PAROLE ANTICHE PER IL SUCCESSO

Al giorno d’oggi possiamo avere l’impressione di muoverci nella nostra vita come in un labirinto di specchi che gira vorticosamente su se stesso: il mondo sembra correre all’impazzata, può apparire vero o falso tutto e il contrario di tutto.
Ma se i semi della felicità e del successo fossero sempre stati lì di fronte a noi da tempo immemore, nascosti proprio dove tutti li possiamo vedere?
Le strade per raggiungere gli obiettivi più importanti della vita non sono mai facili da percorrere, ma possono essere inaspettatamente semplici da trovare: oggi vorrei accompagnarvi in un piccolo viaggio per l’Italia a cercarle nelle parole della saggezza popolare.

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Tut a ven a taj, fin-a la pel ‘d l’aj – Tutto torna utile, perfino la pelle dell’aglio (Proverbio piemontese)
A volte, di fronte ad un fallimento, crediamo di non avere abbastanza risorse. Non è così: abbiamo risorse che non utilizziamo perchè non riconosciamo come tali. Capacità che sottovalutiamo, persone che possono aiutarci, tempo che non usiamo bene, idee che abbiamo scartato in partenza come irrealizzabili: tutto può concorrere al nostro successo se lo guardiamo con occhio creativo e aperto al cambiamento.
E quando sentiamo di non valere più della buccia di uno spicchio d’aglio, è proprio allora che dobbiamo guardare quanto di buono c’è nella nostra vita.

Cu mangia sulu s’affoca – Chi mangia da solo si strozza (Proverbio siciliano)
Le fortune, i successi e le soddisfazioni sono fatte per essere condivise e celebrate insieme. Le gioie della vita perdono qualcosa della loro essenza se non sono vissute in buona compagnia.
Riconosci i tuoi meriti, festeggia i tuoi momenti di gloria con le persone a te più care. Quando raggiungi un risultato non esserne geloso, ma condividi le tue strategie vincenti con chi ne ha bisogno: la vita non è una competizione, è un gioco dove si vince in squadra.
E se in un momento buio la felicità altrui ti abbaglia, non lasciare che l’invidia peggiori ulteriormente le tue giornate: cerca piuttosto di imparare dal successo altrui i modi per raggiungere il tuo.

A quattru cose creditu nu dare: amor de donna, carità de frate, sule de iernu e nuvole d’estate
Su quattro cose non fare affidamento: l’amore di una donna, la carità di un frate, il sole d’inverno e le nuvole d’estate (dal testo della canzone salentina Baciu ‘nvelenatu)
Molte persone affidano la propria felicità a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé. Ad alcuni sembra di non poter stare bene senza una relazione d’amore o senza l’aiuto degli altri; altri basano la propria vita su cose provvisorie e fuggevoli come una giornata di sole invernale, come il benessere materiale o l’approvazione altrui, che possono dissolversi al minimo passo falso; altri inseguono il sogno della fortuna, imprevedibile come le nuvole d’estate, talvolta fino a prosciugare la propria vita goccia a goccia attraverso la fessura di una slot machine.
L’amore, il sostegno delle persone care, la ricchezza, l’approvazione degli altri, e perchè no, ogni tanto anche un bel colpo di fortuna, sono sicuramente tutte cose desiderabili, ma non dobbiamo lasciare che diventino indispensabili prerequisiti per sentirci realizzati. Molta gente le possiede tutte e non è felice, perchè non sta bene con se stesso.
La felicità è qualcosa che parte da dentro di noi, è un’energia che mette in moto il nostro mondo e fa girare ogni cosa nel verso giusto.
E quando ti sembra di aver perso tutto, pensa che per tutta la tua vita niente e nessuno potrà mai toglierti la cosa più preziosa: te stesso e ciò che hai dentro.

Cumu suani abballu – Ballo a seconda di come suoni (modo di dire calabrese)
Altrimenti detto: la storia non si fa né coi se né coi ma.
Non dire “starei benissimo se solo non fosse per quella persona”, o “dopo ciò che mi è successo non posso farcela” o “sarei felice se solo avessi…”: inizia ad essere felice semplicemente di te stesso oggi.
La vita ci pone in situazioni del tutto o in buona parte fuori dal nostro controllo: ci sono cose che non possiamo cambiare, e accettare questo è un passo importante per stare bene.
Ad esempio non possiamo cambiare il nostro passato, ma possiamo fare la pace con esso e imparare da esso, liberandoci dal senso di colpa e dal rancore.
Spesso danzare al ritmo che la vita ci suona non è facile, ma almeno ci consente di muoverci e andare avanti.
Ognuno co ‘a farina sua ce fa li gnocchi che je pare – Ognuno con la propria farina fa i gnocchi che vuole (detto romano)
Se la vita fosse un pacco di farina ognuno di noi ne avrebbe uno soltanto, e ogni granello sarebbe un giorno. Inutile dire che non andrebbe sprecato nella preparazione di una ricetta che non vogliamo mangiare.
Non lasciare che sia il giudizio degli altri, della società o delle persone che ti circondano a decidere cosa tu devi fare della tua vita: questa è la tua unica occasione per fare ciò che senti come il tuo scopo nella vita e per realizzare quella che senti come la tua verità.
E mentre usi la tua farina come più ti piace, ricorda che anche gli altri hanno il diritto di fare lo stesso: non sprecare il tuo tempo osservando gli altri, per confrontare i tuoi gnocchi coi loro o per cercare di evidenziare i loro errori. Concentrati su ciò che stai facendo per te stesso e per le persone care con cui dividerai il pasto.
A chi dole il dente se lo cavi – Chi ha male a un dente se lo tolga (Proverbio toscano)
Quando un dente è ammalato non c’è altro da fare: per quanto toglierlo sia doloroso, tenerlo non potrà che prolungare la sofferenza.
Paradossalmente, a volte il cambiamento fa così paura che preferiamo aggrapparci a ciò che ci è noto, anche se è ciò che ci fa male. Il protrarsi di una situazione, per quanto dolorosa possa essere, ci instilla lentamente l’idea che senza di essa la nostra vita sarebbe vuota, come se essa ci definisse.
Un percorso di studi intrapreso contro la nostra volontà, una relazione d’amore violenta e soffocante, un posto di lavoro detestato, una dipendenza da sostanza o da social network, o semplicemente una cattiva abitudine che ci prosciuga tempo, energie o salute: possono essere alcuni dei diversi denti malati da cui, anche con fatica e dolore, dobbiamo riuscire a separarci per tornare a sorridere.
Chi non s’engegna, fa la tegna – Chi non si dà da fare mette ragnatele (Proverbio trentino)
Oggi siamo bombardati di pubblicità che tendono a farci apparire sempre più facile ottenere ciò che desideriamo: prezzi sempre più bassi, consegne a casa superveloci, internet superveloce, offerte “no limits”: in una parola, tutto e subito senza sforzi e senza sacrifici.
Purtroppo o per fortuna, la felicità e la realizzazione personale non si possono vendere e comprare, non stanno né in una boccetta di profumo né in un’auto.
Anche se abbiamo in tasca gli smartphone e siamo andati nello spazio, sappiamo coltivare la felicità e il successo solo come i nostri antenati hanno coltivato per millenni i frutti della terra: con pazienza, fatica, dedizione e speranza.

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BULLISMO: CHE FARE? – PARTE I

Dopo aver visto nei tre precedenti articoli cos’è, come può verificarsi e a cosa può portare il bullismo, vorrei provare a dare alcune indicazioni di massima su come si può cercare di contrastarlo. Poiché l’argomento è molto ricco e tanti fattori sono in gioco, ho pensato di suddividere quest’ultimo capitolo a sua volta in parti, per facilitarne e alleggerirne la lettura. Oggi, quindi, ci metteremo nei panni dei genitori di una vittima di bullismo.
Nel rispetto dell’unicità di ogni persona e della sua storia, questi consigli non vogliono essere né esaustivi né perentori, ma solo fornire alcuni spunti di riflessione. Se quindi siete genitori di una vittima di bullismo:

Non esacerbate il conflitto
Vedere vostro figlio in difficoltà vi fa soffrire molto, a tal punto che sareste disposti a tentare qualunque strada per infondergli forza: compresa quella di fargli credere che dovrebbe reagire battendo i bulli sul loro stesso terreno. Frasi come “Se ti picchiano tu picchiali più forte!” o “Ti prende in giro per come ti vesti, proprio lei, grassa com’è?” rischiano di insegnare ai vostri figli che la violenza è giusta e inevitabile.

Non colpevolizzate vostro figlio
Per quanto sembri paradossale, a volte una frase detta con l’intento di spronare e incoraggiare può sortire un effetto molto diverso. “Lo fanno solo perchè li lasci fare” “Devi imparare a reagire”, “Te l’avevo detto che quel vestito è ridicolo” “Se solo ti adattassi un po’ di più e fossi simile a loro, non ti succederebbero queste cose” “Sei tu che non sai scherzare”, “Domani ci faremo belle e loro terranno la bocca chiusa”. Queste frasi hanno in comune due cose: sono piene di buone intenzioni, e giustificano il bullismo sottintendendo che la vittima ne è in qualche modo responsabile.

Non mistificate
Nel tentativo di rendere meno penosa la situazione a vostro figlio, potreste avere l’idea di dipingere la realtà con colori più gradevoli ai suoi occhi.”Ti prendono in giro perchè sono gelosi dei tuoi bei voti”: questa ricostruzione dei fatti (anche se non di rado è in buona parte vera!) gratifica vostro figlio, ma rischia di instillare in lui l’idea che il successo (oggi scolastico, domani universitario e lavorativo) sia qualcosa di cui vergognarsi o che porta guai. “Ti fa disperare perchè in realtà gli piaci”: non c’è modo più precoce ed efficace per insegnare a una futura donna a subire umiliazioni e violenza come se facessero parte di una normale relazione d’amore. E’ meglio, quindi, stare accanto a vostro figlio nel dolore e nello sconforto che prova e che supererà, così come si presenta.

Non sostituitevi a lui
Esplicitamente o implicitamente, vostro figlio potrebbe chiedervi di fare qualcosa per risolvere la situazione, oppure voi stessi potreste sentirne un forte bisogno. Potreste allora desiderare di andare a litigare coi genitori dei bulli, o di sgridare i bulli voi stessi, di accompagnare vostro figlio fino alla porta della classe per evitare aggressioni o di rispondere al suo posto ai messaggi umilianti e intimidatori che riceve sul cellulare. In questo modo però mescolate inestricabilmente le vostre azioni, emozioni, impulsi e bisogni con quelli di vostro figlio, privandolo del controllo su di essi. Anche la rabbia, il senso di impotenza e la tristezza possono essere beni di valore, che in questo frangente è importante che rimangano suoi.

Controllate la connessione
Se vostro figlio non va ancora alle scuole superiori e non esce mai da solo, domandatevi se ha davvero bisogno di uno smartphone. Non a caso i principali social network pongono, almeno formalmente, i 14 anni come età minima per il loro utilizzo e dispongono di strumenti volti a ostacolare il cyberbullismo. Eludere questi controlli è di una facilità imbarazzante, ma dove l’immensa rete non può che fallire, resta il vostro diritto di avere voce in capitolo su ciò che vostro figlio ampiamente minorenne fa online. Potete impostare filtri che bloccano l’accesso a specifici siti, controllare il suo Whatsapp, dotare il suo smartphone di connessione wifi ma non di dati a pacchetto in modo che possa connettersi solo a casa, potete limitare il tempo che passa su Internet. Tutto ciò, però, non allo scopo di punirlo, ostacolare la sua vita relazionale o deresponsabilizzarlo, ma al contrario per conoscere le sue abitudini e poter dialogare su ciò che gli accade in un mondo virtuale che non dovrebbe mai diventare più importante di quello reale.

A volte basta esserci
Quando vostro figlio soffre, non è detto che voi dobbiate sempre fare qualcosa nel tentativo di modificare questo stato di cose. Alcune situazioni molto rilevanti per vostro figlio sono fuori dal vostro controllo, ed esse saranno sempre più numerose man mano che cresce. A volte tutto ciò di cui vostro figlio ha bisogno è la vostra presenza e il vostro supporto affettivo. Se a scuola si sente umiliato, disprezzato e deriso, sarà il vostro amore incondizionato a proteggere la sua autostima in via di formazione e a fargli capire che nessun problema è insormontabile. Dimostrateglielo, questo amore, perchè è la cosa più importante che potete dargli in questo momento. State di fianco a lui mentre soffre e accettate di non poter controllare tutto, gli insegnerete così ad affrontare le difficoltà della vita.

Cercate aiuto
Né voi né vostro figlio siete soli. Parlate del problema senza vergogna, cercate supporto dove con ogni probabilità lo troverete. Chiedete un colloquio all’insegnante che vi sembra particolarmente attento alla vita relazionale della classe; confrontatevi con altri genitori e scoprirete che il bullismo è molto più diffuso e ha molte più sfaccettature di quanto si pensa; ricordate che la prospettiva, una delle più grandi innovazioni artistiche nella storia dell’umanità, richiede la presenza di uno specifico punto di vista esterno: questo può venire non solo da famigliari e amici, ma anche da uno psicologo che saprà sostenere in questo frangente voi o vostro figlio. Se avete l’impressione che questo farebbe apparire a lui o a voi stessi la situazione più grave di quella che è, o che vi farebbe sentire “malati”, ricordate che quando si vive una situazione difficile non c’è niente di più sano che affrontarla.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE III – STORIE DI ORDINARIO BULLISMO

Continua la serie di articoli dedicati al fenomeno del bullismo.
Dopo aver esaminato le diverse forme che il bullismo può assumere (link) e le caratteristiche che lo rendono un problema più serio di quanto talvolta si pensa (link) oggi intendo parlare delle conseguenze che il bullismo può avere nella vita delle persone, nell’immediato ma anche nel lungo termine.
Per questo ho scelto di creare quattro storie-tipo, senza la pretesa di essere esaustiva né tantomeno di rappresentare un rapporto lineare di causa-effetto tra il bullismo e l’infinita complessità della vita di ciascuno di noi.
Le storie sono puramente inventate. O forse sono tratte non da una ma da mille vicende reali.Bullismo-nelle-scuole

Michele ha 8 anni quando la sua famiglia si trasferisce da una regione d’Italia ad un’altra per motivi lavorativi.
Inserito a scuola a metà dell’anno scolastico, Michele fatica ad integrarsi in un gruppo già formato. Le settimane passano ma nessuno sembra disposto a fare amicizia con lui. I compagni sembrano non aver imparato il suo nome e continuano a chiamarlo “quello nuovo”, parlando di lui come se non fosse presente. Se durante l’intervallo cerca di giocare a palla o a nascondino con i compagni, si sente dire che non c’è posto per un giocatore in più. Al momento di svolgere un’attività in coppia o di stare in fila per due per spostarsi da un posto all’altro, tutti protestano alla proposta della maestra di stare con lui. Gli altri bambini sembrano accorgersi di lui solo quando prendono le sue cose, le nascondono in giro per la scuola e ridono di lui quando si affanna a cercarle, oppure quando gli fanno il verso imitando il suo accento e facendogli perdere la concentrazione mentre è interrogato.
Sono tante piccole cose da bambini, ma sono più che sufficienti a far sentire Michele isolato e rifiutato.
In precedenza si era sempre trovato bene nel gruppo classe, era pieno di amici sia alla scuola dell’infanzia che alla primaria, e questa situazione è nuova per lui. Già parecchio scombussolato da tutti i cambiamenti, dal trasloco, dalla lontanza dai nonni e dalla perdita dei vecchi amici, non sa come far capire ai compagni che è come loro, che ama gli stessi giochi, guarda gli stessi cartoni e ha la stessa paura delle verifiche di matematica.
Non sa ancora dare un nome alle emozioni negative che prova in questa situazione, così ci pensa il suo corpo a parlare e chiedere aiuto per lui: sempre più spesso al mattino, al momento di andare a scuola, Michele ha un forte mal di pancia. A volte ha anche febbre e attacchi di vomito.
Preoccupata, la madre lo porta dal pediatra varie volte, ma senza risultato. Il bambino appare sano come un pesce ma i sintomi persistono, apparentemente immotivati.
Nel tentativo di alleviare il suo malessere fisico, l’unico di cui può rendersi conto, la madre gli somministra abitualmente farmaci e antibiotici, lo tiene spesso a casa da scuola e tende a curarsi di lui in modo iper-protettivo, sentendosi molto in ansia per la sua salute.
Alla fine dell’anno, gli insegnanti si vedono costretti a bocciarlo in ragione dei troppi giorni di assenza. Questo è un duro colpo per la sua autostima in costruzione, già messa a dura prova dall’insuccesso nel gruppo classe.
Con il passare degli anni Michele non penserà più a questo periodo della sua vita e quasi dimenticherà l’accaduto, ma un’insicurezza di fondo continuerà a minare la sua vita sociale e relazionale. L’immagine della scuola come un luogo di sofferenza e rifiuto danneggerà e rallenterà anche il suo percorso universitario.

Sofia ha 11 anni, studia danza con serietà per molte ore alla settimana ed è molto dotata.
Le compagne di corso, invidiose per la sua bravura, trovano nel suo sovrappeso il suo punto debole e la prendono molto in giro: la chiamano con nomignoli sgradevoli, fanno continue battute sul suo fisico, ridono di come si veste. L’insegnante di danza si rende conto di queste dinamiche, ma pensa che siano normali scherzi tra bambine, non vi dà peso e non fa niente per fermarle. Tutto questo alimenta in Sofia il timore che il sovrappeso, per quanto sia lieve, possa ostacolare il suo sogno di diventare una ballerina professionista.
Come accade a tutte le ragazzine della sua età, il suo corpo si sta trasformando: questo genera in lei sentimenti forti, ambivalenti e complicati da gestire. Non riesce a vedere bellezza e armonia in questo corpo che le sembra quasi estraneo, impazzito, ogni giorno diverso e inaffidabile. In tutta questa confusione la danza è per lei un importante punto di riferimento, l’identità di danzatrice le permette di riconoscersi e tenere insieme i pezzi di ciò che sta diventando. In questo momento della sua vita le prese in giro, per quanto banali agli occhi degli adulti e forse delle compagne stesse, la feriscono molto e la segnano profondamente.
Non può rendersi conto che anche le sue compagne provano le sue stesse insicurezze, e che le proiettano su di lei bullizzandola per il suo fisico.
Paradossalmente, per difendersi dall’immagine umiliante di sé che le danno le compagne, la fa propria e trova nello strato sovrabbondante del suo corpo una sorta di corazza di protezione, che nasconde la sua vera persona dagli sguardi giudicanti che sente su di sé. Passa un anno e Sofia lascia che il suo peso cresca sempre di più, cosicché il problema diventa effettivamente serio come non era prima, rischiando di ripercuotersi anche sulla sua salute, ora ma soprattutto in futuro. Passano due anni e il bullismo all’interno del gruppo continua. Sofia, ormai convinta di essere destinata al fallimento nel mondo della danza, lo abbandona. Diventa irritabile, aggressiva e insoddisfatta.
Anche se non incontra più le ragazze che la bullizzavano, quell’esperienza continua a condizionare tutti i suoi rapporti con gli altri: Sofia immagina inconsapevolmente che tutti la vedano soltanto per il suo sovrappeso, e schiva le relazioni interpersonali per paura di un rifiuto che crede inevitabile.
Passano gli anni, Sofia diventa una giovane donna adulta e ancora non riesce ad intraprendere relazioni sentimentali. Questo conferma ancora di più in lei la convinzione di non piacere a nessuno a causa del suo aspetto, quando in effetti è lei la prima ad avere un’immagine negativa di sé.
Un percorso di psicoterapia la aiuterà ad accettarsi e piacersi come persona, nella totalità delle sue sfaccettature, riattivando il suo slancio relazionale.
Graziano ha 13 anni, ama giocare a calcio, frequenta l’oratorio e vive in un piccolo paesino dove tutti si conoscono.
Mentre tutti i suoi amici cominciano a parlare di ragazze, lui sente nascere e rafforzarsi sempre di più dentro sé qualcosa di diverso: un’attrazione per i ragazzi.
Intuisce che le persone a lui più care, compagni e adulti, non accetterebbero facilmente questo aspetto di lui, ne ha paura e lo tiene nascosto.
Una sera, durante la festa patronale, Graziano e gli amici si allontanano dalla piazza principale del paese e salgono su un’altura per vedere meglio lo spettacolo pirotecnico.
Tra loro c’è Riccardo: Graziano ha con lui un’amicizia speciale e prova per lui dei sentimenti che lo confondono e a cui fatica ancora a dare un nome. Non si espone con lui per paura di rovinare la loro amicizia, ma mentre stanno tornando verso casa è Riccardo ad attardarsi appositamente per distanziare il gruppo e restare solo con Graziano.
Il fratello maggiore di Riccardo, ventenne, si è appartato nelle vicinanze con una ragazza e per caso scorge i due camminare mano nella mano.
Salutata la ragazza, chiama alcuni amici a raggiungerlo lì. In gruppo i ragazzi grandi aggrediscono Graziano, lo insultano e lo picchiano sotto gli occhi di Riccardo.
Ricoverato in ospedale, Graziano riporta ferite importanti anche se guaribili. Per vergogna e paura rifiuta di rivelare al personale sanitario e alla polizia l’identità dei suoi aggressori.
I pestaggi da parte del fratello di Riccardo e dei suoi amici si ripetono più volte, e in paese si diffonde il pettegolezzo riguardo a Graziano: tutte le sue paure sembrano essere diventate realtà.
Diventa sempre più introverso, esce solo per andare a scuola e torna subito a casa in fretta per paura di incontrare i suoi aggressori. Le sue amicizie e i suoi interessi si riducono al lumicino, tutto lo spaventa.
I genitori di Graziano hanno intuito il suo segreto, vorrebbero che lui si confidasse con loro e sarebbero pronti a offrirgli il loro sostegno, anche se una piccola parte di loro pensa che la colpa delle aggressioni sia anche del figlio, che non sa difendersi.
Una notte Graziano si alza dal letto, va in bagno e ingerisce grandi quantità di tutti i farmaci che trova, nel tentativo di togliersi la vita. Fortunatamente la madre lo scopre poco dopo e lo porta prontamente in ospedale, salvandogli la vita.
La famiglia di Graziano decide di trasferirsi altrove, nonostante i cambiamenti, i sacrifici e le perdite che comporta. Finalmente, lontano dal paese, Graziano trova il coraggio di denunciare i suoi aggressori, che vengono consegnati alla giustizia.
Laura ha 16 anni ed è quella che tutti definiscono “la classica brava ragazza”.
Una sera va alla festa di compleanno di un’amica ed è presente anche Giulio, per il quale Laura ha una forte infatuazione.
Per tutta la sera gli amici di Giulio, che lo considerano un leader, lo pungolano e lo sfidano riguardo alla sua capacità di conquistare una ragazza. Giulio si sente sotto pressione. Una compagna di classe, pensando di agire per il meglio, gli rivela che Laura ha una cotta per lui.
Giulio non nutre alcun interesse per Laura, ma un’ora dopo i due sono soli in una stanza della casa.
Lui insiste per farle togliere i vestiti. Laura non ha mai avuto un ragazzo, ma si sente molto attratta da Giulio e acconsente. Nella penombra non si accorge che dall’altro capo della stanza il cellulare di Giulio sta riprendendo la scena. Prima che possa accadere qualcosa fra loro, Giulio se ne va improvvisamente, lasciandola confusa e imbarazzata.
Pochi minuti più tardi, un messaggio contenente il video arriva sul cellulare a tutti gli amici di Giulio.
Il giorno dopo a scuola Laura si accorge subito che qualcosa non va: la gente la guarda, ride e fa commenti a bassa voce. Durante l’intervallo comincia a ricevere messaggi di scherno: le ragazze la insultano, i ragazzi le fanno complimenti volgari. Questa situazione va avanti per giorni e settimane, e i messaggi continuano ad arrivare a tutte le ore, rendendole la vita difficile anche fuori da scuola.
Nel frattempo il padre di uno degli amici di Giulio, che ha l’abitudine di controllare il cellulare del figlio, trova il video e lo pubblica su un sito internet per la condivisione di materiale pedopornografico, che frequenta abitualmente in segreto. Se qualcuno sporgesse denuncia alla polizia postale ci sarebbe modo di cancellare il video e punire gli adulti coinvolti, ma Laura, anche se a questo punto ha capito che Giulio l’ha ripresa, si vergogna talmente tanto dell’accaduto che non riesce a parlarne con nessuno. Il video quindi resta in rete, senza che nessuno possa proteggere la ragazza senza nome dallo sguardo dei pedofili.
Nel frattempo il clima a scuola diventa intollerabile per Laura, al punto che esprime ai genitori il desiderio di cambiare istituto. Poiché non se la sente di rivelare loro il vero motivo del suo malessere, si crea conflitto e ostilità tra la ragazza e i genitori, i quali credono che la figlia sia diventata scostante, superficiale e svogliata, si sentono delusi e non riconoscono in lei la ragazza di prima.
Più avanti nella sua vita, Laura faticherà a fidarsi e a lasciarsi andare nelle relazioni, fino a che non riuscirà finalmente a raccontare ai genitori e alle persone per lei importanti questa pagina dolorosa della sua adolescenza, cessando di sentirsi giudicata e soprattutto di giudicarsi.
Il bullismo ha molte facce e molte conseguenze. Se riconoscete in queste storie voi stessi, i vostri figli o qualcuno a cui tenete, potrebbe essere molto importante fare qualcosa, fosse anche solo parlarne. Nel prossimo e ultimo articolo vedremo alcune strategie utili per contrastare il bullismo.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE II: WHY SO SERIOUS?

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, rimane forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

Continua la mia serie di 4 articoli dedicati al bullismo, e questa volta vedremo caratteristiche che lo rendono un problema così serio; successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo

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Il bullismo ha tre caratteristiche fondamentali:
Riguarda l’infanzia e l’adolescenza: questo non significa che tra adulti e sul lavoro non ci siano derisioni, aggressioni fisiche, umiliazioni e dinamiche di esclusione dal gruppo, ma in questo caso non si tratta di bullismo bensì di mobbing. Questa differenza diventa molto più importante di un semplice gioco terminologico, dal momento in cui il mobbing è punito a livello penale secondo norme di legge specifiche. Se un adulto è vittima da parte di adulti delle dinamiche comunemente associate al bullismo, quindi, non dovrebbe vergognarsi come se stesse vivendo un’esperienza “infantile” o “immatura”, ma dovrebbe anzi sapere di avere a disposizione una specifica tutela da parte della giustizia.
E’ reiterato: si definisce bullismo una situazione continuativa, ricorrente. Si possono verificare casi isolati di aggressione fisica, di derisione, di umiliazioni, ma se l’episodio si trasforma in una dinamica abituale, è sbagliato ignorare la cosa in attesa che i fatti non si ripetano più o che la situazione si risolva da sola. Molto spesso, se nessuno fa nulla per fermarlo, il bullismo si protrae per anni, fino a che non interviene un cambiamento esterno come la fine di un ciclo scolastico a spezzarne la dinamica

Avviene in uno specifico contesto: Solitamente il bullismo si verifica a scuola, ma anche un centro sportivo, un piccolo paesino o un quartiere possono fornire al bullismo la cornice adatta a svilupparsi. In ogni caso, il bullismo avviene tra persone che si conoscono, in un ambiente per tutte loro importante. Un’aggressione tra ragazzi che non si conoscono, avvenuta per strada in un luogo casuale, può essere una rapina, una rissa, un pestaggio a sfondo omofobo o razzista, ma non un episodio di bullismo. Questo implica che essere vittima di bullismo non significa essere deboli per natura: “lo sfigato” non è la persona vittima di bullismo, è solo un ruolo, un personaggio che gli o le viene appiccicato addosso in una determinata contingenza, ma di cui è sempre possibile liberarsi, spesso aiutati da un cambiamento di vita come il passaggio dalle scuole medie alle superiori o il trasloco in un’altra città. Se siete adulti, comunque, vi stupireste se sapeste quali tra le vostre conoscenze sono stati insospettabili vittime di bullismo: sono diventati sicuri di sé, piacciono a tutti, hanno una vita sociale invidiabile o sul lavoro sono a capo di molte persone. Questo però non deve certo indurre a sottovalutare il peso, per certi versi incancellabile, che il bullismo ha sullo sviluppo psicologico di chi lo vive.
E’ questione di gruppo, non di persone: i tre punti esaminati ci conducono tutti a questo, assolutamente il più importante. Finora ci siamo focalizzati sul punto di vista della vittima; ovviamente il bullismo presuppone un perpretratore, il cosiddetto “bullo”; ma né vittima né bullo sarebbero tali senza il gruppo. Il bullo non si comporterebbe così se non avesse il sostegno e l’ammirazione di una parte del gruppo, il silenzio connivente di molti altri (tra cui spesso gli adulti) e l’insufficiente opposizione di uno o pochi amici della vittima. La dinamica dell’esclusione sistematica e della stigmatizzazione sociale tipica del bullismo è perpetrata dal gruppo più che dal suo leader di per sé. Il bullo è solo una persona che, sostenuta dalle contingenze e da una personalità più incline alla leadership o all’aggressività (caratteristiche di per sé neutrali, né buone né cattive) si fa portavoce di una tendenza distruttiva, espulsiva e prevaricatrice propria del gruppo e di ciascuno dei suoi membri, i quali la proiettano sul bullo ricevendo in cambio un riflesso della sua illusoria dimostrazione di forza e sicurezza. Né la vittima né il bullo hanno il potere, da soli, di spezzare questa dinamica, perchè la “lotta” non è ad armi pari, perché entrambi sono mossi da fili invisibili che li legano a tutto il resto della classe, della squadra o della leva. Quasi qualunque ragazzino, se chiamato con un nomignolo dispregiativo da un compagno, riesce perfettamente a reagire e a far sì che questa persona smetta di insultarlo; l’incubo del bullismo inizia quando uno, due, quattro vicini di banco ridono della trovata, la ripetono, e giorno dopo giorno l’umiliazione aderisce sulla vittima come un brutto vestito fino a sostituirsi al suo nome, fino a diventare magari una semplice abitudine.

Questa, in estrema sintesi, è la natura del bullismo. La sua comprensione ci apre la via verso la possibilità di pensare a come combatterlo e a come affrontare le sue conseguenze, da quando accade fino agli anni e decenni seguenti: questi saranno i temi dei prossimi due articoli.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE I: I MILLE VOLTI DEL BULLISMO

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, resta forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

In una serie di 4 articoli, vediamo quindi innanzitutto le molte forme che il bullismo può assumere, parleremo poi delle caratteristiche che lo rendono un problema così serio, successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo.

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Secondo un recente studio di Save the Children Italia, i tre temi che più comunemente fanno da sfondo al bullismo sono, nell’ordine, l’aspetto fisico della vittima, il suo orientamento sessuale, e le sue origini geografiche, etniche o sociali. Sostenere che queste siano le “cause” del bullismo equivarrebbe a giustificarlo: diciamo piuttosto che sono i pretesti.

Andiamo ora a conoscere le molte forme che il bullismo può assumere, molte delle quali troppo spesso non sono riconosciute come tali e aumentano così il senso di impotenza e ineluttabilità in tutte le persone coinvolte.
Le sfaccettature del bullismo si possono raggruppare in 4 categorie:
Fisico: è quello più riconoscibile. Picchiare, spintonare, aggredire, prendere a pugni rientrano in questa categoria, ma anche rubare, sottrarre o danneggiare oggetti appartenenti alla vittima. E’ la forma di bullismo più diffusa tra i maschi, ma non è infrequente tra le femmine.
Verbale: più sottile e molto spesso sottovalutato, è il bullismo fatto di prese in giro, soprannomi dispregiativi, minacce, aggressioni verbali. E’ più frequente tra le femmine e spesso non viene riconosciuto come vera e propria violenza quale è.
Sociale: è molto spesso trasversale a tutte le altre tre forme di bullismo. Comporta l’isolamento e l’esclusione della vittima a opera del gruppo, con ogni forma di umiliazione. Anche il pettegolezzo, quando diventa ricorrente e sistematicamente mirato a una persona, rientra in questa categoria.
Cyberbullismo: molto sottovalutato ma sempre più diffuso, è il bullismo che si compie attraverso le tecnologie. I servizi di messaggistica istantanea, i social network e Internet in generale forniscono al bullismo canali sempre nuovi: continui messaggi di minacce o di scherno inviati alla vittima; scherzi telefonici tramite chiamate o messaggi; gruppi di discussione, pubblici o segreti, dedicati specificamente alla derisione di una persona; diffusione di fotografie ridicolizzanti o di natura erotica, reali o spesso ottenute tramite fotomontaggi e manipolazioni di immagini, le quali rischiano anche di finire nelle mani sbagliate, e da lì nel mondo criminale della pedo-pornografia; veri e propri ricatti che poggiano sulla minaccia di diffondere su canali accessibili a chiunque nel mondo video imbarazzanti o molto intimi, ripresi ad insaputa della vittima o tramite un inganno. Tutto questo sfruttando le caratteristiche dei social network, come la possibilità di commentare i contenuti, di inviare un messaggio o un’immagine a moltissime persone simultaneamente, e di regolare a piacere la visibilità di un contenuto o di un gruppo di discussione, potendo ad esempio tenere la vittima all’oscuro di tutto  o metterla a parte per ferirla di una quantità enorme di discorsi e immagini umilianti prodotti sul suo conto.
Queste sono purtroppo solo alcune delle possibilità aperte da un cattivo utilizzo delle tecnologie. Tre sono i principali fattori che rendono il cyberbullismo molto più pericoloso del bullismo tradizionale: la maggiore difficoltà di accorgersi dell’accaduto, soprattutto da parte di adulti poco avvezzi alle nuove tecnologie; la facilità con cui le sue conseguenze possono sfuggire di mano agli stessi perpetratori e assumere proporzioni esponenziali tramite la diffusione su Internet; l’assenza di limiti spazio-temporali, che rendono l’esperienza del bullismo pervasiva e costante nella vita della vittima. L’incubo non finisce all’uscita da scuola, i commenti maligni tengono svegli a tarda notte con continui trilli del cellulare, e le risate di scherno non provengono da una decina di compagni ma, almeno nella percezione delle persone coinvolte, potenzialmente dal mondo intero.
Il cyberbullismo è più diffuso tra gli adolescenti, ma un accesso sempre più precoce a smartphone, tablet e Internet anticipa di conseguenza l’insorgenza del fenomeno, ormai anche alle scuole elementari.

Come abbiamo visto, il bullismo è un problema più grave e più complesso di quanto sovente si pensa.
Chi ne è vittima dovrebbe poter contare su qualcuno a cui chiedere aiuto, con la certezza di essere preso sul serio e con la consapevolezza che tutti gli atti menzionati fin qui, se commessi da una persona maggiorenne, sono punibili penalmente.
Chi ne è stato vittima non dovrebbe negare le conseguenze che il bullismo può aver avuto sulla sua personalità, sul suo modo di essere, sulla sua idea di sé stesso e della vita, ma anzi può affrontarle per poter riconnettere insieme tutte le pagine della propria storia, anche quelle dolorose, e finalmente sfogliare in avanti il libro verso pagine ancora da scrivere.
Chi ne è testimone come coetaneo, compagno di classe o di squadra, anche se non è lui o lei a picchiare, minacciare o pubblicare fotomontaggi, dovrebbe sentirsi non colpevole, ma responsabile della situazione e della possibilità di cambiarla.
Chi ne è testimone come adulto, dovrebbe avere il coraggio del proprio ruolo sapendo che ne va dell’integrità emotiva, fisica e potenzialmente anche della vita di un figlio, di un alunno o di un ragazzo che magari ha per lui fiducia e stima.

IL CORPO PARLA (E 8 MODI DI DIRE DIMOSTRANO CHE LO SAI GIA’)

“E’ tutta questione di testa!” “Sono solo tue fissazioni, in realtà non hai niente!” “Potresti stare bene se solo non ci pensassi così tanto!”
Sono frasi che feriscono, fanno stare male più di quel mal di testa, di pancia o di schiena che non vuol saperne di passare.
L’idea che un malessere fisico possa avere origine psicologica per molti può suonare offensiva e svalutante, come se equivalesse a un’accusa di “fingere” o “inventarsi” di stare male. Questo pregiudizio è così radicato che perfino il termine scientifico “psicosomatico” è diventato sinonimo di qualcosa che banalizza il malessere, sminuisce il paziente e minimizza il suo sentire.
La realtà è totalmente diversa e notevolmente più complessa, non solo dal punto di vista del paziente, ma anche del professionista della salute psicologica.

Nella nostra cultura siamo abituati a considerare il cervello come unica sede della psiche e la parola come sua unica possibilità di esprimersi. L’idea che una sofferenza emotiva possa manifestare la sua presenza attraverso un sintomo fisico è qualcosa a cui molti di noi faticano a dare un senso.
Ecco allora che le visite dal medico di base si fanno sempre più frequenti, e tutti i possibili esami specialistici seguono di pari passo; le confezioni di medicinali occupano sempre più spazio in casa, e siamo pronti a provare qualsiasi metodo pur di stare meglio; il malessere monopolizza le nostre conversazioni, e nella ricerca di risposte alle nostre domande ci affidiamo sempre di più a Internet e ai social network, dove le informazioni contraddittorie e false date da ogni tipo di persone non qualificate sono di gran lunga più numerose dei veri pareri medici.
Tutto questo ci sottrae tempo, energie mentali e denaro.
A volte nonostante tutto il problema persiste, resiste anche ai farmaci oppure scompare per brevi periodi solo per poi ripresentarsi nella stessa forma o “migrare” in un’altra parte del corpo.
In questi casi, considerare l’ipotesi che il malessere fisico sia un’espressione della psiche è qualcosa che dobbiamo a noi stessi, se vogliamo portarci il rispetto che meritiamo.
Quando abbiamo dentro un dolore emotivo, una tristezza, una delusione, una rabbia, una paura, un’ingiustizia, di cui però non riusciamo a parlare, la nostra psiche ha a disposizione il nostro corpo come mezzo per farci sapere che qualcosa non va, e che c’è bisogno di un cambiamento ben preciso.
Il sintomo fisico, allora, proprio come quello psicologico, non va combattuto ed eliminato come un fastidioso contrattempo, ma accolto e ascoltato come un prezioso messaggio dalle nostre profondità. Solo a quel punto il sintomo avrà svolto la sua funzione, pertanto non ce ne sarà più bisogno e potrà scomparire da solo o essere eliminato efficacemente.Psicosomatica
Qualsiasi condizione medica può avere una componente psicosomatica, anche se alcuni tipi di disturbi si prestano più di altri a fungere da canale di comunicazione per il malessere psichico. Ciò non significa che determinati mali abbiano sempre origine psicologica, nè tantomeno che componenti emotive e fisiche si escludano a vicenda, anzi, si tratta sempre e comunque di un’interazione tra le due facce di una stessa medaglia.

I sintomi, qualunque sia la loro provenienza, sono reali. L’origine psicosomatica di un disturbo non autorizza a minimizzare la sua gravità, a dubitare della sua esistenza nè a ignorarlo: indica semplicemente che la strada per risolverlo passa, almeno per alcuni tratti, fuori dal territorio del medico.

Come chi mi segue sa, la psicologia non è qualcosa di astratto, misterioso e avulso dalla realtà, ma anzi trova spesso corrispondenza nel buon senso comune. Per questo, ho individuato alcuni modi di dire di uso quotidiano che ci aiuteranno a capire in modo immediato che le profonde corrispondenze tra corpo e psiche sono qualcosa che tutti già conosciamo, e che fa già parte del nostro linguaggio abituale, anche se non sempre vi facciamo caso.
Questo piccolo “dizionario” psicosomatico ovviamente non va preso alla lettera, e non è mia intenzione sostituire o sminuire le competenze di un medico. L’obiettivo è solo quello di proporre uno spunto di riflessione affiancando un diverso punto di vista.
– Caricarsi il mondo sulle spalle:
Quante volte nella nostra vita famigliare o professionale ci assumiamo responsabilità non nostre, siamo oggetto di aspettative eccessive da parte degli altri o pretendiamo di risolvere da soli problemi più grandi di noi? Tutti questi “pesi” possono farci soffrire di mal di schiena finchè non troveremo il coraggio di scrollarceli di dosso.

– Mi sta qua!
L’eloquente gesto di colpirsi il petto o la base del collo con la mano disposta di taglio, con cui di solito si accompagna l’esclamazione, fa pensare a un ostacolo che ci impedisce di parlare e dire ciò che davvero pensiamo di una persona che ci è sgradita o di una condizione che non riusciamo ad accettare. Un senso di soffocamento o di costrizione al petto o alla gola, apparentemente immotivato o che si presenta regolarmente quando ci troviamo in una determinata situazione, può avere proprio questo significato. Forse potrà lasciarci quando riusciremo a rivelare i nostri veri sentimenti in una situazione in cui è difficile farlo.

– Non riesco a digerirlo:
In modo simile a quanto detto al punto precedente, una situazione che proprio “non ci va giù”, una delusione che “ci resta sullo stomaco”, una novità che “non riusciamo ad assimilare” o una relazione che ci “intossica” possono giocare un ruolo importante in problemi digestivi, inappetenza, conati di vomito ricorrenti o difficoltà a deglutire. Questi problemi possono anche essere legati a una forte ansia che abbiamo bisogno di affrontare.

– Prendersi il mal di pancia (di fare qualcosa):
Equivale a “darsi il disturbo”, preoccuparsi o incaricarsi di fare qualcosa, solitamente un’incombenza sgradevole, che magari altri eludono. Ma quando “ci diamo troppi mal di pancia”, ricorrenti problemi intestinali possono essere sintomi di un sano bisogno di “espellere” dalla nostra vita ciò che ci procura ansia e fatica eccessive.

– Lo sento a pelle:
La pelle è un organo meraviglioso, abbastanza solido da proteggere efficacemente il corpo dagli innumerevoli agenti esterni potenzialmente aggressivi, ma anche tanto sensibile da permetterci di percepire attraverso il tatto. Può essere ferita e rigenerarsi, ed è il primo e più primitivo mezzo di relazione tra il neonato e la madre. Pertanto dermatiti, psoriasi, irritazioni e altre alterazioni del delicato equilibrio della pelle talvolta ci parlano di una compromissione dell’altrettanto delicato equilibrio tra relazione con l’altro e definizione della propria individualità.

– Mi fa cadere le braccia:
Questa espressione rende benissimo un senso di incredula rassegnazione a una situazione deludente e ripetitiva, in cui chi parla sente che qualsiasi reazione sarebbe inutile.
Se proviamo un ricorrente senso di spossatezza durante il giorno o fin dalla prima serata, non giustificato da particolari sforzi fisici, possiamo provare a chiederci se è la rassegnazione a toglierci le energie. Potremmo perfino scoprire, col tempo ed eventualmente con un aiuto esterno, che il cambiamento non è fuori dalla nostra portata.

– Non dormirci la notte:
Può sembrare scontato che spesso l’insonnia nasca da una preoccupazione, una paura o un pensiero fisso angosciante. Tuttavia, quando capita a noi, a volte siamo più propensi ad assumere sonniferi o psicofarmaci piuttosto che a chiederci qual è la radice del problema, e ad affrontarla con i mezzi che abbiamo a disposizione, incluso eventualmente l’aiuto di uno psicologo.

– Rosicare/rodersi:
Questa colorita metafora, di solito riferita a chi ha subito una sconfitta o desidera qualcosa che non possiede, esprime uno stato di tensione, amarezza e aggressività. Queste stesse emozioni possono essere alla base del bruxismo, una disfunzione che consiste nel digrignare rumorosamente i denti durante il sonno. Generalmente il paziente non si accorge di farlo, ma dal bruxismo possono derivare dissapori di coppia dovuti al disturbo che il rumore arreca al sonno del partner e, alla lunga, problemi odontoiatrici. Si trovano oggi in commercio appositi oggetti da tenere in bocca durante la notte per attutire il digrignamento e proteggere i denti, ma vale comunque la pena di prendere atto del fatto che l’aggressività non è sempre e solo qualcosa di negativo: anzi, è una componente fondamentale dell’assertività, della forza di volontà e della capacità di salvaguardare noi stessi e le cose a cui teniamo.
Abbiamo visto, con l’aiuto di alcuni esempi, che la sfera psicosomatica influisce in modo decisivo su alcune condizioni mediche molto diffuse.
In questi casi, il solo intervento del medico può non essere sufficiente, e può essere utile quello dello psicologo. Aspettiamo con fiducia il momento in cui ci si renderà conto che l’istituzione della figura dello Psicologo di base in affiancamento al Medico di base comporterebbe un notevole miglioramento della salute pubblica, con un forte risparmio sia per il cittadino che per il Sistema sanitario nazionale in termini di denaro, tempo ed energie spesi in visite, accertamenti diagnostici e farmaci inefficaci perchè non pertinenti alla natura di alcuni problemi.

Bambini manichini

Accettare i tempi del bambino senza imporgli i nostri. Stimolare e coltivare la sua creatività. Permettergli di esprimere liberamente i suoi bisogni. Valorizzare i suoi graduali spazi di autonomia. Questi, in estrema sintesi, alcuni dei principi fondamentali del pensiero della Montessori.
Un pensiero che si è sviluppato all’inizio del Novecento, in un clima educativo rigido e autoritario diametralmente opposto a quello di oggi: paradossalmente, proprio per questo le idee della Montessori sono innovative e dirompenti nel 2015 come lo erano nel 1938. L’adulto di oggi non impone più regole e costrizioni eccessive, ma tende senza accorgersene a sostituire i bisogni e i desideri del bambino con i propri, rischiando di fraintendere il senso profondo di ciò che il bambino comunica, e di perdere momenti unici e preziosi nella loro crescita insieme.
Condivido volentieri questo articolo dal blog Montessoriacasa. Buona lettura a mamme, papà, nonni, baby-sitter e insegnanti!

montessoriacasa

scarpe-bimbo Età: 6 anni: Bambino portato a scuola con il passeggino

Età: 5 anni: Bambina vestita da capo a piedi dalla nonna dopo lezione di danza in  palestra.

Età 4 anni: Bambino che mangia imboccato dall’adulto.

Ne vedo di continuo di situazioni simili a queste: bambini che hanno l’età per potersi vestire, muovere e nutrirsi autonomamente completamente sostituiti dall’adulto. Ciò che più mi colpisce e mi lascia amareggiata è la loro rassegnazione. Non sono arrabbiati, ma abituati. Si guardando intorno mentre alzano un braccio o un piede per essere vestiti, mentre vengono trasportati, mentre aprono la bocca per essere imboccati.

Perchè non si ribellano?

Perchè l’hanno già fatto, senza successo, quando avevano 2 o 3 anni d’età. Quando erano nel pieno del periodo sensitivo dell’ “aiutami a fare da me!”. 

Li vedo i bimbi all’uscita di scuola (nido e materna) che urlano e si dimenano perchè vogliono mettere giacca e scarpe da soli, perchè vogliono…

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