di te stesso, scrivila su un bigliettino e portalo con te fino alla fine del mese.

Giorno 11: Ricordi felici – Riguarda alcune vecchie foto di momenti felici a tua scelta, purché siano di almeno 5 anni fa.

Giorno 12: Amati per come sei – Individua almeno 5 parti del tuo corpo o elementi del tuo aspetto fisico che ti piacciono davvero molto.

Giorno 13: Fai pulizia – Scorri la lista dei tuoi contatti su uno dei social network ed eliminane alcuni. Puoi rimuovere dai contatti persone a cui non tieni, o che hai conosciuto in ambienti nei quali non ti riconosci più, o con cui comunque non vorresti condividere nulla nella vita reale. Se non utilizzi nessun social network, fai lo stesso con la rubrica del tuo telefono.

Giorno 14: E’ un giorno speciale – Comportati come se fosse un giorno di festa. Vestiti più elegante del solito qualsiasi siano i tuoi programmi. Apparecchia la tavola con le stoviglie delle grandi occasioni. Mangia il tuo piatto preferito.

Giorno 15: Attenzione per chi hai intorno – Pensa a un amico, un parente o un collega che sta attraversando un momento difficile o è solo e dedicagli un po’ di tempo: puoi chiamarlo, prendere un caffè con lui, andare a trovarlo o invitarlo a casa tua.

Giorno 16: Abbi cura di te – Dedica almeno mezz’ora alla cura del tuo corpo, se non lo fai abitualmente. Ad esempio puoi fare un lungo bagno, usare prodotti di bellezza se ti piacciono, andare a farti fare un massaggio, oppure divertirti a sperimentare qualcosa di nuovo col trucco, coi capelli o con la barba.

Giorno 17: Prova cose nuove – Quasi tutti i centri sportivi consentono una prova gratuita delle loro attività in qualsiasi momento dell’anno: partecipa ad una lezione di ballo, sport, yoga o arti marziali a tua scelta. Dev’essere un’attività che non hai mai praticato prima, e non importa se dopo oggi non la praticherai mai più.

Giorno 18: Paura – Individua la tua più grande paura, scrivila sullo specchio del tuo bagno con una matita per il trucco o un pennarello lavabile e guarda per un momento il tuo viso coperto dalla scritta. Ora domandati di cosa avresti bisogno per superare la paura, o per ridurre la sua influenza sulla tua vita. Se non ti viene in mente niente, pensa alla più grande paura di quando avevi 7 anni e a come hai fatto a vincerla: questo dovrebbe darti alcuni spunti che si possono adattare alla situazione attuale. Quando hai trovato il modo per combattere la tua paura, pulisci lo specchio e guarda per un momento il tuo viso libero dalla scritta.

Giorno 19: Natura – Cerca un contatto con la natura. Puoi soffermarti a guardare l’alba, il tramonto o semplicemente il cielo a qualsiasi ora; puoi recarti in un luogo naturale che ti piace, se ne hai il tempo; se sei in città, puoi modificare il tragitto che percorri per andare a scuola o al lavoro in modo da attraversare un parco. Se abiti vicino al mare, a un fiume o un lago, soffermati a osservare l’acqua.

Giorno 20: Ridi – Fai in modo da ridere a crepapelle per almeno 5 minuti, possibilmente insieme ad un’altra persona. Guardate un film, un monologo o dei video molto divertenti, fatevi il solletico, realizzate fotomontaggi buffi con ritagli di riviste, fate scherzi: voi sapete cosa vi diverte di più. Vale tutto ciò che non danneggia qualcun altro.

Giorno 21: Porta a termine le questioni in sospeso – Individua una questione o un compito che rimandi da tanto tempo e portalo a compimento. Può trattarsi di una piccola riparazione in casa o alla macchina, di un caffè con qualcuno, di una telefonata, di un acquisto o di qualsiasi altra cosa.

Giorno 22: Progetto – Pensa ad un obiettivo che vorresti raggiungere quest’anno e ad almeno 5 azioni che puoi fare per avvicinarti ad esso. Compi queste azioni appena puoi.

Giorno 23: Coltiva la tua ambizione – Se non l’hai mai fatto prima, fai una ricerca su Internet per scoprire con quali personaggi famosi o storici condividi la data del compleanno. Informati su ciò che fanno, sui loro meriti artistici, scientifici, civili o di altro tipo. Non fare confronti deprimenti tra te e loro, ma al contrario lascia che la tua ambizione, la tua voglia di migliorarti, di fare cose nuove e di coltivare i tuoi talenti ne escano rafforzate.

Giorno 24: Mostra affetto – Abbraccia con vero affetto e trasporto almeno una delle persone con cui vivi. Se vivi da solo, fai lo stesso con la persona che senti più vicina a te.

Giorno 25: Costanza – Ripensa al proposito che hai formulato il giorno 3 e fai mentalmente un bilancio di com’è andata. Puoi modificare il proposito al rialzo o al ribasso.

Giorno 26: Ancora costanza – Rileggi quanto hai scritto il Giorno 2 e domandati se hai fatto passi avanti nei tre cambiamenti che ti sei prefissato. Se la risposta è no, mostra ciò che hai scritto alla persona che ami di più e chiedile di aiutarti.

Giorno 27: Il viaggio conta più della meta – Osserva i luoghi che attraverso mentre compi un tragitto abituale, ad esempio verso la scuola o il lavoro, e nota almeno un dettaglio a cui non avevi mai fatto caso.

Giorno 28: Ti voglio bene – Dì o scrivi “ti voglio bene” ad almeno due persone.

 

 

LA DISFUNZIONE ERETTILE PSICOGENA – PARTE II: ALCUNI CONSIGLI

In un precedente articolo (potete leggerlo qui) ho provato ad illustrare, senza la pretesa di essere esaustiva,la disfunzione erettile di origine psicogena e le diverse dinamiche e situazioni che possono esserne alla base.

Stavolta vorrei dare alcune idee e spunti utili per le coppie che vivono questa situazione. Sia l’uomo che porta il problema, sia la persona al suo fianco, infatti, possono avere un ruolo ugualmente importante.

Naturalmente non c’è a maggior ragione alcuna pretesa di esaustività, e questi consigli generali non possono sostituire un vero percorso terapeutico personale.

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– Affrontate il problema

Anche se una parte dei disturbi sessuali in genere è transitoria e si risolve spontaneamente, la disfunzione erettile, soprattutto in età giovane, comporta un significativo calo della qualità della vita. Ogni uomo che ne soffre merita quindi di risolvere il problema nel modo migliore e più rapido possibile, e questo comporta prendere in mano attivamente la situazione, piuttosto che aspettare che la tempesta passi.

Questo talvolta è reso più difficile dalle tipiche affermazioni che si sente rivolgere, o rivolge a se stesso, chi soffre di un qualsiasi disturbo psicosomatico: “è solo una tua fisima”, “basta che non ci pensi”, “è solo nella tua testa” e frasi simili contengono l’idea che quando un disturbo non è di natura fisica sia meno reale. Anche quando questi messaggi vengono espressi con le migliori intenzioni, hanno implicazioni svalutanti e banalizzano il vissuto di chi porta il problema.

Non lasciatevele rivolgere, non rivolgetele a voi stessi e non rivolgetele al vostro compagno se lui soffre di disfunzione erettile.

Affrontare il problema diventa particolarmente importante se si considera che la probabilità di risolverlo è tanto più alta quanto prima si interviene, mentre tutto diventa più difficile se si lascia che la disfunzione si incisti per mesi o addirittura anni.

– Create le condizioni ottimali

Può darsi che ci sia qualcosa di concreto nelle vostre abitudini sessuali che ostacola la serenità del rapporto, sarà allora utile scoprire cos’è e cambiarlo.

Alcune coppie, oberate dai ritmi frenetici della vita quotidiana, non riescono a dedicarsi ai momenti intimi con sufficiente calma e tranquillità: la fretta imprime all’incontro un’ansia e una necessità di “efficienza” che rischiano di produrre l’effetto contrario. Se questo è il vostro caso, chiedetevi quanto la vostra intimità sia più importante per voi di altre attività, e dedicate ad essa un tempo maggiore e migliore di conseguenza.

Altre coppie sono penalizzate dal non aver ancora trovato il metodo contraccettivo più adatto a loro. I metodi contraccettivi efficaci e sicuri sono i prodotti a base di ormoni, in pillole o in cerotti, e il profilattico, quest’ultimo è inoltre l’unica protezione contro le malattie a trasmissione sessuale. Accorgimenti approssimativi come il coito interrotto non sono sufficienti, e il permanere della paura di una gravidanza o di un contagio può alimentare la disfunzione erettile.

Ogni metodo contraccettivo è diverso ed ha i suoi pro e contro: valutateli, provatene diversi, cercate informazioni corrette e affidabili presso il vostro consultorio, parlatene e scegliete insieme.

– Liberatevi dei “terzi incomodi”

Chi mai riuscirebbe ad avere un rapporto sessuale in presenza di altre persone che osservano la scena, a parte i pornoattori? Forse nemmeno loro, se quelle altre persone fossero un capo che li rimprovera, un commercialista che rammenta insistentemente la scadenza di un pagamento o una madre che sottolinea quanto sia sbagliato secondo lei avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio.

Per molte coppie che soffrono di disfunzione erettile il problema è proprio questo, ovviamente in senso metaforico. Qualcuno o qualcosa è psichicamente presente nella camera da letto e disturba l’intimità della coppia.

Può essere un pensiero intrusivo da cui non si riesce a prendere le distanze nemmeno nel momento dell’incontro erotico: ad esempio pressioni lavorative o incombenze quotidiane, con l’ansia e il senso di impotenza che possono trasmettere. A volte, un altro legame è così forte da invadere spazi e momenti che vorrebbero essere dedicati alla persona amata. Un genitore iper-affettivo e controllante può restare presente nella mente del figlio al punto da invadere i suoi momenti intimi con proibizioni, messaggi svalutanti e paure.

E’ necessario lasciare tutto ciò fuori dalla camera da letto. Se questo risulta particolarmente difficile, è probabile che ci sia bisogno di regolare i conti con tali pensieri o relazioni in altri spazi e momenti.

– Rassicuratevi reciprocamente

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, la disfunzione erettile è accompagnata molto spesso da un crollo dell’autostima e da un senso di inadeguatezza in entrambi i membri della coppia.

Questi vissuti infatti, oltre a colpire comprensibilmente l’uomo con disfunzione erettile, toccano anche l’altra persona, che si trova a dubitare di essere amata e desiderata.

Entrambi possono vivere un’intensa paura di essere rifiutati, abbandonati o sostituiti.

E’ quindi molto importante per entrambi rassicurare ed essere rassicurati sul fatto che quanto sta accadendo non toglie nulla a ciò che provate reciprocamente e alla vostra relazione, sia essa una divertente avventura sospinta dall’attrazione, una storia d’amore in evoluzione o un matrimonio su cui si punta l’intera vita.

Entrambi non dovreste ingigantire il problema o comportarvi come se si trattasse di un fallimento e di una delusione irreparabile.

– Siate protagonisti, non registi

In questo momento sono due le vostre principali nemiche: l’idea che il rapporto sessuale sia una “prestazione” da effettuare al meglio, e la tendenza ad auto-osservarvi criticamente e con ansia.

Paradossalmente, per poter tornare ad avere un rapporto sessuale soddisfacente per voi e per l’altra persona, avete bisogno di non sentire il bisogno di soddisfare nessuno. Ogni minima parte di voi e di questo incontro erotico va bene così com’è.

Nel momento in cui si verifica un intoppo in ciò che solitamente avviene in modo del tutto spontaneo, è molto probabile che si entri in uno stato di iper-vigilanza, in cui l’uomo è assorbito dall’osservazione preoccupata delle proprie reazioni corporee, dalla paura di non farcela e da molti altri pensieri. E’ quasi come se invece di vivere questo momento, lo guardaste dall’esterno, come un regista esigente che ha scarsa fiducia e stima dell’attore protagonista.

Dovreste invece lasciare da parte tutto ciò e concentrarvi sul vivere le vostre sensazioni. Immergetevi nell’esperienza erotica anziché osservarla e osservarvi criticamente.

– Rivolgetevi ad uno specialista

Nel precedente articolo abbiamo parlato delle aspettative stereotipate di cui sono vittime gli uomini: queste comprendono anche l’idea che un uomo debba sempre “essere forte” e che ciò significhi “farcela da solo”. Spesso, però, chiedere aiuto non significa essere deboli, e la più grande dimostrazione di forza è fare ciò che è meglio per noi indipendentemente dal giudizio degli altri.

E’ comprensibile che ci si senta in imbarazzo a parlare di un problema sessuale con una persona sconosciuta, ma ci sono molte cose che uno psicologo o uno psicoterapeuta possono fare per aiutarvi a risolverlo.

Esiste un metodo chiamato terapia mansionale integrata, basato su quelli che potremmo chiamare “esercizi” sessuali da fare in coppia, diversificati a seconda del tipo di problema e in grado di aiutare le persone ad avere o riavere una vita sessuale soddisfacente.

E’ inoltre possibile lavorare su alcuni specifici aspetti psicologici che generano o alimentano la disfunzione erettile, ad esempio un’eccessiva tendenza all’autocritica o una precedente delusione sentimentale non ancora del tutto superata.

Talvolta, questo passo può essere uno stimolante e sorprendente trampolino di lancio per un lavoro terapeutico più approfondito e completo sulla vostra persona, la vostra storia di vita e il vostro mondo emozionale, che vi porterà a crescere e conquistare una consapevolezza e un benessere che vanno al di là dell’ambito sessuale.

DISFUNZIONE ERETTILE PSICOGENA: UN TABU’ DA AFFRONTARE – PARTE I

Nei nostri tempi si parla molto, e giustamente, degli stereotipi e delle aspettative sociali di cui sono vittime le donne.

Ciò di cui purtroppo si parla molto meno sono i ruoli stereotipati di cui sono vittime gli uomini.

Pur nei grandi cambiamenti culturali che la nostra società ha attraversato e sta attraversando, resta l’idea di fondo che un uomo per essere tale debba essere forte, prestante, padrone di ogni situazione e sempre pronto all’azione… anche per quanto riguarda il sesso.

Soprattutto dagli uomini giovani ci si aspetta che siano sempre sessualmente eccitati e disponibili.

In questo contesto, si comprende quanto sia difficile per chi ha problemi di erezione accettare e affrontare questa situazione.

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La disfunzione erettile è la persistente difficoltà o impossibilità ad avere o a mantenere l’erezione a sufficienza per vivere un rapporto sessuale soddisfacente. Non va confusa con altri disturbi sessuologici maschili, come l’anorgasmia o l’eiaculazione precoce, e non equivale nemmeno a un calo del desiderio sessuale.

Anche se di solito il desiderio sessuale resta presente nonostante la disfunzione (cosa che ovviamente alimenta una forte frustrazione), talvolta un calo del desiderio potrebbe insorgere in seguito alla disfunzione, come strategia di difesa inconscia che permette all’uomo di sottrarsi dalla situazione problematica.

E’ importante inoltre ricordare che occasionalmente l’erezione può mancare per i più svariati e banali motivi, dalla stanchezza all’eccesso di alcool alle condizioni ambientali non ottimali (ad esempio un luogo troppo freddo, o una probabilità oggettivamente alta di subire intrusioni da parte di coinquilini o famigliari durante l’atto). Se si tratta di un episodio isolato e raro non deve destare attenzione o preoccupazione.

Anche se i dati statistici sulla disfunzione erettile in Italia sono contraddittori e di difficile interpretazione (a seconda dei diversi studi e dell’età dei pazienti la percentuale stimata varia tra il 2 e il 48% della popolazione maschile), due cose sono certe: primo, questo disturbo colpisce molte più persone di quante si potrebbe pensare; secondo, anche se l’incidenza aumenta notevolmente al crescere dell’età, il numero di uomini giovani che ne soffrono non è trascurabile. Talvolta, anzi, il problema si manifesta immediatamente alle prime esperienze sessuali nella vita.

In questo articolo vorrei concentrarmi sulla disfunzione erettile di origine psicologica e relazionale, e non fisica. Se soprattutto negli uomini in età più avanzata il problema è di competenza medica, tra gli uomini più giovani si tratta più spesso di un disturbo psicosomatico.

Il fatto che l’erezione si manifesti senza difficoltà in situazioni diverse dal rapporto sessuale con un’altra persona, ad esempio nell’autoerotismo o al risveglio mattutino, dovrebbe rassicurare del tutto l’uomo sul fatto che non ha alcun problema organico, né tanto meno la prospettiva di un declino irreversibile.

Se l’erezione è assente in qualsiasi momento e situazione, approfondimenti medici possono essere utili per scoprire eventuali cause organiche. Malformazioni, malattie croniche, uso regolare di alcuni tipi di farmaci e stili di vita antisalutari possono essere tra le cause mediche della disfunzione.

Nel caso in cui il problema non sia fisiologico, però, questo non significa certo che non sia reale, e non va minimizzato o sminuito.

Ma quali sono le cause per cui un uomo senza alcun problema organico avrebbe persistenti difficoltà di erezione? I fattori sono molteplici e di diversi tipi, e vanno pensati come parti interagenti e interconnesse di una dinamica complessa.

L’uomo che soffre di disfunzione erettile psicosomatica si trova in una condizione in cui per qualche motivo non riesce a lasciarsi andare nel rapporto, abbandonando difese, giudizi e paure.

Abbiamo già accennato a come le aspettative sociali abbiano un ruolo nel mettere in difficoltà gli uomini con la loro sessualità. Lo stereotipo dell’uomo “macho” è ancora presente, e pone agli uomini uno standard di virilità, prestanza e forza con cui il confronto obbligato può essere difficile da sostenere.

Il sesso oggi sembra apparentemente sdoganato, liberato da ogni tabù, quasi esibito fino all’eccesso: il consumo di materiale pornografico, in questo senso, aggiunge un ulteriore livello di complessità a quanto detto finora. Soprattutto ai giovani uomini alle prime esperienze sessuali, infatti, la pornografia pone aspettative e modelli irrealistici rispetto alla “prestazione” sessuale: nel momento in cui, ovviamente, la realtà non corrisponde a quella rappresentazione distorta ed esagerata, si innescano e si alimentano paure di non essere all’altezza e di apparire inadeguati.

Accanto a questi imperativi di prestanza e disinibizione, però, ne è presente un altro di segno opposto e contraddittorio, fortemente intriso anche di implicazioni religiose: è la proibizione nei confronti della sessualità, che per quanto sia sempre stata più severa verso le donne e si sia negli ultimi decenni notevolmente allentata, condiziona ancora a livello profondo la vita psichica di tutti noi, anche quando non ce ne rendiamo conto.

E’ facile capire quanta conflittualità e quanto stress possa derivare dalla sotterranea convinzione che il sesso sia qualcosa di sbagliato, sporco o pericoloso, quando questa idea coesiste con una massiccia iper-sessualizzazione dell’esperienza umana.

I fattori culturali menzionati finora hanno maggiore presa quando trovano terreno fertile nella mente di chi si porta già dentro un’insicurezza di fondo, un generale senso di inadeguatezza preesistente, una bassa autostima, un’immagine di sé povera e svalutata.

Esistono altri stati emotivi che possono influire negativamente sull’erezione: ad esempio stress, stanchezza e ansia, magari dovuti al lavoro o comunque a situazioni che non hanno niente a che fare con la sessualità. Queste condizioni però dovrebbero essere solo momentanee e passeggere, e se la disfunzione persiste per mesi non è utile utilizzarle a oltranza come spiegazione.

Anche la tristezza cronica, che può arrivare a configurare una vera e propria depressione, ha effetti negativi sulla sessualità. E’ estremamente probabile che in questo caso alla disfunzione erettile si accompagni un generale calo del desiderio sessuale. La depressione, spesso vista erroneamente come un disturbo tipicamente femminile, va riconosciuta e trattata con la massima attenzione.

Anche alcune specifiche paure possono dare luogo a una “diserzione” del corpo come inconscia strategia di difesa: particolarmente rilevanti sono la paura di dare luogo ad una gravidanza indesiderata o di contrarre una malattia a trasmissione sessuale.

L’ambito su cui però è più utile e interessante riflettere è quello della relazione, sia quando si cercano le cause della disfunzione erettile, sia quando se ne cerca la soluzione.

Qualsiasi disturbo sessuale, sotto molti punti di vista, è sempre in una certa misura un disturbo di coppia.

Come abbiamo già visto, nella stragrande maggioranza dei casi la disfunzione erettile di origine psicogena si manifesta solo durante i rapporti a due, e non in altre situazioni.

Molto spesso, infatti, il nodo del problema sta in una visione distorta e riduttiva del rapporto sessuale come una “prestazione”.

L’idea che la durata del rapporto, la grandezza del pene o la quantità di piacere che si riesce a dare all’altra persona definiscano il valore di un uomo, genera uno stato mentale e cerebrale di ansia e di iper-vigilanza che è l’esatto opposto del gioioso abbandono che permette di vivere bene la sessualità.

Una relazione amorosa conflittuale è un altro dei fattori che possono essere alla base del problema: rancore, rabbia, disamore o altri sentimenti negativi inconsci e nascosti, quando non vengono espressi a parole, possono essere manifestati dal corpo, che di propria silenziosa iniziativa si nega.

Più spesso, però, la situazione è diametralmente opposta: molti uomini hanno difficoltà di erezione proprio quando vivono un intenso coinvolgimento affettivo, anche se non le hanno nei rapporti sessuali occasionali o a pagamento.

In questi casi la dinamica emotiva alla base del problema può essere la paura, consapevole o meno, di legarsi troppo a una persona. Questo a sua volta può spaventare per svariati motivi: la perdita della libertà (sessuale e non), il rischio di essere abbandonati, la necessità di assumersi delle responsabilità.

Chi ha già avuto esperienze sentimentali finite male, che hanno comportato molto dolore, è più vulnerabile alla paura di fidarsi e coinvolgersi nuovamente in una relazione amorosa.

Inoltre, quando teniamo molto ad una persona, attribuiamo maggiore importanza al suo giudizio e all’immagine che questa ha di noi: maggiore è l’investimento affettivo, maggiore può diventare il timore di non soddisfare l’altro, di non essere adeguati, di deluderlo. E questa paura rischia di dare luogo, anche a livello neurologico e biochimico, a circuiti di ansia e iper-vigilanza che ostacolano l’eccitazione erotica.

Spesso, purtroppo, il manifestarsi di difficoltà di erezione instilla nell’altra persona la paura di non piacere, di essere rifiutata, di non essere in grado di provocare eccitazione o di essere sul punto di venire lasciata.

Come si vede, entrambi i membri della coppia con disfunzione erettile finiscono paradossalmente per provare gli stessi dolorosi vissuti di insicurezza, auto-svalutazione e paura dell’abbandono.

Qualunque siano le dinamiche psicologiche e relazionali che determinano la comparsa della disfunzione erettile, il rischio più grande è quello che si crei un circolo vizioso: in seguito ad uno o pochi episodi passeggeri si alimenta l’aspettativa che il problema si ripresenti, il che genera ansia da prestazione, vissuti di inadeguatezza, paura di deludere o addirittura perdere la persona amata. Queste emozioni hanno effettivamente conseguenze negative sulla comparsa o sul mantenimento dell’erezione, dando luogo ad un altro “fallimento” e alimentando ulteriormente la percezione che il problema sia insormontabile.

Fortunatamente non è così, e la probabilità di riuscire a risolvere il problema è tanto più alta quanto più tempestivamente lo si affronta.

Nel prossimo articolo, quindi, parleremo di ciò che si può fare per ritrovare una sana e soddisfacente vita sessuale.

PAURE E FOBIE – PERCHE’ LE ABBIAMO E QUALCHE CONSIGLIO PER SUPERARLE

Quando si parla di paura, è necessario fare una premessa molto importante: la paura è un’emozione sana e utile, senza la quale né le persone, né l’intera specie umana, né gli animali potrebbero mai sopravvivere.

Grazie alla paura siamo in grado di evitare i pericoli in modo più rapido ed efficace di quanto il pensiero razionale ci permetterebbe.

Così come la paura aiutava gli uomini primitivi a proteggersi dagli animali pericolosi, aiuta noi oggi a scansarci istantaneamente per evitare di essere investiti da un tram, a decidere di sottoporci a esami medici per diagnosticare in anticipo eventuali malattie e ad usare prudenza quando camminiamo in montagna.

Molte persone, però, in verità più di quante si potrebbe pensare, hanno paure che creano loro più problemi di quanti ne risolvano, e pongono loro limitazioni piccole o grandi nella vita quotidiana.

Si parla di fobia quando la paura è legata a qualcosa di molto specifico, come un determinato animale, oggetto o situazione, ed è apparentemente immotivata ed eccessiva, non commisurata all’oggettiva entità del pericolo, ammesso che ci sia.

Ma perché abbiamo paure che noi stessi consideriamo assurde? Cos’è quella sensazione viscerale e invincibile che ci attanaglia di fronte a qualcosa che la maggior parte delle persone considera normale, come guidare o prendere l’ascensore, o perfino gradevole, come i cani o i pagliacci?

Le ipotesi che sono state proposte per spiegare questi misteriosi risvolti della mente sono molte e affascinanti, e forse nessuna è esaustiva.

Secondo Freud tutte le fobie sono riconducibili al bisogno di delimitare e rendere gestibile una generale e pervasiva angoscia esistenziale, “legandola” a un oggetto specifico: in questo modo, di fronte all’oggetto interessato abbiamo smisurate reazioni di paura, ma per il resto del tempo, quando non siamo a contatto con esso, la psiche è libera dall’angoscia.

E’ poi esperienza comune che molte fobie, soprattutto quelle nei confronti di un animale, derivano da esperienze sgradevoli e spaventose avute durante l’infanzia proprio con quell’animale, anche se magari la persona non se ne ricorda.

Alcuni sostengono che le paure si possano anche trasmettere attraverso le generazioni, a causa di esperienze traumatiche, spesso collettive: potrebbe essere il caso dell’inquietudine che molti provano alla vista delle bambole di porcellana, che con i loro tratti infantili, il pallore e la fissità del volto richiamano il dolore straziante della morte di un bambino, una disgrazia che fino a pochi decenni fa non risparmiava quasi nessuna famiglia.

A un livello ancora più arcaico e profondo, alcune paure sono radicate in esperienze universali fin dall’inizio dei tempi: il buio è sempre stato il luogo dell’ignoto, dove potevano nascondersi belve feroci o nemici armati, dove ogni passo era incerto e dove l’uomo non aveva alcun controllo fino all’invenzione della luce elettrica, recentissima in confronto alla storia dell’evoluzione.

Le fobie, insomma potrebbero essere definite per così dire come un eccesso di legittima difesa da parte della nostra psiche.

Come fare, allora, per liberarci dalle paure e dalle fobie che diventano ostacoli per la nostra vita?

Paura

– Accettati per come sei

Può essere molto frustrante e imbarazzante per una persona adulta avere paura del buio, degli uomini travestiti da Babbo Natale o dei gatti, ma il primo passo per sconfiggere la paura è lo stesso che vale praticamente per qualsiasi problema: riconoscerla e accettarla, senza negarla di fronte a se stessi.

– Distingui le tue paure

Come abbiamo già detto, la paura di per sé è un’emozione sana, vitale e preziosa. Fate chiarezza dentro di voi e distinguete le fobie che ostacolano la vostra vita dalla paura che vi aiuta a proteggere la vostra sicurezza e benessere, non solo in senso fisico. Siate grati per quest’ultima al vostro corpo e agli strati più profondi della vostra psiche. Il coraggio non è l’assenza di paura, e non è tanto meno la spavalderia di chi si sente invincibile e senza limiti.

– Non lasciarti giudicare

Essere pieni di paure e atteggiarsi come se non se ne avesse alcuna sono solo due modi diversi di affrontare le stesse insicurezze, presenti in ognuno di noi.

Tutti abbiamo paura di qualcosa, e tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con la più grande delle paure, quella della morte. La paura è qualcosa di universale da cui nessuno è esente, anche se a molti piace pensare di poterlo essere.

Non vergognatevi delle vostre fobie e non permettete agli altri di giudicarvi a causa di esse. Potrebbero deridervi, se ciò li fa sentire più forti per un momento, ma questo riguarda loro e non voi.

– Trova il tuo ritmo

Per sconfiggere una fobia non esiste la ricetta perfetta valida per tutti in qualsiasi situazione. Conoscendo voi stessi scoprirete qual è il modo e il tempo più giusto per voi nell’affrontare ciò che vi spaventa.

C’è chi sente il bisogno di un’esperienza radicale, di un contatto estremo con l’oggetto della paura: vi spaventano le altezze? Fate un giro sul Big One di Blackpool, Inghilterra, una montagna russa alta 65 metri senza spallacci di sicurezza; il disgusto che provate per i piccioni è così forte da darvi la tachicardia? Fatevi una foto al centro dell’iconica Piazza San Marco a Venezia in una giornata di sole.

Quando sarete sopravvissuti a questa esperienza, perché di certo sopravviverete, avrete un’idea molto ridimensionata di ciò che vi faceva paura, e vi renderete conto in pieno della vostra reale forza e capacità di tolleranza.

Questo tipo di “terapia d’urto”, però, non è per tutti l’idea migliore. Se non fa al caso vostro, non forzatevi inutilmente. Un approccio graduale potrebbe essere più adatto a voi.

L’importante è fare come quando si va in bicicletta: essere sempre in movimento, perché da fermi non si può stare in equilibrio. Se davvero la vostra paura vi fa soffrire e vi crea problemi, fate costantemente qualche passo, per quanto piccolo, un po’ fuori dalla vostra zona di comfort.

– Trova la tua guida

Tutti, per fortuna, troviamo nella vita delle oasi di pace. Può trattarsi di una persona che ci fa sentire al sicuro, di un bel ricordo, di un’attività che amiamo fare, di un ambiente in cui ci sentiamo davvero bene.

Questi elementi possono aiutarci ad affrontare una situazione che ci fa paura.

Non importa quanti anni avete, se siete donna o uomo, o quanto sia elevata la vostra posizione lavorativa: se la persona che vi trasmette sicurezza è davvero degna della stima e della fiducia che riponete in lei, non vi deriderà alla richiesta di accompagnarvi dal dentista.

Quando non è possibile farvi materialmente accompagnare da una persona, potreste  ricorrere a dei “trucchetti” solo in apparenza frivoli: trovate un piccolo oggetto che simboleggi ai vostri occhi la persona, il ricordo, l’attività o il luogo che vi fa sentire sicuri, e portatelo con voi.

State impazzendo all’idea che dovrete parlare in pubblico, e vorreste sentirvi a vostro agio come quando suonate la chitarra nella vostra band storica e non dovete aprire bocca? Portatevi in tasca il vostro plettro nel giorno fatidico.

Prendere l’autostrada vi terrorizza, e non vi capacitate di come ciò sia possibile visto che siete così coraggiosi da andare ad arrampicare ogni settimana? Nessuno farà caso al vostro moschettone fortunato appeso a un passante della cintura.

Il senso di questi piccoli riti non è di tipo scaramantico o pseudo-magico, ma è di mantenervi in contatto con quella parte di voi stessi che possiede la forza e la sicurezza necessarie per affrontare la situazione. Da qualche parte in voi il coraggio lo avete: l’oggetto sarà per voi come il sassolino con cui Pollicino riesce a ritrovare la strada di casa nella fiaba. E se la cosa vi sembra stupida o infantile, che importa? Nessuno lo saprà a parte voi. E poi, una volta affrontata con successo la situazione e testata la vostra forza, in seguito potrete tranquillamente fare a meno anche del vostro piccolo accompagnatore silenzioso.

– Trova il senso

A volte anche ciò che sembra totalmente irrazionale ha un senso. Scoprirlo vi aiuterà a decidere cosa fare della vostra paura. Qual è il suo significato nascosto, il suo scopo indiretto?

Talvolta, ad esempio, la paura delle giostre o di varie attività moderatamente rischiose come lo sci, il pattinaggio e le acrobazie implica la paura di lasciarsi andare, perdere il controllo e fidarsi dell’altro, del nostro corpo o della parte più istintiva di noi stessi. E’ utile allora chiederci se anche nelle relazioni importanti e nel nostro rapporto col mondo abbiamo bisogno di mantenere sempre il controllo, oppure abbiamo paura di “buttarci” nei cambiamenti e nelle novità, o magari ci sentiamo così fragili da credere che “una caduta” ci sarebbe fatale.

Per fare un altro esempio, è frequente che la paura di prendere l’aereo o altri mezzi di trasporto “protegga” chi ce l’ha dalla possibilità di allontanarsi troppo dal conosciuto, dalle figure genitoriali o da una routine con la quale, pur di ottenere rassicurazione, ci si identifica fino a lasciarsi da essa definire.

Anche se una parte di noi proclama con forza di volere il distacco, la novità, l’indipendenza, un’altra parte ha paura di queste cose, e inconsciamente risolviamo il conflitto spostando la paura sul mezzo di trasporto da prendere, ed eliminiamo così la responsabilità della nostra scelta.

La tanto diffusa paura di sostenere gli esami universitari poi, a causa dell’ansia, porta molti studenti a dare effettivamente prestazioni inferiori alle loro possibilità, rafforzando la paura stessa in un circolo vizioso apparentemente impossibile da spezzare. Spesso dietro a questa situazione si nasconde una più generale paura diventare adulti, di misurarsi con le sfide e le responsabilità della vita autonoma. Impedendo di arrivare alla laurea, la paura di dare gli esami “serve” allora a proteggere il giovane da una paura più grande.

Arrivare tanto in profondità nella comprensione delle nostre paure può essere difficile e doloroso, ma se ci riusciamo, il risultato sarà una crescita interiore più ampia. Riuscire finalmente ad affrontare la situazione che ci spaventa sarà una conseguenza indiretta di ciò, quando non avremo più bisogno della nostra fobia, perché avremo affrontato il conflitto che la generava.

Talvolta, per raggiungere questa meta può essere utile l’aiuto di uno psicologo.

E se vi sembra stupido andare dallo psicologo per superare una paura che vi sembra a sua volta stupida, pensate a quanto potrebbe essere intelligente l’idea di stare finalmente meglio e liberarvi da ciò che ostacola la vostra vita.

DOMANDE IMBARAZZANTI I – MAMMA, COME SONO NATO IO?

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“Si vedano una buona volta i bambini per come sono, e non per come vorremmo che fossero, e nell’educarli si segua la linea di sviluppo dettata dalla natura, invece di dar retta a morte prescrizioni.”

Jung scriveva queste parole già più di 100 anni fa, riferendosi al desiderio dei bambini di sapere da dove vengono, qual è l’origine della vita e come funziona il mistero della nascita.

Il famoso maestro della psicologia, una delle menti più geniali del ventesimo secolo, nondimeno giungeva a questa conclusione solo in seguito alla propria esperienza di genitore, molto simile a quella di chiunque.

Il presentarsi di queste domande è uno dei momenti più importanti dello sviluppo di ogni bambino: un atteggiamento corretto e una buona risposta da parte dei genitori in questo frangente possono fare davvero molto per prevenire disagi profondi e gettare le basi di uno sviluppo affettivo sereno.

Quello che a noi può sembrare solo un momento imbarazzante a cui porre fine nel modo più rapido possibile, è in realtà una preziosa occasione per trasmettere al bambino un messaggio che resterà con lui per tutta la vita, fissato negli strati più profondi del suo essere come una gemma grezza nelle viscere della terra.

Ma che cosa sono la sessualità e la procreazione per noi? A ben vedere, uno dei motivi per cui le domande dei bambini su questi temi sono così imbarazzanti è perché ci costringono a confrontarci con noi stessi e a metterci in gioco con loro.

Ecco alcuni consigli per affrontare bene il tanto temuto dialogo con i nostri figli sulla sessualità.

– Assecondate le loro domande

Aprire voi per primi il discorso, magari con l’atteggiamento di chi ha deciso di tenere una lezione, o con quello di chi vuole togliersi un peso dal cuore, potrebbe paradossalmente generare imbarazzo e rifiuto nel bambino. Aspettate che sia lui o lei a fare domande, mantenendo nel frattempo un atteggiamento di base aperto e disponibile: lasciate loro intendere che possono chiedere senza paura e che le loro domande troveranno accoglienza.

– Prendete la cosa sul serio, ma con leggerezza

Probabilmente, prima di arrivare a porvi le fatidiche domande sull’origine della vita, vostro figlio ci ha rimuginato a lungo e ha faticato non poco a trovare il coraggio e le parole.

Non ridete delle congetture che può aver fatto e che potrebbe raccontarvi, per quanto assurde siano.

Non minimizzate l’importanza di questo momento e non siate sbrigativi: se le domande arrivano proprio in un momento inopportuno, spiegate che preferite rimandare il discorso alla sera o ad un momento tranquillo, più vicino possibile, proprio perché è importante e non volete snocciolarlo in un momento di fretta e trambusto.

Allo stesso tempo, non inquietatevi più del necessario o il bambino lo intuirà e si sentirà a disagio a sua volta. Bastano poche parole semplici e sincere, che trasmettano quanta gioia e quanto amore c’è all’origine della vita.

– Create intorno alla sessualità un clima sereno

I bambini intuiscono, associano, collegano molto più di quanto immaginiamo, e spesso le loro congetture possono essere peggiori della realtà, se percepiscono intorno ai temi della sessualità un alone di vergogna, disgusto e disprezzo.

Abbiate e trasmettete un atteggiamento sereno intorno alle piccole cose che costellano la sessualità.

Ad esempio, creare un senso di proibito intorno alla nudità non farà che aumentare la curiosità, ma anche la paura e il sospetto nei bambini. Non è necessario evitare a tutti i costi che i vostri figli vedano nudi voi o i loro fratelli: sarà un’occasione per spiegare le differenze anatomiche tra maschi e femmine come il dato di fatto naturale ed utile che sono.

Se capita di vedere due animali che si accoppiano, non esprimete disgusto o scandalo davanti al bambino.

Non è necessario nemmeno che vi precipitiate a cambiare canale non appena la televisione mostra un accenno di scena erotica, magari sottolineando la cosa con un “non è roba per te!” pronunciato con tanta concitazione da sembrare un rimprovero.

E se la vista di un seno nudo potesse traumatizzare un bambino, non credete che Madre Natura avrebbe fatto in modo che il latte sgorgasse dalla punta dei pollici, o magari da un bel foro sulla fronte come quello delle balene?

Spesso l’imbarazzo deriva da una malizia che i bambini non hanno ancora.

I vostri figli, non sapendo cos’è la sessualità, devono impararlo da voi: comunicategli che è qualcosa di sporco e scandaloso, e ne avranno paura e la vivranno con profondo conflitto; comunicategli che è qualcosa di molto sano e naturale, e cresceranno con un atteggiamento sereno.

– Non mentite

Primo: quando sarete inevitabilmente smascherati il bambino potrebbe sentirsi tradito e perdere la profonda fiducia in voi. Secondo: non ce n’è bisogno.

Cicogne, cavoli, api e fiori hanno fatto il loro tempo e non sono una spiegazione adeguata nemmeno per i bambini più piccoli. Per non parlare dell’orribile espressione che si usava fino a poco tempo fa, “comprare un bambino”: ricordo di aver passato qualche giorno tormentata dall’immagine di neonati vivi sul bancone del macellaio sotto casa o tra le casse del fruttivendolo di fiducia, in attesa di essere pesati, imbustati in un sacchetto di plastica e pagati da donne sorridenti ed emozionate, prima di decidermi a chiedere chiarimenti ai miei genitori in merito a questa agghiacciante frase che avevo sentito in giro.

Per quanto piccolo sia il vostro bambino, se è arrivato a fare domande allora esiste una parte di verità che è pronto ad accettare: basta saperla offrire con le parole giuste.

– Ogni cosa a suo tempo

E’ importante calibrare quanto dire e come dirlo in base all’età e al grado di maturità del bambino. Ovviamente non è possibile stabilire a priori una sorta di “tabella di marcia” con indicazioni esatte sul da farsi a ogni età precisa: ogni bambino è diverso, e nessuno conosce vostro figlio meglio di voi.

Esiste un tempo in cui già solo sapere che i bambini crescono nella pancia della mamma rassicura. Ben presto ci si domanda come ci entrano e come ne escono: esiste allora un tempo in cui basta la scoperta che i bambini arrivano quando la mamma e il papà “si coccolano”, e viene poi un tempo in cui sono richiesti maggiori dettagli riguardo alle “coccole dei grandi”.

E se i piccoli reagiscono alle vostre spiegazioni con espressioni di disgusto o con affermazioni categoriche del tipo “io non lo farò mai!”, non allarmatevi. Date loro il tempo di elaborare le informazioni ricevute, e non temete: spesso il silenzio può fare molti più danni delle parole.

Quando poi i bambini diventano più grandi, il diritto di sapere diventa sempre più stringente.

Permettere ad una ragazzina di sperimentare le sue prime mestruazioni senza sapere di cosa si tratta, nel terrore che qualcosa di orribile e inspiegabile le stia accadendo, è una delle peggiori forme di violenza che le donne della sua famiglia possono farle.

Quando si avvicina la fine delle scuole elementari e l’inizio delle scuole medie, l’emergere della pubertà e delle pulsioni sessuali porta in primo piano questo discorso tra i ragazzini, e tutto ciò che i vostri figli ancora non sanno, rischiano di scoprirlo dai compagni con parole e modi probabilmente meno attenti e adeguati di quelli che potreste usare voi, con l’effetto collaterale di sentirsi inadeguati e derisi dai compagni meglio informati.

– Serenità è equilibrio

Alcuni genitori pensano che evitare di parlare della sessualità ai figli, o trasmettere loro un atteggiamento di vergogna e scandalo verso di essa impedirà loro di vivere una sessualità precoce e di crescere troppo disinibiti nei confronti delle esperienze sessuali; li proteggerà quindi dai rischi di gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili e, anche nella nostra cultura sedicente moderna e libera, disprezzo sociale nel caso delle ragazze.

In realtà, la mancanza di conoscenza è proprio ciò che espone maggiormente al rischio, lasciando l’adolescente impreparato/a al punto da non avere possibilità di discernimento e di scelta. Sono tristemente noti, anche in tempi recenti, casi estremi di ragazze giovanissime, anche di 13 o 14 anni, rimaste incinte perché totalmente ignare di cosa fosse il rapporto sessuale e che fosse proprio quello il modo in cui vengono al mondo i bambini.

Comunicare serenità, apertura e gioia intorno alla sessualità non significa rinunciare ad insegnare a viverla con un atteggiamento equilibrato e responsabile. L’importante è aiutare i vostri figli a raggiungere quella sicurezza di sé, che consente ad esempio di dire no senza sentirsi “sfigati” e inadeguati, di non transigere sull’uso del preservativo, e in definitiva di essere padroni e padrone del proprio corpo.