LA RABBIA DEI BAMBINI – CAPITOLO II – SETTE CONSIGLI PER AFFRONTARLA IN MODO COSTRUTTIVO

Dopo un primo articolo in cui abbiamo discusso e ridimensionato alcuni preconcetti diffusi sulla rabbia dei bambini, vorrei completare (per ora) il discorso su questo argomento molto attuale con alcune idee di massima che spero possano essere utili a mamme, papà, nonni, insegnanti, baby-sitter e tutti gli adulti che si trovano a fare i conti con un bambino arrabbiato… o con due, considerando che la più grande difficoltà nel relazionarci con i bambini è che risvegliano in noi il bambino che siamo stati.

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– Parlate della rabbia – quella del bambino e la vostra

Nei vicini anni ‘90, di fronte a una bimba di circa un anno che già portava gli orecchini, giuro di aver sentito i suoi genitori affermare con sicurezza che avevano deciso di farle forare le orecchie così presto perché “i neonati non sentono il dolore”: allo stesso modo, fino a poco tempo fa gli adulti amavano credere all’idea che i bambini “non capissero” quanto di negativo accade intorno a loro, e miravano a prolungare il più possibile questa presunta fase di beata incoscienza. Questo mito ha fatto il suo tempo: forse i bambini piccoli non comprendono a livello logico e cognitivo le situazioni e i comportamenti degli adulti, ma sentono le emozioni che circolano in casa.

Inutile quindi, quando il bambino vi chiede se siete arrabbiati, rispondere con una scrollata di spalle, un sorriso finto e un “no” detto in tono forzatamente allegro.

La rabbia, le situazioni quotidiane che ci fanno arrabbiare, ciò che sentiamo e ciò che facciamo quando siamo arrabbiati possono e devono diventare argomenti di conversazione normali.

Se siete arrabbiati, ma non con lui, spiegategli la situazione e rassicurate il bambino sul fatto che lui non c’entra, e gli risparmierete lunghe elucubrazioni condite con senso di colpa su cosa potrebbe aver fatto per farvi arrabbiare e su cosa deve fare per riconquistarvi.

Se siete arrabbiati con lui, parlatene a maggior ragione: litigare è brutto, ma niente è più angosciante del silenzio. Non tenete mai il muso a un bambino per nessun motivo.

Altrettanto importante è dare voce alla rabbia del bambino: per quanto frivoli o buffi possano sembrarvi i motivi, ascoltate i racconti dei suoi conflitti con i coetanei e aiutatelo a comprenderli, esplorando i comportamenti e i sentimenti propri e degli altri.

Permettetegli anche di dirvi che è arrabbiato con voi, anche mentre gli insegnate a farlo senza aggredire fisicamente voi, se stesso, altre persone o gli oggetti dell’ambiente circostante: fate sentire incondizionatamente accettato lui e la sua emozione, senza rinunciare se necessario ad insegnargli a regolarne le manifestazioni.

– Aiutate il bambino ad esprimere la rabbia in modo simbolico

L’emozione è come materia prima che può essere trasformata in qualcos’altro: attraverso il simbolo, l’arte e la creatività anche l’esperienza più negativa può essere bonificata e contenuta.

Invitate il bambino a disegnare la sua rabbia, a modellarla con la plastilina, a raccontarla in un diario o a trasformarla in un personaggio di fantasia su cui si possono inventare delle storie. Naturalmente questa proposta dovrà assecondare il più possibile le inclinazioni del bambino: spingerlo a scrivere quando questa abilità non è ancora sufficientemente automatizzata, o a disegnare se questo lo annoia non faranno altro che aumentare la sua frustrazione.

Inventate insieme dei gesti, dei piccoli riti per “buttare fuori” la rabbia in modo giocoso, inventate metafore per parlarne, leggete e commentate insieme fiabe e storie che trattino della rabbia.

Tutto ciò serve al bambino per conoscere se stesso e riconoscersi all’interno di una cornice di senso più ampia, dove non ci si senta soli con la propria emozione ma sia possibile comunicarla.

– Aiutate il bambino a trasformare la rabbia in energia

Pensate alla rabbia come ad una massa d’acqua che può fluire o essere arginata, stare in un contenitore o impregnare tutto ciò che tocca, ma non può essere compressa o eliminata istantaneamente.

La cosa migliore sarà utilizzare quest’acqua per qualcosa di utile, come impastare del pane o far girare la ruota di un mulino: fuori di metafora, l’uso migliore che possiamo fare della rabbia è permetterle di spingerci verso un cambiamento che desideriamo.

Aiutate il bambino a capire cosa può fare grazie alla rabbia per modificare in meglio la situazione: un voto preso a scuola non lo soddisfa? Può darsi che per la prossima verifica possa impegnarsi di più. Pur avendo giocato bene ha perso la partita di calcetto? Forse è la squadra ad aver bisogno di essere rafforzata. Un’amica a cui aveva confidato un piccolo segreto l’ha divulgato a tutta la classe? Purtroppo per vivere appieno l’amicizia è necessario anche capire chi non la merita. Ha assistito a un episodio di bullismo nei confronti di qualcun altro? E’ probabile che la vittima possa trarre maggior beneficio dal suo sostegno che l’aggressore dalla sua indignazione.

– Aiutate il bambino a comprendere i conflitti

Il conflitto di per sé è una cosa né buona né cattiva: solo le modalità con cui viene agito possono esserlo.

Sono il rancore, la manipolazione psicologica, la violenza fisica, la ripicca, il giudizio morale a trasformare in qualcosa di negativo un’esperienza che di per sé può essere anche utile e migliorativa.

Il bambino ha bisogno di imparare che non è tenuto a compiacere tutti, che gli altri non sono tenuti a compiacerlo e che a volte è giusto esprimere disaccordo anche contro chi si trova in una posizione di autorità. Ha bisogno di imparare anche a vivere il conflitto in modo costruttivo: a dialogare, ad argomentare le proprie idee, a riconoscere le proprie ed altrui opinioni come tali e non come verità assolute, a difendere le proprie posizioni e a manifestare i propri bisogni senza prevaricare gli altri, a reagire alle ingiustizie, a capire le motivazioni degli altri, a decifrare le proprie emozioni, a chiedere scusa, a perdonare, a comprendere senza giustificare.

Il bambino imparerà a giocarsi i conflitti prendendo noi come modello: questa può diventare allora anche una preziosa occasione di crescita per gli adulti, che nell’assolvere a questa responsabilità hanno modo di interrogarsi sul proprio modo di vivere i conflitti.

– Leggete i “sottotitoli”

A volte capire il bambino ci appare difficile come decifrare un dialogo in una lingua sconosciuta. Quando i suoi comportamenti ci appaiono assurdi, però, dobbiamo ricordare che hanno un loro senso e cercare di trovarlo, anche e soprattutto quando il bambino stesso non ne ha consapevolezza.

Immaginiamo di guardare un film di Bollywood e di doverci affidare ai sottotitoli: le interminabili proteste al momento di indossare il pigiama potrebbero essere tradotte con “ho ancora paura del buio e mi vergogno, ma ho bisogno di essere rassicurato”; gli scoppi di pianto e urla al momento di essere imboccato potrebbero suonare come “voglio provare a mangiare da solo!”; la reazione apparentemente sproporzionata di fronte al rifiuto di comprargli un giocattolo alla moda potrebbe significare “mi sento inadeguato quando mi confronto con i miei amici”… ovviamente a questo punto sta a voi decidere se assecondare la sua percezione e comprare il giocattolo, o tentare di fargli capire che nessun oggetto è in grado di conquistarci l’affetto degli altri e che possiamo sentirci adeguati e in pace con noi stessi solo quando rinunciamo a fare confronti tra noi stessi e gli altri.

– Non perdete la calma

Il bambino ha bisogno di vedervi sopravvivere alla sua rabbia, per sapere che lui stesso e tutto ciò che ama può sopravvivere alla sua rabbia.

L’emozione, nel momento in cui la proviamo, sembra totalizzante e assoluta: per un bambino, che sta ancora imparando a conoscere il proprio mondo interno, sperimentare il desiderio di aggredire può essere davvero angosciante, e scatenare profondi sensi di colpa nel timore che la propria rabbia abbia irrimediabilmente distrutto qualcosa di fondamentale – ad esempio l’amore che provate per lui.

Entrando insieme a lui in una escalation di urla, cedete alla rabbia il controllo della situazione.

Tentando di fermarlo con affermazioni del tipo “se fai così non ti vorrò più bene/quella persona non ti vorrà più bene/ i tuoi amici non vorranno più giocare con te/ non ti porterò più qui” e così via, confermate il suo timore di essere cattivo e di aver distrutto irrimediabilmente qualcosa a cui tiene.

Invece, mostrandovi presenti ma calmi, non spaventati e all’occorrenza persino serenamente distaccati dal suo attacco di rabbia gli preannunciate che non durerà per sempre, e che lui, voi e l’amore che vi lega siete più forti della sua distruttività.

– La ricetta perfetta… non esiste!

Tra amici, parenti, libri, internet e riviste sentirete e leggerete tutto e il contrario di tutto su come affrontare la rabbia dei bambini: la verità, più semplice e più complessa di quanto sembri, è che la soluzione perfetta non esiste, cosa che peraltro vale praticamente per tutti i problemi importanti.

Ignorare il bimbo finché non si calma, contenerlo fisicamente, distrarlo, farlo ragionare, sono tutte strategie che possono funzionare in alcune situazioni e non in altre, per alcuni bambini e non per altri, a volte sì e a volte no.

Ogni bambino è diverso, i momenti di rabbia sono diversi, i contesti e le situazioni sono diverse: solo nell’accettazione dell’unicità troverete la strada che riconduce alla serenità.

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LA RABBIA NEI BAMBINI – CAPITOLO I – 7 MITI DA SFATARE

Con il decadere dell’antico sistema educativo di stampo autoritario, la nostra società si è certamente liberata di tanti pesi e imposizioni, ma è anche rimasta un po’ mal fornita di fronte alle sfide educative sempre uguali e sempre diverse che le nuove generazioni pongono.

La rabbia e l’aggressività dei bambini, ad esempio, se prima venivano represse senza troppe cerimonie, oggi diventano finalmente oggetto di attenzione e discussione, ma talvolta mettono in difficoltà genitori, nonni, baby sitter, insegnanti e tutte le figure educative.

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In questo primo articolo vorrei discutere sette idee molto comuni sulla rabbia dei bambini, per mostrare come si possano modificare per renderle più adatte e più utili a relazionarsi con il bambino arrabbiato. Ci sarà un secondo articolo in cui vorrei mostrare alcune strategie per affrontare al meglio la rabbia dei bambini, in modi il più possibile confacenti ai bisogni di tutti.

– La rabbia è un’emozione negativa

Ogni emozione è positiva se ci fa stare bene oppure ci aiuta a crescere o a raggiungere i nostri obiettivi. Qualsiasi emozione è negativa quando ci fa stare male, ci impedisce di realizzarci o ci blocca nel nostro percorso di vita. Se è vero che difficilmente sentirci arrabbiati può farci stare bene, è vero invece che la rabbia può essere una reazione molto sana e molto utile di fronte alle avversità piccole e grandi: a differenza della tristezza, la rabbia ci spinge ad agire. Tutto ciò che dobbiamo fare, e soprattutto insegnare ai piccoli a fare, non è sopprimere questa energia, ma dirigerla verso un cambiamento migliorativo e non sfogarla in modo distruttivo sugli altri o su noi stessi.

Esempio: una bambina di 4 anni arrabbiata perché all’asilo una compagna le strappa di mano i giocattoli mentre lei li sta usando non ha bisogno di imparare a non arrabbiarsi, perché sta reagendo in modo sano a una negazione del suo spazio d’azione, e peggio sarebbe se lasciasse fare l’altra bimba senza tentare di opporsi. Ciò di cui ha bisogno è piuttosto imparare a difendere il proprio spazio negoziando e non picchiando la compagna.

– Un bambino felice non si arrabbia mai

Un bambino felice è in grado di provare tutte le emozioni – anche la rabbia – e di riconoscerle, accettarle, esprimerle e gestirle senza essere sopraffatto o governato da nessuna di esse. Allo stesso modo, una mamma perfetta non è né colei che non dà mai al figlio un motivo per arrabbiarsi, né colei che insegna al figlio a non arrabbiarsi mai: è piuttosto colei che permette al figlio di sperimentare la propria rabbia, a riconoscerla, padroneggiarla, esprimerla in modo non pericoloso e canalizzarla in modo costruttivo.

Esempio: un bambino al supermercato si arrabbia perché la mamma rifiuta di comprargli una bibita, e inizia a piangere e urlare. La madre si vergogna davanti agli altri clienti del supermercato, ma non cede all’impulso di comprare la bibita solo per calmare il bambino, perché ha ben presenti le motivazioni per cui ha deciso di limitare il consumo di bibite in casa: la salute del bambino, la prevenzione dell’obesità, delle difficoltà di concentrazione e dei comportamenti iperattivi correlati a un’eccessiva assunzione di zuccheri raffinati di tipo industriale.

– Sono i videogiochi e i cartoni animati violenti a rendere aggressivi i bambini

Da un lato è vero che alcuni prodotti per l’intrattenimento dei bambini, principalmente dei maschi, sembrano esaltare la violenza fisica in quanto tale, mostrando o rendendo protagonisti di combattimenti, uccisioni e sparatorie, e non si può dire che questo sia di per sé edificante per un bambino.

D’altra parte è vero anche che l’aggressività fa parte della natura umana di ognuno di noi da sempre, e determinati giochi sono tutt’al più l’occasione per scoprirla, sperimentarla e maneggiarla. Anche i cuccioli di molti animali giocano alla lotta: il fatto che attraverso il gioco i piccoli imparino a conoscere, gestire, sfogare e bonificare l’aggressività è un bisogno ancestrale, e non certo un’idea instillata in loro dalle innovazione tecnologiche degli ultimi decenni.

Inutile e dannoso, quindi, demonizzare televisione, computer e consolle vietando categoricamente al bambino ogni contatto con contenuti violenti, cosa che avrebbe come unici effetti quello di esaltarne ulteriormente l’attrattiva ai suoi occhi e quello di ostacolarlo nell’imparare a relazionarsi con la sua aggressività; utile e doveroso non lasciarlo solo di fronte a ciò che vede, ma porre dei limiti, dialogare, accettare di entrare nel suo mondo e accompagnarvelo.

– I genitori devono a tutti i costi nascondere i loro litigi e i loro problemi ai bambini per proteggerli

Questa idea è un retaggio di un concetto di famiglia alquanto datato. Una famiglia dove i bambini crescono sani e felici non è quella in cui grandi sforzi vengono dedicati al mantenimento di una facciata di fittizia armonia: è piuttosto quella in cui i bambini hanno modo di vedere e di imparare dagli adulti come si fa ad arrabbiarsi e allo stesso tempo a volersi bene, a vivere i conflitti e superarli, a farsi del male e poi a chiedersi scusa cercando se possibile di rimediare, oppure anche a separarsi senza eterni rancori, senza violenza gratuita, senza ripicche.

Questo, ovviamente, implica che gli adulti per primi abbiano un buon rapporto con la propria rabbia: a questo proposito, spesso un problema di aggressività in un bambino, specie se molto piccolo, si risolve nel modo più efficace con un lavoro su di sé e/o sulla coppia da parte dei genitori.

E’ vero, infatti, che un bambino imparerà ad arrabbiarsi così come vede arrabbiarsi gli adulti di riferimento: in questo senso è importante allora evitare di esporre il bambino non al conflitto di per sé, ma alla violenza e all’abuso. Chi cresce in una famiglia dove il papà picchia la mamma non solo penserà che questo sia normale, e forse picchierà a sua volta o tollererà di essere picchiata, ma soffrirà anche un vero e proprio trauma psicologico a causa della violenza assistita.

– Un bambino che tende ad arrabbiarsi spesso e molto diventerà un adulto violento e aggressivo

L’evoluzione di un bambino, i suoi cambiamenti, le vicissitudini che lo trasformano in un adolescente e in un adulto, lo sviluppo della sua personalità sono qualcosa di infinitamente complesso e sfaccettato, perciò è impossibile stabilire se questa affermazione sia vera o falsa: sarà vera per alcuni, o in parte, o a certe condizioni, e falsa altrimenti.

Più corretto è affermare il contrario: un bambino che non si arrabbia mai difficilmente potrà diventare un adulto sereno ed equilibrato.

E’ molto rassicurante per un genitore avere a che fare con un bambino posato, composto e condiscendente, ed è molto probabile quindi che un bambino che non mostra mai la propria rabbia riceva ulteriori incoraggiamenti in questo senso sotto forma di lodi per il suo buon comportamento. Quando però arrivano le burrasche emozionali dell’adolescenza e poi le sfide dell’età adulta, l’ex “bravo bambino” si trova impreparato di fronte a se stesso, non avendo potuto imparare a relazionarsi con la propria rabbia e ad utilizzarla in modo costruttivo: rischia allora di diventare insicuro, inibito, oppure di rivolgere l’aggressività contro se stesso in comportamenti di autolesionismo, oppure di restare in balia delle proprie emozioni senza saperle gestire, come se fossero forze invisibili a cui non sa dare un nome.

– I maschi si arrabbiano più delle femmine

Questo è un retaggio totalmente falso dei tradizionali stereotipi di genere, che vorrebbero il maschio “macho”, aggressivo e all’occorrenza prepotente, e la femmina gentile, tranquilla e all’occorrenza sottomessa. E’ vero piuttosto che nella nostra società l’espressione della rabbia e dell’aggressività è maggiormente incoraggiata nei maschietti e scoraggiata nelle femminucce, portando i primi a confondere la violenza con la forza e le seconde a sopprimere e rinnegare una parte importante della propria sfera emotiva.

Insegniamo allora ad entrambi ad utilizzare la propria rabbia in modo costruttivo e non distruttivo, senza negarla o sentirsi in colpa per il fatto di provarla.

Esempio: in una famiglia nasce un fratellino e tutti si aspettano che la sorella maggiore di 8 anni sia al settimo cielo e si comporti con lui come una piccola mammina. Lei però non può dire a nessuno che trova bellissimo il fratellino, ma che allo stesso tempo è anche molto arrabbiata per il fatto che la mamma le dedica meno attenzioni di prima. E’ ovvio che la mamma non può evitare di occuparsi per la maggior parte del tempo del nuovo arrivato, ma il solo vedere riconosciuta e legittimata la sua rabbia farà stare meglio la sorella più grande.

– Quasi sempre si tratta solo di un capriccio

Alcuni psicologi affermano provocatoriamente che i capricci non esistono: questa affermazione diventa molto più condivisibile di quanto potrebbe sembrare a prima vista, una volta che se ne capisca il senso.

Pensiamo ad un bambino di 3 anni che ha appena finito di mangiare un gelato e ne reclama a gran voce un secondo: difficilmente ciò che desidera davvero e di cui ha realmente bisogno è proprio un altro gelato, e soddisfare la sua richiesta non sarebbe una buona idea. Dietro a quello che si potrebbe definire un capriccio, però, c’è un altro desiderio e un altro bisogno, stavolta assolutamente reale, al quale è molto importante rispondere: quello di scoprire dall’adulto dove si trova il limite.

Prima di poter imparare l’autocontrollo, l’autoregolazione e la gestione autonoma di sé, un bambino ha bisogno che gli adulti di riferimento gli mostrino che esiste un limite e dove si trova, gli permettano di toccarlo e gli facciano capire quanto è importante e perché. Questo è uno degli insegnamenti più fondamentali che i piccoli si aspettano da noi, e uno dei modi in cui ce lo chiedono è quello di provare a fare un passo alla volta, in attesa di sentire da noi il “basta” di cui hanno bisogno, detto senza violenza ma anche senza sensi di colpa.

In questo articolo ho voluto parlare della rabbia dei bambini in termini generali, per introdurre un tema così importante. Ci sarà un secondo articolo in cui vorrei dare alcune linee guida di massima, qualche consiglio per venire in aiuto ai genitori, alle baby sitter, ai nonni e agli insegnanti che si sentono in difficoltà di fronte alla rabbia dei bambini.

I sogni: 7 cose che vi siete sempre chiesti

Tra le esperienze che accomunano tutto il genere umano (e non solo), il sogno è tra le più affascinanti e misteriose. Se sappiamo conoscerlo e comprenderlo, può anche guidarci sulla strada della nostra crescita e realizzazione personale. Ma ecco le risposte a sette domande che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo posti sui sogni.

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Io non sogno, giuro. Non è pazzesco?
Tutti sogniamo ogni notte, e più volte. In un sonno medio di 7 ore si alternano 4-5 cicli di sonno, ognuno dei quali comprende una fase REM, durante la quale, appunto, si sogna per alcuni minuti. La questione è ricordare i propri sogni: come fare? Perchè a qualcuno viene naturale e per altri è un evento raro?
Innanzitutto va notato che solitamente si ricorda un solo sogno per notte, quello fatto nell’ultima fase REM prima del risveglio.
Se non ricordate quasi mai alcun sogno, è possibile che le vostre difese psichiche siano troppo vigili e non vi permettano di vivere quella temporanea rinuncia al controllo nella quale si ha esperienza dei sogni. Chiedetevi se anche nella vita reale tendete a fidarvi eccessivamente della sola razionalità, sottovalutando la vostra saggezza emotiva e la vostra creatività.
Per tutti, comunque, la via maestra verso una migliore capacità di ricordare i sogni è quella di tenere un apposito diario. Ogni volta che ricordate un sogno, cercate di scriverlo il più presto possibile la mattina dopo averlo fatto. Nel corso del tempo questo diario vi sarà di fondamentale importanza per utilizzare il potere trasformativo dei sogni nella vostra crescita personale, anche in considerazione del fatto che molti sogni acquistano pieno significato solo se letti in serie, come capitoli di un libro.
Un’altra semplice tecnica che può essere d’aiuto per ricordare i sogni è questa: nonappena riaffiorate dal sonno alla veglia, rimanete ancora per qualche istante fermi, senza contrarre nessun muscolo e senza aprire gli occhi. In questo stato di lucido dormiveglia vi sarà più facile afferrare il sogno che avete appena fatto prima che si dissolva.
Faccio sogni così assurdi e stupidi. Sarà vero che i sogni hanno un significato?
Nei sogni la nostra mente funziona in modo radicalmente diverso dalla veglia: vengono meno i nessi logici, il senso di sé, le leggi fisiche e spaziotemporali, le convenzioni sociali e morali; prendono il sopravvento l’immaginazione, le emozioni, le paure, i desideri, i simboli, la creatività. Jung ci insegna che non è il sogno ad essere oscuro o a celare qualcosa, siamo noi che non lo comprendiamo perchè abbiamo perso l’abitudine di cogliere il suo linguaggio.
Uno dei motivi per cui ci è così difficile afferrare i messaggi che i nostri sogni ci portano è che la loro funzione principale è quella di equilibrare i nostri atteggiamenti unilaterali, per farci vedere qualcosa di noi e della nostra vita che non riusciamo e spesso non vogliamo vedere. Si tratta del punto di vista dell’Inconscio, che deve necessariamente completare quello della razionalità per mantenerci sul nostro autentico cammino.
Inoltre i sogni hanno una specifica funzione a livello neurologico: è infatti scientificamente dimostrato che durante il sogno il cervello consolida la memoria a lungo termine, riorganizza informazioni, idee e reti neurali, elabora e integra contenuti di ogni tipo. Non a caso la saggezza popolare consiglia a chi è agitato o ha un dilemma di “dormirci su…”.
Voglio capire i miei sogni. Quale manuale mi consigli?
Sarebbe bello se capire i sogni fosse così facile da poter essere spiegato in un manuale! O forse no, non sarebbe così bello, se il significato dei sogni fosse qualcosa di automatico, schematico, codificato.
La complicatissima e meravigliosa verità è che il sogno è solo di chi lo sogna, e soltanto il sognatore può comprenderlo pienamente, eventualmente con l’aiuto di una guida esperta, ma nemmeno tutto il sapere del massimo esperto mondiale sui sogni potrebbe sostituire ciò che il sognatore sa su se stesso e sulle proprie immagini interiori.
L’antica nozione che ad ogni sogno corrisponda un significato codificabile uguale per tutti è stata superata almeno 1800 anni fa da Artemidoro da Daldi, autore del primo trattato sui sogni della storia.
Paure, desideri, momento della vita, cultura di appartenenza, dialetto, ricordi e gusti personali del sognatore sono solo alcuni degli infiniti fattori che danno ad ogni sogno un significato assolutamente unico per ciascuno di noi.
Il senso dei nostri sogni va cercato mettendoli in relazione sia con i pensieri, le emozioni, i conflitti, i desideri e i progetti del periodo che stiamo attraversando, sia con gli stati d’animo passeggeri con cui ci siamo coricati la sera.
Non c’è modo di interpretare un nostro sogno se non chiedendoci cosa significa ogni suo elemento per noi e che sensazioni ed emozioni trasmette a noi, unici autori, registi, attori, scenografi e spettatori del nostro sogno.
In una parola, diffidate da tutti quei libri che pretendono di fornire un dizionario dei sogni, e diffidate ancora di più da quei sedicenti professionisti che vi propongono un’interpretazione di questo tipo.

Ho spesso un sogno ricorrente, che cosa significa?
I sogni ricorrenti meritano particolare attenzione perchè ci riportano a un nodo, un ingorgo che blocca una parte più o meno piccola della nostra energia psichica, la quale non potrà fluire liberamente verso il presente e il futuro, finché non avremo compreso ed elaborato ciò che la tiene legata.
Un sogno ricorrente ha lo scopo di richiamare la nostra attenzione su una questione irrisolta, un conto in sospeso con la vita, la ferita aperta lasciata da un evento traumatico, il distacco improvviso da una persona cara, un nostro bisogno profondo che rifiutiamo.
Per riuscire a sciogliere il nodo di un sogno ricorrente può essere fondamentale tornare con la memoria a chi eravamo e a cosa ci è accaduto nel periodo in cui esso si è presentato per la prima volta, anche se alcuni sogni ricorrenti ci accompagnano fin dall’infanzia e può essere difficile risalire alla loro prima comparsa.
Talvolta i sogni ricorrenti hanno caratteri angoscianti o spaventosi, ma solo se li accogliamo come prezioni alleati della nostra crescita personale potranno consegnarci il loro messaggio e infine lasciarci liberi.
A volte il sogno ricorrente si presenta sempre uguale a se stesso, altre volte con piccole variazioni sul tema che non modificano la sua essenza, altre volte ancora invece con veri e propri cambiamenti: ecco quindi che vediamo il sogno al lavoro, il suo potere di elaborazione e integrazione sta trasformando il problema e ci sta portando sulla strada della sua risoluzione. Ogni cambiamento in un sogno ricorrente può essere significativo, ma alcuni elementi a cui dobbiamo prestare particolare attenzione sono la comparsa o il mutamento del finale, l’apparizione di nuovi personaggi, modificazioni nelle eventuali interazioni tra i personaggi del sogno.
Aiuto, ho sognato di fare sesso con Babbo Natale! Dove mi ricoverate?
Capita, forse più di quanto ci piacerebbe ammettere, di sognare di avere rapporti sessuali con qualcuno che nella vita reale non considereremmo mai in questa prospettiva: persone da cui non ci sentiamo per niente attratti, colleghi di lavoro, conoscenti, personaggi noti o addirittura parenti, uomini o donne indifferentemente. Queste esperienze possono provocare in noi ribrezzo, vergogna, dubbi sul nostro orientamento sessuale, in contrasto col piacere e il coinvolgimento provati nel sogno.
Se vogliamo fare tesoro dell’esperienza onirica e utilizzarla come guida nella nostra crescita personale, non dobbiamo lasciarci condizionare dall’idea che se l’abbiamo sognato allora debba per forza significare che in fondo lo desideriamo.
Certo, a volte capita di sognare di ottenere qualcosa che desideriamo, anche in ambito sessuale, e l’esperienza è probabilmente più facile da accettare. Di solito, però, l’equazione di disneyana memoria secondo cui i sogni sarebbero desideri è decisamente semplicistica, riduttiva e inefficace.
Spesso i personaggi dei nostri sogni rappresentano parti di noi stessi, come attori che il nostro inconscio chiama a interpretare i diversi aspetti di noi. L’amica d’infanzia può rappresentare la nostra ingenuità e spensieratezza, la cugina giramondo la nostra voglia di evasione e novità, il capo le nostre aspirazioni professionali, la leggenda vivente della musica un nostro talento artistico, un padre la nostra parte responsabile e saggia. Ecco quindi ciò che spesso l’inconscio ci comunica attraverso improbabili sogni a sfondo sessuale: c’è una parte di noi stessi che dovremmo amare di più, ascoltare di più, contattare di più, accettare come parte della nostra unità. Chiediamoci cosa rappresenta per noi la persona che abbiamo sognato, e scopriremo qual è la parte di noi che cerca la nostra attenzione.
Ma quindi alla fin fine il sesso c’entra sempre?
Freud, in estrema sintesi, la pensava così, ma questa idea oggi è superata. La vecchia scuola di pensiero secondo cui ogni sogno avrebbe in fondo un nascosto significato sessuale, o leggende metropolitane secondo cui tutti compiremmo incredibili gesta sessuali in sogno tutte le notti per poi dimenticarlo, offrono una visione riduttiva dell’infinita ricchezza del nostro mondo interiore e affettivo.
Equiparare l’energia vitale dell’Eros solo e soltanto al sesso o al desiderio sessuale significa offendere la nostra natura, banalizzandola. L’Eros è forza vitale, è passione per ciò che facciamo, è voglia di vivere, di essere noi stessi e di gridarlo al mondo, è curiosità, è gioia di stare con gli altri. C’è Eros in ogni nostro progetto per domani, c’è Eros in tutte quelle situazioni e attività nelle quali perdiamo il senso del tempo, c’è Eros in tutto ciò che ci fa sentire vivi.
Possiamo quindi dire che tutti i sogni sono erotici se teniamo presente che non tutti sono sessuali.
E’ possibile controllare i sogni?
Sì, per quanto sia un’esperienza decisamente insolita. Per alcune persone è un’abilità naturale, per altre un’evenienza che si verifica pochissime volte nel corso della vita, oppure mai; secondo alcuni studiosi tutti possiamo imparare a farlo attraverso l’allenamento.
Oltre ad essere un’esperienza affascinante e potenzialmente molto piacevole, il sogno lucido o onironautica potrebbe essere utile per affrontare paure e inibizioni, sviluppare la creatività o per contrastare gli incubi, particolarmente nelle persone che ne soffrono molto in seguito a un’esperienza di vita traumatica.
Va sottolineato, comunque, che il controllo lucido e volontario del sogno è qualcosa che snatura la sua vera funzione. Se quindi si desidera sperimentare il sogno lucido, è bene non abusarne.
Secondo gli esperti della materia, per accedere all’esperienza onironautica è sufficiente riuscire a rendersi conto che ci si trova in un sogno e non nella realtà: a questo punto diventa automaticamente possibile agire lucidamente secondo la propria volontà nello scenario del sogno, oltre che continuare o interrompere il sogno a piacimento.
Esistono varie tecniche per massimizzare le possibilità di ottenere un sogno lucido: riproporselo fermamente al momento di addormentarsi può aiutare, ma non è sufficiente; concentrare l’attenzione sulla propria mano destra durante l’addormentamento può essere efficace; la letteratura specializzata suggerisce vari “test di realtà” che ci permettono di renderci conto che stiamo sognando, tra cui il fatto che nei sogni non sappiamo come siamo arrivati in quel luogo, come suggerisce il protagonista del film Inception alla giovane collega. Esistono altre tecniche basate su interferenze artificiali, alterazioni e interruzioni dei cicli di sonno, ma mi sento di sconsigliarle in quanto disturbano il sonno e ostacolano le sue naturali funzioni di riposo ed elaborazione spontanea.

PAROLE ANTICHE PER IL SUCCESSO

Al giorno d’oggi possiamo avere l’impressione di muoverci nella nostra vita come in un labirinto di specchi che gira vorticosamente su se stesso: il mondo sembra correre all’impazzata, può apparire vero o falso tutto e il contrario di tutto.
Ma se i semi della felicità e del successo fossero sempre stati lì di fronte a noi da tempo immemore, nascosti proprio dove tutti li possiamo vedere?
Le strade per raggiungere gli obiettivi più importanti della vita non sono mai facili da percorrere, ma possono essere inaspettatamente semplici da trovare: oggi vorrei accompagnarvi in un piccolo viaggio per l’Italia a cercarle nelle parole della saggezza popolare.

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Tut a ven a taj, fin-a la pel ‘d l’aj – Tutto torna utile, perfino la pelle dell’aglio (Proverbio piemontese)
A volte, di fronte ad un fallimento, crediamo di non avere abbastanza risorse. Non è così: abbiamo risorse che non utilizziamo perchè non riconosciamo come tali. Capacità che sottovalutiamo, persone che possono aiutarci, tempo che non usiamo bene, idee che abbiamo scartato in partenza come irrealizzabili: tutto può concorrere al nostro successo se lo guardiamo con occhio creativo e aperto al cambiamento.
E quando sentiamo di non valere più della buccia di uno spicchio d’aglio, è proprio allora che dobbiamo guardare quanto di buono c’è nella nostra vita.

Cu mangia sulu s’affoca – Chi mangia da solo si strozza (Proverbio siciliano)
Le fortune, i successi e le soddisfazioni sono fatte per essere condivise e celebrate insieme. Le gioie della vita perdono qualcosa della loro essenza se non sono vissute in buona compagnia.
Riconosci i tuoi meriti, festeggia i tuoi momenti di gloria con le persone a te più care. Quando raggiungi un risultato non esserne geloso, ma condividi le tue strategie vincenti con chi ne ha bisogno: la vita non è una competizione, è un gioco dove si vince in squadra.
E se in un momento buio la felicità altrui ti abbaglia, non lasciare che l’invidia peggiori ulteriormente le tue giornate: cerca piuttosto di imparare dal successo altrui i modi per raggiungere il tuo.

A quattru cose creditu nu dare: amor de donna, carità de frate, sule de iernu e nuvole d’estate
Su quattro cose non fare affidamento: l’amore di una donna, la carità di un frate, il sole d’inverno e le nuvole d’estate (dal testo della canzone salentina Baciu ‘nvelenatu)
Molte persone affidano la propria felicità a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé. Ad alcuni sembra di non poter stare bene senza una relazione d’amore o senza l’aiuto degli altri; altri basano la propria vita su cose provvisorie e fuggevoli come una giornata di sole invernale, come il benessere materiale o l’approvazione altrui, che possono dissolversi al minimo passo falso; altri inseguono il sogno della fortuna, imprevedibile come le nuvole d’estate, talvolta fino a prosciugare la propria vita goccia a goccia attraverso la fessura di una slot machine.
L’amore, il sostegno delle persone care, la ricchezza, l’approvazione degli altri, e perchè no, ogni tanto anche un bel colpo di fortuna, sono sicuramente tutte cose desiderabili, ma non dobbiamo lasciare che diventino indispensabili prerequisiti per sentirci realizzati. Molta gente le possiede tutte e non è felice, perchè non sta bene con se stesso.
La felicità è qualcosa che parte da dentro di noi, è un’energia che mette in moto il nostro mondo e fa girare ogni cosa nel verso giusto.
E quando ti sembra di aver perso tutto, pensa che per tutta la tua vita niente e nessuno potrà mai toglierti la cosa più preziosa: te stesso e ciò che hai dentro.

Cumu suani abballu – Ballo a seconda di come suoni (modo di dire calabrese)
Altrimenti detto: la storia non si fa né coi se né coi ma.
Non dire “starei benissimo se solo non fosse per quella persona”, o “dopo ciò che mi è successo non posso farcela” o “sarei felice se solo avessi…”: inizia ad essere felice semplicemente di te stesso oggi.
La vita ci pone in situazioni del tutto o in buona parte fuori dal nostro controllo: ci sono cose che non possiamo cambiare, e accettare questo è un passo importante per stare bene.
Ad esempio non possiamo cambiare il nostro passato, ma possiamo fare la pace con esso e imparare da esso, liberandoci dal senso di colpa e dal rancore.
Spesso danzare al ritmo che la vita ci suona non è facile, ma almeno ci consente di muoverci e andare avanti.
Ognuno co ‘a farina sua ce fa li gnocchi che je pare – Ognuno con la propria farina fa i gnocchi che vuole (detto romano)
Se la vita fosse un pacco di farina ognuno di noi ne avrebbe uno soltanto, e ogni granello sarebbe un giorno. Inutile dire che non andrebbe sprecato nella preparazione di una ricetta che non vogliamo mangiare.
Non lasciare che sia il giudizio degli altri, della società o delle persone che ti circondano a decidere cosa tu devi fare della tua vita: questa è la tua unica occasione per fare ciò che senti come il tuo scopo nella vita e per realizzare quella che senti come la tua verità.
E mentre usi la tua farina come più ti piace, ricorda che anche gli altri hanno il diritto di fare lo stesso: non sprecare il tuo tempo osservando gli altri, per confrontare i tuoi gnocchi coi loro o per cercare di evidenziare i loro errori. Concentrati su ciò che stai facendo per te stesso e per le persone care con cui dividerai il pasto.
A chi dole il dente se lo cavi – Chi ha male a un dente se lo tolga (Proverbio toscano)
Quando un dente è ammalato non c’è altro da fare: per quanto toglierlo sia doloroso, tenerlo non potrà che prolungare la sofferenza.
Paradossalmente, a volte il cambiamento fa così paura che preferiamo aggrapparci a ciò che ci è noto, anche se è ciò che ci fa male. Il protrarsi di una situazione, per quanto dolorosa possa essere, ci instilla lentamente l’idea che senza di essa la nostra vita sarebbe vuota, come se essa ci definisse.
Un percorso di studi intrapreso contro la nostra volontà, una relazione d’amore violenta e soffocante, un posto di lavoro detestato, una dipendenza da sostanza o da social network, o semplicemente una cattiva abitudine che ci prosciuga tempo, energie o salute: possono essere alcuni dei diversi denti malati da cui, anche con fatica e dolore, dobbiamo riuscire a separarci per tornare a sorridere.
Chi non s’engegna, fa la tegna – Chi non si dà da fare mette ragnatele (Proverbio trentino)
Oggi siamo bombardati di pubblicità che tendono a farci apparire sempre più facile ottenere ciò che desideriamo: prezzi sempre più bassi, consegne a casa superveloci, internet superveloce, offerte “no limits”: in una parola, tutto e subito senza sforzi e senza sacrifici.
Purtroppo o per fortuna, la felicità e la realizzazione personale non si possono vendere e comprare, non stanno né in una boccetta di profumo né in un’auto.
Anche se abbiamo in tasca gli smartphone e siamo andati nello spazio, sappiamo coltivare la felicità e il successo solo come i nostri antenati hanno coltivato per millenni i frutti della terra: con pazienza, fatica, dedizione e speranza.

BULLISMO: CHE FARE? – PARTE I

Dopo aver visto nei tre precedenti articoli cos’è, come può verificarsi e a cosa può portare il bullismo, vorrei provare a dare alcune indicazioni di massima su come si può cercare di contrastarlo. Poiché l’argomento è molto ricco e tanti fattori sono in gioco, ho pensato di suddividere quest’ultimo capitolo a sua volta in parti, per facilitarne e alleggerirne la lettura. Oggi, quindi, ci metteremo nei panni dei genitori di una vittima di bullismo.
Nel rispetto dell’unicità di ogni persona e della sua storia, questi consigli non vogliono essere né esaustivi né perentori, ma solo fornire alcuni spunti di riflessione. Se quindi siete genitori di una vittima di bullismo:

Non esacerbate il conflitto
Vedere vostro figlio in difficoltà vi fa soffrire molto, a tal punto che sareste disposti a tentare qualunque strada per infondergli forza: compresa quella di fargli credere che dovrebbe reagire battendo i bulli sul loro stesso terreno. Frasi come “Se ti picchiano tu picchiali più forte!” o “Ti prende in giro per come ti vesti, proprio lei, grassa com’è?” rischiano di insegnare ai vostri figli che la violenza è giusta e inevitabile.

Non colpevolizzate vostro figlio
Per quanto sembri paradossale, a volte una frase detta con l’intento di spronare e incoraggiare può sortire un effetto molto diverso. “Lo fanno solo perchè li lasci fare” “Devi imparare a reagire”, “Te l’avevo detto che quel vestito è ridicolo” “Se solo ti adattassi un po’ di più e fossi simile a loro, non ti succederebbero queste cose” “Sei tu che non sai scherzare”, “Domani ci faremo belle e loro terranno la bocca chiusa”. Queste frasi hanno in comune due cose: sono piene di buone intenzioni, e giustificano il bullismo sottintendendo che la vittima ne è in qualche modo responsabile.

Non mistificate
Nel tentativo di rendere meno penosa la situazione a vostro figlio, potreste avere l’idea di dipingere la realtà con colori più gradevoli ai suoi occhi.”Ti prendono in giro perchè sono gelosi dei tuoi bei voti”: questa ricostruzione dei fatti (anche se non di rado è in buona parte vera!) gratifica vostro figlio, ma rischia di instillare in lui l’idea che il successo (oggi scolastico, domani universitario e lavorativo) sia qualcosa di cui vergognarsi o che porta guai. “Ti fa disperare perchè in realtà gli piaci”: non c’è modo più precoce ed efficace per insegnare a una futura donna a subire umiliazioni e violenza come se facessero parte di una normale relazione d’amore. E’ meglio, quindi, stare accanto a vostro figlio nel dolore e nello sconforto che prova e che supererà, così come si presenta.

Non sostituitevi a lui
Esplicitamente o implicitamente, vostro figlio potrebbe chiedervi di fare qualcosa per risolvere la situazione, oppure voi stessi potreste sentirne un forte bisogno. Potreste allora desiderare di andare a litigare coi genitori dei bulli, o di sgridare i bulli voi stessi, di accompagnare vostro figlio fino alla porta della classe per evitare aggressioni o di rispondere al suo posto ai messaggi umilianti e intimidatori che riceve sul cellulare. In questo modo però mescolate inestricabilmente le vostre azioni, emozioni, impulsi e bisogni con quelli di vostro figlio, privandolo del controllo su di essi. Anche la rabbia, il senso di impotenza e la tristezza possono essere beni di valore, che in questo frangente è importante che rimangano suoi.

Controllate la connessione
Se vostro figlio non va ancora alle scuole superiori e non esce mai da solo, domandatevi se ha davvero bisogno di uno smartphone. Non a caso i principali social network pongono, almeno formalmente, i 14 anni come età minima per il loro utilizzo e dispongono di strumenti volti a ostacolare il cyberbullismo. Eludere questi controlli è di una facilità imbarazzante, ma dove l’immensa rete non può che fallire, resta il vostro diritto di avere voce in capitolo su ciò che vostro figlio ampiamente minorenne fa online. Potete impostare filtri che bloccano l’accesso a specifici siti, controllare il suo Whatsapp, dotare il suo smartphone di connessione wifi ma non di dati a pacchetto in modo che possa connettersi solo a casa, potete limitare il tempo che passa su Internet. Tutto ciò, però, non allo scopo di punirlo, ostacolare la sua vita relazionale o deresponsabilizzarlo, ma al contrario per conoscere le sue abitudini e poter dialogare su ciò che gli accade in un mondo virtuale che non dovrebbe mai diventare più importante di quello reale.

A volte basta esserci
Quando vostro figlio soffre, non è detto che voi dobbiate sempre fare qualcosa nel tentativo di modificare questo stato di cose. Alcune situazioni molto rilevanti per vostro figlio sono fuori dal vostro controllo, ed esse saranno sempre più numerose man mano che cresce. A volte tutto ciò di cui vostro figlio ha bisogno è la vostra presenza e il vostro supporto affettivo. Se a scuola si sente umiliato, disprezzato e deriso, sarà il vostro amore incondizionato a proteggere la sua autostima in via di formazione e a fargli capire che nessun problema è insormontabile. Dimostrateglielo, questo amore, perchè è la cosa più importante che potete dargli in questo momento. State di fianco a lui mentre soffre e accettate di non poter controllare tutto, gli insegnerete così ad affrontare le difficoltà della vita.

Cercate aiuto
Né voi né vostro figlio siete soli. Parlate del problema senza vergogna, cercate supporto dove con ogni probabilità lo troverete. Chiedete un colloquio all’insegnante che vi sembra particolarmente attento alla vita relazionale della classe; confrontatevi con altri genitori e scoprirete che il bullismo è molto più diffuso e ha molte più sfaccettature di quanto si pensa; ricordate che la prospettiva, una delle più grandi innovazioni artistiche nella storia dell’umanità, richiede la presenza di uno specifico punto di vista esterno: questo può venire non solo da famigliari e amici, ma anche da uno psicologo che saprà sostenere in questo frangente voi o vostro figlio. Se avete l’impressione che questo farebbe apparire a lui o a voi stessi la situazione più grave di quella che è, o che vi farebbe sentire “malati”, ricordate che quando si vive una situazione difficile non c’è niente di più sano che affrontarla.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE III – STORIE DI ORDINARIO BULLISMO

Continua la serie di articoli dedicati al fenomeno del bullismo.
Dopo aver esaminato le diverse forme che il bullismo può assumere (link) e le caratteristiche che lo rendono un problema più serio di quanto talvolta si pensa (link) oggi intendo parlare delle conseguenze che il bullismo può avere nella vita delle persone, nell’immediato ma anche nel lungo termine.
Per questo ho scelto di creare quattro storie-tipo, senza la pretesa di essere esaustiva né tantomeno di rappresentare un rapporto lineare di causa-effetto tra il bullismo e l’infinita complessità della vita di ciascuno di noi.
Le storie sono puramente inventate. O forse sono tratte non da una ma da mille vicende reali.Bullismo-nelle-scuole

Michele ha 8 anni quando la sua famiglia si trasferisce da una regione d’Italia ad un’altra per motivi lavorativi.
Inserito a scuola a metà dell’anno scolastico, Michele fatica ad integrarsi in un gruppo già formato. Le settimane passano ma nessuno sembra disposto a fare amicizia con lui. I compagni sembrano non aver imparato il suo nome e continuano a chiamarlo “quello nuovo”, parlando di lui come se non fosse presente. Se durante l’intervallo cerca di giocare a palla o a nascondino con i compagni, si sente dire che non c’è posto per un giocatore in più. Al momento di svolgere un’attività in coppia o di stare in fila per due per spostarsi da un posto all’altro, tutti protestano alla proposta della maestra di stare con lui. Gli altri bambini sembrano accorgersi di lui solo quando prendono le sue cose, le nascondono in giro per la scuola e ridono di lui quando si affanna a cercarle, oppure quando gli fanno il verso imitando il suo accento e facendogli perdere la concentrazione mentre è interrogato.
Sono tante piccole cose da bambini, ma sono più che sufficienti a far sentire Michele isolato e rifiutato.
In precedenza si era sempre trovato bene nel gruppo classe, era pieno di amici sia alla scuola dell’infanzia che alla primaria, e questa situazione è nuova per lui. Già parecchio scombussolato da tutti i cambiamenti, dal trasloco, dalla lontanza dai nonni e dalla perdita dei vecchi amici, non sa come far capire ai compagni che è come loro, che ama gli stessi giochi, guarda gli stessi cartoni e ha la stessa paura delle verifiche di matematica.
Non sa ancora dare un nome alle emozioni negative che prova in questa situazione, così ci pensa il suo corpo a parlare e chiedere aiuto per lui: sempre più spesso al mattino, al momento di andare a scuola, Michele ha un forte mal di pancia. A volte ha anche febbre e attacchi di vomito.
Preoccupata, la madre lo porta dal pediatra varie volte, ma senza risultato. Il bambino appare sano come un pesce ma i sintomi persistono, apparentemente immotivati.
Nel tentativo di alleviare il suo malessere fisico, l’unico di cui può rendersi conto, la madre gli somministra abitualmente farmaci e antibiotici, lo tiene spesso a casa da scuola e tende a curarsi di lui in modo iper-protettivo, sentendosi molto in ansia per la sua salute.
Alla fine dell’anno, gli insegnanti si vedono costretti a bocciarlo in ragione dei troppi giorni di assenza. Questo è un duro colpo per la sua autostima in costruzione, già messa a dura prova dall’insuccesso nel gruppo classe.
Con il passare degli anni Michele non penserà più a questo periodo della sua vita e quasi dimenticherà l’accaduto, ma un’insicurezza di fondo continuerà a minare la sua vita sociale e relazionale. L’immagine della scuola come un luogo di sofferenza e rifiuto danneggerà e rallenterà anche il suo percorso universitario.

Sofia ha 11 anni, studia danza con serietà per molte ore alla settimana ed è molto dotata.
Le compagne di corso, invidiose per la sua bravura, trovano nel suo sovrappeso il suo punto debole e la prendono molto in giro: la chiamano con nomignoli sgradevoli, fanno continue battute sul suo fisico, ridono di come si veste. L’insegnante di danza si rende conto di queste dinamiche, ma pensa che siano normali scherzi tra bambine, non vi dà peso e non fa niente per fermarle. Tutto questo alimenta in Sofia il timore che il sovrappeso, per quanto sia lieve, possa ostacolare il suo sogno di diventare una ballerina professionista.
Come accade a tutte le ragazzine della sua età, il suo corpo si sta trasformando: questo genera in lei sentimenti forti, ambivalenti e complicati da gestire. Non riesce a vedere bellezza e armonia in questo corpo che le sembra quasi estraneo, impazzito, ogni giorno diverso e inaffidabile. In tutta questa confusione la danza è per lei un importante punto di riferimento, l’identità di danzatrice le permette di riconoscersi e tenere insieme i pezzi di ciò che sta diventando. In questo momento della sua vita le prese in giro, per quanto banali agli occhi degli adulti e forse delle compagne stesse, la feriscono molto e la segnano profondamente.
Non può rendersi conto che anche le sue compagne provano le sue stesse insicurezze, e che le proiettano su di lei bullizzandola per il suo fisico.
Paradossalmente, per difendersi dall’immagine umiliante di sé che le danno le compagne, la fa propria e trova nello strato sovrabbondante del suo corpo una sorta di corazza di protezione, che nasconde la sua vera persona dagli sguardi giudicanti che sente su di sé. Passa un anno e Sofia lascia che il suo peso cresca sempre di più, cosicché il problema diventa effettivamente serio come non era prima, rischiando di ripercuotersi anche sulla sua salute, ora ma soprattutto in futuro. Passano due anni e il bullismo all’interno del gruppo continua. Sofia, ormai convinta di essere destinata al fallimento nel mondo della danza, lo abbandona. Diventa irritabile, aggressiva e insoddisfatta.
Anche se non incontra più le ragazze che la bullizzavano, quell’esperienza continua a condizionare tutti i suoi rapporti con gli altri: Sofia immagina inconsapevolmente che tutti la vedano soltanto per il suo sovrappeso, e schiva le relazioni interpersonali per paura di un rifiuto che crede inevitabile.
Passano gli anni, Sofia diventa una giovane donna adulta e ancora non riesce ad intraprendere relazioni sentimentali. Questo conferma ancora di più in lei la convinzione di non piacere a nessuno a causa del suo aspetto, quando in effetti è lei la prima ad avere un’immagine negativa di sé.
Un percorso di psicoterapia la aiuterà ad accettarsi e piacersi come persona, nella totalità delle sue sfaccettature, riattivando il suo slancio relazionale.
Graziano ha 13 anni, ama giocare a calcio, frequenta l’oratorio e vive in un piccolo paesino dove tutti si conoscono.
Mentre tutti i suoi amici cominciano a parlare di ragazze, lui sente nascere e rafforzarsi sempre di più dentro sé qualcosa di diverso: un’attrazione per i ragazzi.
Intuisce che le persone a lui più care, compagni e adulti, non accetterebbero facilmente questo aspetto di lui, ne ha paura e lo tiene nascosto.
Una sera, durante la festa patronale, Graziano e gli amici si allontanano dalla piazza principale del paese e salgono su un’altura per vedere meglio lo spettacolo pirotecnico.
Tra loro c’è Riccardo: Graziano ha con lui un’amicizia speciale e prova per lui dei sentimenti che lo confondono e a cui fatica ancora a dare un nome. Non si espone con lui per paura di rovinare la loro amicizia, ma mentre stanno tornando verso casa è Riccardo ad attardarsi appositamente per distanziare il gruppo e restare solo con Graziano.
Il fratello maggiore di Riccardo, ventenne, si è appartato nelle vicinanze con una ragazza e per caso scorge i due camminare mano nella mano.
Salutata la ragazza, chiama alcuni amici a raggiungerlo lì. In gruppo i ragazzi grandi aggrediscono Graziano, lo insultano e lo picchiano sotto gli occhi di Riccardo.
Ricoverato in ospedale, Graziano riporta ferite importanti anche se guaribili. Per vergogna e paura rifiuta di rivelare al personale sanitario e alla polizia l’identità dei suoi aggressori.
I pestaggi da parte del fratello di Riccardo e dei suoi amici si ripetono più volte, e in paese si diffonde il pettegolezzo riguardo a Graziano: tutte le sue paure sembrano essere diventate realtà.
Diventa sempre più introverso, esce solo per andare a scuola e torna subito a casa in fretta per paura di incontrare i suoi aggressori. Le sue amicizie e i suoi interessi si riducono al lumicino, tutto lo spaventa.
I genitori di Graziano hanno intuito il suo segreto, vorrebbero che lui si confidasse con loro e sarebbero pronti a offrirgli il loro sostegno, anche se una piccola parte di loro pensa che la colpa delle aggressioni sia anche del figlio, che non sa difendersi.
Una notte Graziano si alza dal letto, va in bagno e ingerisce grandi quantità di tutti i farmaci che trova, nel tentativo di togliersi la vita. Fortunatamente la madre lo scopre poco dopo e lo porta prontamente in ospedale, salvandogli la vita.
La famiglia di Graziano decide di trasferirsi altrove, nonostante i cambiamenti, i sacrifici e le perdite che comporta. Finalmente, lontano dal paese, Graziano trova il coraggio di denunciare i suoi aggressori, che vengono consegnati alla giustizia.
Laura ha 16 anni ed è quella che tutti definiscono “la classica brava ragazza”.
Una sera va alla festa di compleanno di un’amica ed è presente anche Giulio, per il quale Laura ha una forte infatuazione.
Per tutta la sera gli amici di Giulio, che lo considerano un leader, lo pungolano e lo sfidano riguardo alla sua capacità di conquistare una ragazza. Giulio si sente sotto pressione. Una compagna di classe, pensando di agire per il meglio, gli rivela che Laura ha una cotta per lui.
Giulio non nutre alcun interesse per Laura, ma un’ora dopo i due sono soli in una stanza della casa.
Lui insiste per farle togliere i vestiti. Laura non ha mai avuto un ragazzo, ma si sente molto attratta da Giulio e acconsente. Nella penombra non si accorge che dall’altro capo della stanza il cellulare di Giulio sta riprendendo la scena. Prima che possa accadere qualcosa fra loro, Giulio se ne va improvvisamente, lasciandola confusa e imbarazzata.
Pochi minuti più tardi, un messaggio contenente il video arriva sul cellulare a tutti gli amici di Giulio.
Il giorno dopo a scuola Laura si accorge subito che qualcosa non va: la gente la guarda, ride e fa commenti a bassa voce. Durante l’intervallo comincia a ricevere messaggi di scherno: le ragazze la insultano, i ragazzi le fanno complimenti volgari. Questa situazione va avanti per giorni e settimane, e i messaggi continuano ad arrivare a tutte le ore, rendendole la vita difficile anche fuori da scuola.
Nel frattempo il padre di uno degli amici di Giulio, che ha l’abitudine di controllare il cellulare del figlio, trova il video e lo pubblica su un sito internet per la condivisione di materiale pedopornografico, che frequenta abitualmente in segreto. Se qualcuno sporgesse denuncia alla polizia postale ci sarebbe modo di cancellare il video e punire gli adulti coinvolti, ma Laura, anche se a questo punto ha capito che Giulio l’ha ripresa, si vergogna talmente tanto dell’accaduto che non riesce a parlarne con nessuno. Il video quindi resta in rete, senza che nessuno possa proteggere la ragazza senza nome dallo sguardo dei pedofili.
Nel frattempo il clima a scuola diventa intollerabile per Laura, al punto che esprime ai genitori il desiderio di cambiare istituto. Poiché non se la sente di rivelare loro il vero motivo del suo malessere, si crea conflitto e ostilità tra la ragazza e i genitori, i quali credono che la figlia sia diventata scostante, superficiale e svogliata, si sentono delusi e non riconoscono in lei la ragazza di prima.
Più avanti nella sua vita, Laura faticherà a fidarsi e a lasciarsi andare nelle relazioni, fino a che non riuscirà finalmente a raccontare ai genitori e alle persone per lei importanti questa pagina dolorosa della sua adolescenza, cessando di sentirsi giudicata e soprattutto di giudicarsi.
Il bullismo ha molte facce e molte conseguenze. Se riconoscete in queste storie voi stessi, i vostri figli o qualcuno a cui tenete, potrebbe essere molto importante fare qualcosa, fosse anche solo parlarne. Nel prossimo e ultimo articolo vedremo alcune strategie utili per contrastare il bullismo.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE II: WHY SO SERIOUS?

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, rimane forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

Continua la mia serie di 4 articoli dedicati al bullismo, e questa volta vedremo caratteristiche che lo rendono un problema così serio; successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo

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Il bullismo ha tre caratteristiche fondamentali:
Riguarda l’infanzia e l’adolescenza: questo non significa che tra adulti e sul lavoro non ci siano derisioni, aggressioni fisiche, umiliazioni e dinamiche di esclusione dal gruppo, ma in questo caso non si tratta di bullismo bensì di mobbing. Questa differenza diventa molto più importante di un semplice gioco terminologico, dal momento in cui il mobbing è punito a livello penale secondo norme di legge specifiche. Se un adulto è vittima da parte di adulti delle dinamiche comunemente associate al bullismo, quindi, non dovrebbe vergognarsi come se stesse vivendo un’esperienza “infantile” o “immatura”, ma dovrebbe anzi sapere di avere a disposizione una specifica tutela da parte della giustizia.
E’ reiterato: si definisce bullismo una situazione continuativa, ricorrente. Si possono verificare casi isolati di aggressione fisica, di derisione, di umiliazioni, ma se l’episodio si trasforma in una dinamica abituale, è sbagliato ignorare la cosa in attesa che i fatti non si ripetano più o che la situazione si risolva da sola. Molto spesso, se nessuno fa nulla per fermarlo, il bullismo si protrae per anni, fino a che non interviene un cambiamento esterno come la fine di un ciclo scolastico a spezzarne la dinamica

Avviene in uno specifico contesto: Solitamente il bullismo si verifica a scuola, ma anche un centro sportivo, un piccolo paesino o un quartiere possono fornire al bullismo la cornice adatta a svilupparsi. In ogni caso, il bullismo avviene tra persone che si conoscono, in un ambiente per tutte loro importante. Un’aggressione tra ragazzi che non si conoscono, avvenuta per strada in un luogo casuale, può essere una rapina, una rissa, un pestaggio a sfondo omofobo o razzista, ma non un episodio di bullismo. Questo implica che essere vittima di bullismo non significa essere deboli per natura: “lo sfigato” non è la persona vittima di bullismo, è solo un ruolo, un personaggio che gli o le viene appiccicato addosso in una determinata contingenza, ma di cui è sempre possibile liberarsi, spesso aiutati da un cambiamento di vita come il passaggio dalle scuole medie alle superiori o il trasloco in un’altra città. Se siete adulti, comunque, vi stupireste se sapeste quali tra le vostre conoscenze sono stati insospettabili vittime di bullismo: sono diventati sicuri di sé, piacciono a tutti, hanno una vita sociale invidiabile o sul lavoro sono a capo di molte persone. Questo però non deve certo indurre a sottovalutare il peso, per certi versi incancellabile, che il bullismo ha sullo sviluppo psicologico di chi lo vive.
E’ questione di gruppo, non di persone: i tre punti esaminati ci conducono tutti a questo, assolutamente il più importante. Finora ci siamo focalizzati sul punto di vista della vittima; ovviamente il bullismo presuppone un perpretratore, il cosiddetto “bullo”; ma né vittima né bullo sarebbero tali senza il gruppo. Il bullo non si comporterebbe così se non avesse il sostegno e l’ammirazione di una parte del gruppo, il silenzio connivente di molti altri (tra cui spesso gli adulti) e l’insufficiente opposizione di uno o pochi amici della vittima. La dinamica dell’esclusione sistematica e della stigmatizzazione sociale tipica del bullismo è perpetrata dal gruppo più che dal suo leader di per sé. Il bullo è solo una persona che, sostenuta dalle contingenze e da una personalità più incline alla leadership o all’aggressività (caratteristiche di per sé neutrali, né buone né cattive) si fa portavoce di una tendenza distruttiva, espulsiva e prevaricatrice propria del gruppo e di ciascuno dei suoi membri, i quali la proiettano sul bullo ricevendo in cambio un riflesso della sua illusoria dimostrazione di forza e sicurezza. Né la vittima né il bullo hanno il potere, da soli, di spezzare questa dinamica, perchè la “lotta” non è ad armi pari, perché entrambi sono mossi da fili invisibili che li legano a tutto il resto della classe, della squadra o della leva. Quasi qualunque ragazzino, se chiamato con un nomignolo dispregiativo da un compagno, riesce perfettamente a reagire e a far sì che questa persona smetta di insultarlo; l’incubo del bullismo inizia quando uno, due, quattro vicini di banco ridono della trovata, la ripetono, e giorno dopo giorno l’umiliazione aderisce sulla vittima come un brutto vestito fino a sostituirsi al suo nome, fino a diventare magari una semplice abitudine.

Questa, in estrema sintesi, è la natura del bullismo. La sua comprensione ci apre la via verso la possibilità di pensare a come combatterlo e a come affrontare le sue conseguenze, da quando accade fino agli anni e decenni seguenti: questi saranno i temi dei prossimi due articoli.

NON CHIAMATELE RAGAZZATE – PARTE I: I MILLE VOLTI DEL BULLISMO

Spesso, purtroppo, si verificano fatti di cronaca riconducibili al bullismo, in cui una persona molto giovane si toglie la vita, rimane uccisa o subisce danni gravissimi. Nonostante questo, resta forte nel nostro senso comune una tendenza a banalizzare e a normalizzare il fenomeno del bullismo.
Paradossalmente, coesistono due tendenze: quella di liquidare gli episodi come “ragazzate” o “normali scherzi tra bambini”, e quindi a non attribuirvi importanza; quella di abusare del concetto di bullismo, parola che (un po’ come “stress”, “isterico/a” e “psicopatico/a”, per fare altri esempi) è stata utilizzata eccessivamente, in modo talmente ampio da finire per perdere significato, diventando così un “termine-pattumiera” da utilizzare come etichetta per i più disparati fenomeni onde evitare lo sforzo o il dolore di pensarli più a fondo.
Troviamo quindi la pazienza di fare un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sul bullismo: non è un vuoto esercizio teorico né un vezzo intellettuale, ma una riflessione che potrebbe aiutarci a dare un senso a ciò che ci sta accadendo o ci è accaduto in passato, oltre a renderci in grado di aiutare nel modo migliore i nostri figli o qualcun altro a cui teniamo.

In una serie di 4 articoli, vediamo quindi innanzitutto le molte forme che il bullismo può assumere, parleremo poi delle caratteristiche che lo rendono un problema così serio, successivamente discuteremo le conseguenze che può avere a breve, medio e lungo termine, infine vedremo alcuni modi per fermarlo e affrontarlo.

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Secondo un recente studio di Save the Children Italia, i tre temi che più comunemente fanno da sfondo al bullismo sono, nell’ordine, l’aspetto fisico della vittima, il suo orientamento sessuale, e le sue origini geografiche, etniche o sociali. Sostenere che queste siano le “cause” del bullismo equivarrebbe a giustificarlo: diciamo piuttosto che sono i pretesti.

Andiamo ora a conoscere le molte forme che il bullismo può assumere, molte delle quali troppo spesso non sono riconosciute come tali e aumentano così il senso di impotenza e ineluttabilità in tutte le persone coinvolte.
Le sfaccettature del bullismo si possono raggruppare in 4 categorie:
Fisico: è quello più riconoscibile. Picchiare, spintonare, aggredire, prendere a pugni rientrano in questa categoria, ma anche rubare, sottrarre o danneggiare oggetti appartenenti alla vittima. E’ la forma di bullismo più diffusa tra i maschi, ma non è infrequente tra le femmine.
Verbale: più sottile e molto spesso sottovalutato, è il bullismo fatto di prese in giro, soprannomi dispregiativi, minacce, aggressioni verbali. E’ più frequente tra le femmine e spesso non viene riconosciuto come vera e propria violenza quale è.
Sociale: è molto spesso trasversale a tutte le altre tre forme di bullismo. Comporta l’isolamento e l’esclusione della vittima a opera del gruppo, con ogni forma di umiliazione. Anche il pettegolezzo, quando diventa ricorrente e sistematicamente mirato a una persona, rientra in questa categoria.
Cyberbullismo: molto sottovalutato ma sempre più diffuso, è il bullismo che si compie attraverso le tecnologie. I servizi di messaggistica istantanea, i social network e Internet in generale forniscono al bullismo canali sempre nuovi: continui messaggi di minacce o di scherno inviati alla vittima; scherzi telefonici tramite chiamate o messaggi; gruppi di discussione, pubblici o segreti, dedicati specificamente alla derisione di una persona; diffusione di fotografie ridicolizzanti o di natura erotica, reali o spesso ottenute tramite fotomontaggi e manipolazioni di immagini, le quali rischiano anche di finire nelle mani sbagliate, e da lì nel mondo criminale della pedo-pornografia; veri e propri ricatti che poggiano sulla minaccia di diffondere su canali accessibili a chiunque nel mondo video imbarazzanti o molto intimi, ripresi ad insaputa della vittima o tramite un inganno. Tutto questo sfruttando le caratteristiche dei social network, come la possibilità di commentare i contenuti, di inviare un messaggio o un’immagine a moltissime persone simultaneamente, e di regolare a piacere la visibilità di un contenuto o di un gruppo di discussione, potendo ad esempio tenere la vittima all’oscuro di tutto  o metterla a parte per ferirla di una quantità enorme di discorsi e immagini umilianti prodotti sul suo conto.
Queste sono purtroppo solo alcune delle possibilità aperte da un cattivo utilizzo delle tecnologie. Tre sono i principali fattori che rendono il cyberbullismo molto più pericoloso del bullismo tradizionale: la maggiore difficoltà di accorgersi dell’accaduto, soprattutto da parte di adulti poco avvezzi alle nuove tecnologie; la facilità con cui le sue conseguenze possono sfuggire di mano agli stessi perpetratori e assumere proporzioni esponenziali tramite la diffusione su Internet; l’assenza di limiti spazio-temporali, che rendono l’esperienza del bullismo pervasiva e costante nella vita della vittima. L’incubo non finisce all’uscita da scuola, i commenti maligni tengono svegli a tarda notte con continui trilli del cellulare, e le risate di scherno non provengono da una decina di compagni ma, almeno nella percezione delle persone coinvolte, potenzialmente dal mondo intero.
Il cyberbullismo è più diffuso tra gli adolescenti, ma un accesso sempre più precoce a smartphone, tablet e Internet anticipa di conseguenza l’insorgenza del fenomeno, ormai anche alle scuole elementari.

Come abbiamo visto, il bullismo è un problema più grave e più complesso di quanto sovente si pensa.
Chi ne è vittima dovrebbe poter contare su qualcuno a cui chiedere aiuto, con la certezza di essere preso sul serio e con la consapevolezza che tutti gli atti menzionati fin qui, se commessi da una persona maggiorenne, sono punibili penalmente.
Chi ne è stato vittima non dovrebbe negare le conseguenze che il bullismo può aver avuto sulla sua personalità, sul suo modo di essere, sulla sua idea di sé stesso e della vita, ma anzi può affrontarle per poter riconnettere insieme tutte le pagine della propria storia, anche quelle dolorose, e finalmente sfogliare in avanti il libro verso pagine ancora da scrivere.
Chi ne è testimone come coetaneo, compagno di classe o di squadra, anche se non è lui o lei a picchiare, minacciare o pubblicare fotomontaggi, dovrebbe sentirsi non colpevole, ma responsabile della situazione e della possibilità di cambiarla.
Chi ne è testimone come adulto, dovrebbe avere il coraggio del proprio ruolo sapendo che ne va dell’integrità emotiva, fisica e potenzialmente anche della vita di un figlio, di un alunno o di un ragazzo che magari ha per lui fiducia e stima.

IL CORPO PARLA (E 8 MODI DI DIRE DIMOSTRANO CHE LO SAI GIA’)

“E’ tutta questione di testa!” “Sono solo tue fissazioni, in realtà non hai niente!” “Potresti stare bene se solo non ci pensassi così tanto!”
Sono frasi che feriscono, fanno stare male più di quel mal di testa, di pancia o di schiena che non vuol saperne di passare.
L’idea che un malessere fisico possa avere origine psicologica per molti può suonare offensiva e svalutante, come se equivalesse a un’accusa di “fingere” o “inventarsi” di stare male. Questo pregiudizio è così radicato che perfino il termine scientifico “psicosomatico” è diventato sinonimo di qualcosa che banalizza il malessere, sminuisce il paziente e minimizza il suo sentire.
La realtà è totalmente diversa e notevolmente più complessa, non solo dal punto di vista del paziente, ma anche del professionista della salute psicologica.

Nella nostra cultura siamo abituati a considerare il cervello come unica sede della psiche e la parola come sua unica possibilità di esprimersi. L’idea che una sofferenza emotiva possa manifestare la sua presenza attraverso un sintomo fisico è qualcosa a cui molti di noi faticano a dare un senso.
Ecco allora che le visite dal medico di base si fanno sempre più frequenti, e tutti i possibili esami specialistici seguono di pari passo; le confezioni di medicinali occupano sempre più spazio in casa, e siamo pronti a provare qualsiasi metodo pur di stare meglio; il malessere monopolizza le nostre conversazioni, e nella ricerca di risposte alle nostre domande ci affidiamo sempre di più a Internet e ai social network, dove le informazioni contraddittorie e false date da ogni tipo di persone non qualificate sono di gran lunga più numerose dei veri pareri medici.
Tutto questo ci sottrae tempo, energie mentali e denaro.
A volte nonostante tutto il problema persiste, resiste anche ai farmaci oppure scompare per brevi periodi solo per poi ripresentarsi nella stessa forma o “migrare” in un’altra parte del corpo.
In questi casi, considerare l’ipotesi che il malessere fisico sia un’espressione della psiche è qualcosa che dobbiamo a noi stessi, se vogliamo portarci il rispetto che meritiamo.
Quando abbiamo dentro un dolore emotivo, una tristezza, una delusione, una rabbia, una paura, un’ingiustizia, di cui però non riusciamo a parlare, la nostra psiche ha a disposizione il nostro corpo come mezzo per farci sapere che qualcosa non va, e che c’è bisogno di un cambiamento ben preciso.
Il sintomo fisico, allora, proprio come quello psicologico, non va combattuto ed eliminato come un fastidioso contrattempo, ma accolto e ascoltato come un prezioso messaggio dalle nostre profondità. Solo a quel punto il sintomo avrà svolto la sua funzione, pertanto non ce ne sarà più bisogno e potrà scomparire da solo o essere eliminato efficacemente.Psicosomatica
Qualsiasi condizione medica può avere una componente psicosomatica, anche se alcuni tipi di disturbi si prestano più di altri a fungere da canale di comunicazione per il malessere psichico. Ciò non significa che determinati mali abbiano sempre origine psicologica, nè tantomeno che componenti emotive e fisiche si escludano a vicenda, anzi, si tratta sempre e comunque di un’interazione tra le due facce di una stessa medaglia.

I sintomi, qualunque sia la loro provenienza, sono reali. L’origine psicosomatica di un disturbo non autorizza a minimizzare la sua gravità, a dubitare della sua esistenza nè a ignorarlo: indica semplicemente che la strada per risolverlo passa, almeno per alcuni tratti, fuori dal territorio del medico.

Come chi mi segue sa, la psicologia non è qualcosa di astratto, misterioso e avulso dalla realtà, ma anzi trova spesso corrispondenza nel buon senso comune. Per questo, ho individuato alcuni modi di dire di uso quotidiano che ci aiuteranno a capire in modo immediato che le profonde corrispondenze tra corpo e psiche sono qualcosa che tutti già conosciamo, e che fa già parte del nostro linguaggio abituale, anche se non sempre vi facciamo caso.
Questo piccolo “dizionario” psicosomatico ovviamente non va preso alla lettera, e non è mia intenzione sostituire o sminuire le competenze di un medico. L’obiettivo è solo quello di proporre uno spunto di riflessione affiancando un diverso punto di vista.
– Caricarsi il mondo sulle spalle:
Quante volte nella nostra vita famigliare o professionale ci assumiamo responsabilità non nostre, siamo oggetto di aspettative eccessive da parte degli altri o pretendiamo di risolvere da soli problemi più grandi di noi? Tutti questi “pesi” possono farci soffrire di mal di schiena finchè non troveremo il coraggio di scrollarceli di dosso.

– Mi sta qua!
L’eloquente gesto di colpirsi il petto o la base del collo con la mano disposta di taglio, con cui di solito si accompagna l’esclamazione, fa pensare a un ostacolo che ci impedisce di parlare e dire ciò che davvero pensiamo di una persona che ci è sgradita o di una condizione che non riusciamo ad accettare. Un senso di soffocamento o di costrizione al petto o alla gola, apparentemente immotivato o che si presenta regolarmente quando ci troviamo in una determinata situazione, può avere proprio questo significato. Forse potrà lasciarci quando riusciremo a rivelare i nostri veri sentimenti in una situazione in cui è difficile farlo.

– Non riesco a digerirlo:
In modo simile a quanto detto al punto precedente, una situazione che proprio “non ci va giù”, una delusione che “ci resta sullo stomaco”, una novità che “non riusciamo ad assimilare” o una relazione che ci “intossica” possono giocare un ruolo importante in problemi digestivi, inappetenza, conati di vomito ricorrenti o difficoltà a deglutire. Questi problemi possono anche essere legati a una forte ansia che abbiamo bisogno di affrontare.

– Prendersi il mal di pancia (di fare qualcosa):
Equivale a “darsi il disturbo”, preoccuparsi o incaricarsi di fare qualcosa, solitamente un’incombenza sgradevole, che magari altri eludono. Ma quando “ci diamo troppi mal di pancia”, ricorrenti problemi intestinali possono essere sintomi di un sano bisogno di “espellere” dalla nostra vita ciò che ci procura ansia e fatica eccessive.

– Lo sento a pelle:
La pelle è un organo meraviglioso, abbastanza solido da proteggere efficacemente il corpo dagli innumerevoli agenti esterni potenzialmente aggressivi, ma anche tanto sensibile da permetterci di percepire attraverso il tatto. Può essere ferita e rigenerarsi, ed è il primo e più primitivo mezzo di relazione tra il neonato e la madre. Pertanto dermatiti, psoriasi, irritazioni e altre alterazioni del delicato equilibrio della pelle talvolta ci parlano di una compromissione dell’altrettanto delicato equilibrio tra relazione con l’altro e definizione della propria individualità.

– Mi fa cadere le braccia:
Questa espressione rende benissimo un senso di incredula rassegnazione a una situazione deludente e ripetitiva, in cui chi parla sente che qualsiasi reazione sarebbe inutile.
Se proviamo un ricorrente senso di spossatezza durante il giorno o fin dalla prima serata, non giustificato da particolari sforzi fisici, possiamo provare a chiederci se è la rassegnazione a toglierci le energie. Potremmo perfino scoprire, col tempo ed eventualmente con un aiuto esterno, che il cambiamento non è fuori dalla nostra portata.

– Non dormirci la notte:
Può sembrare scontato che spesso l’insonnia nasca da una preoccupazione, una paura o un pensiero fisso angosciante. Tuttavia, quando capita a noi, a volte siamo più propensi ad assumere sonniferi o psicofarmaci piuttosto che a chiederci qual è la radice del problema, e ad affrontarla con i mezzi che abbiamo a disposizione, incluso eventualmente l’aiuto di uno psicologo.

– Rosicare/rodersi:
Questa colorita metafora, di solito riferita a chi ha subito una sconfitta o desidera qualcosa che non possiede, esprime uno stato di tensione, amarezza e aggressività. Queste stesse emozioni possono essere alla base del bruxismo, una disfunzione che consiste nel digrignare rumorosamente i denti durante il sonno. Generalmente il paziente non si accorge di farlo, ma dal bruxismo possono derivare dissapori di coppia dovuti al disturbo che il rumore arreca al sonno del partner e, alla lunga, problemi odontoiatrici. Si trovano oggi in commercio appositi oggetti da tenere in bocca durante la notte per attutire il digrignamento e proteggere i denti, ma vale comunque la pena di prendere atto del fatto che l’aggressività non è sempre e solo qualcosa di negativo: anzi, è una componente fondamentale dell’assertività, della forza di volontà e della capacità di salvaguardare noi stessi e le cose a cui teniamo.
Abbiamo visto, con l’aiuto di alcuni esempi, che la sfera psicosomatica influisce in modo decisivo su alcune condizioni mediche molto diffuse.
In questi casi, il solo intervento del medico può non essere sufficiente, e può essere utile quello dello psicologo. Aspettiamo con fiducia il momento in cui ci si renderà conto che l’istituzione della figura dello Psicologo di base in affiancamento al Medico di base comporterebbe un notevole miglioramento della salute pubblica, con un forte risparmio sia per il cittadino che per il Sistema sanitario nazionale in termini di denaro, tempo ed energie spesi in visite, accertamenti diagnostici e farmaci inefficaci perchè non pertinenti alla natura di alcuni problemi.