TORNEREMO AD ABBRACCIARCI – PARTE II – IL BALLO COME FORMA DI CURA PER L’ANIMA

In questo periodo di isolamento forzato, che molti di noi vivono con tristezza, frustrazione e paura, voglio scrivere nuovamente di qualcosa che possa trasmettere vitalità, vicinanza, speranza, eros nel senso più ampio del termine. Qualcosa di volutamente leggero ma non banale: il ballo.

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Recentemente ho pubblicato un primo articolo sul tema, che potete trovare qui: https://elisabettaranghino.com/2020/03/17/torneremo-ad-abbracciarci-parte-i-il-ballo-come-forma-di-resilienza-psico-sociale/

Non parlo tanto della danza come forma d’arte che avviene su un palcoscenico, appannaggio di pochi corpi eletti e domati da una vita di studio, quanto del ballo come pratica popolare, accessibile a tutti, e che trova la sua ragione d’essere non negli occhi di chi guarda, ma nel suo stesso movimento vissuto e nella relazione che si crea tra i ballerini.

Spesso chi attraversa un periodo di depressione, chi è reduce dalla rottura di una relazione o chi ne ha una problematica si sente consigliare dagli amici di iscriversi a un corso di ballo: dietro ad un apparentemente banale “tirarsi su il morale”, “conoscere gente nuova” e “svagarsi”, c’è molto di più.

Ogni ballo ha per così dire un mondo che si porta dietro: in una parola, una sua anima.

Ogni ballo nasce in un contesto storico, geografico e socio-culturale preciso, spesso, come ho narrato nel primo articolo, caratterizzato già di per sé da un’alterità: una comunità di migranti, come gli italiani in Argentina che diedero origine al tango, o di deportati, come gli schiavi che in Brasile inventarono la capoeira per aggirare il divieto di allenarsi nella lotta per riconquistare la libertà, oppure di nomadi, come i gitani che con il loro secolare cammino hanno tracciato un unico ideale passo di danza che collega Bollywood e l’Andalusia.

Le ibridazioni fanno parte della storia, la contaminazione è nella natura delle cose, l’alterità è cultura, la cultura non può che nascere nell’alterità.

Lo stesso vale per l’incontro e la relazione tra due persone. Non saremmo umani, non potremmo esistere senza gli incontri, le relazioni e le appartenenze di gruppo che caratterizzano e trasformano la nostra vita.

Noi siamo anche i nostri legami, le nostre esperienze, le nostre relazioni, gli ambienti che frequentiamo, siamo quelle cose che per noi sono importanti e piene di senso: quello che in psicodramma si chiama “atomo sociale”, e che non a caso un nuovo membro del gruppo viene invitato e accompagnato a mettere in scena per presentarsi durante la sua prima sessione. L’atomo sociale, a questo punto dovrebbe essere evidente, non è qualcosa di statico, ma è in continua evoluzione, trasformazione e movimento.

Non possiamo ballare da soli fin dall’inizio e per sempre, né possiamo ballare per tutta la vita nello stesso modo.

Per Jung, tutto l’universo si regge sulla tensione dinamica tra opposti: vita e morte, luce e ombra, maschile e femminile. Opposti che si cercano, si avvicinano, si allontanano, si avvicendano, si tengono in equilibrio a vicenda, opposti in cui ognuno dei due poli esiste grazie all’altro.

La stessa tensione dinamica, lo stesso equilibrio di forze, la stessa reciprocità fa muovere una coppia di ballerini.

Il ballo è incontro allo stato puro, l’incontro che Moreno, pioniere dello psicodramma, definì poeticamente “quando i miei occhi saranno i tuoi occhi e i tuoi occhi saranno i miei”.

Danzare, e soprattutto danzare in coppia, ci porta fuori dalla nostra zona di comfort verso lo spazio dell’Altro, richiedendoci allo stesso tempo di non invaderlo. Ci chiede di rinunciare al totale controllo della situazione per farci guidare, dall’altra persona se danziamo il ruolo della dama, e soprattutto dalla musica in tutti i casi. Ciò presuppone un continuo esercizio di rispetto di sé e dell’altro.

Occorre forza, coraggio e padronanza di sé per guidare, ma altrettanto per farsi guidare, magari da una persona mai vista prima.

Eppure, scatta una connessione di energie, come un elastico che tiene insieme i movimenti dei due. Uno dei pregiudizi più diffusi della nostra cultura riconduce il contatto fisico a qualcosa di necessariamente sessuale: non è così. Certo, la pista da ballo si presta bene al nascere di attrazioni e innamoramenti, ma l’intesa di due ballerini ha molto a che fare con qualcosa, se possibile, ancora più primordiale e istintivo del sesso: il gioco.

Dopo una giornata di serissimo lavoro al computer, un noiosissimo viaggio in autobus trascorso al cellulare e un controllatissimo pasto consumato davanti alla TV, tendiamo a dimenticarci che siamo anche e fondamentalmente corpo: il ballo è lì a ricordarcelo.

Siamo un corpo che ha desiderio e bisogno di muoversi, di giocare, di incontrare altri corpi.

Il ballo è uno dei pochi momenti in cui a noi adulti è concesso giocare come facevamo da bambini. Se un alieno che crede di conoscere bene gli umani ma non sa cosa siano la musica e il ballo arrivasse sulla Terra e atterrasse proprio nel dehors estivo di un locale durante la settimanale serata latina, o ad un concerto di musica occitana, o in un capannone dismesso adibito a milonga, crederebbe di trovarsi davanti la pura follia: perché si muovono queste creature? E’ un movimento senza uno scopo pratico. Non si stanno spostando da un luogo all’altro, non stanno fuggendo da un pericolo, non stanno cacciando, né mangiando. Perché non risparmiano energie e non se ne stanno fermi? Cosa li agita? Eppure ho imparato che quando la loro bocca ha quella forma all’insù vuol dire che sono contenti, direbbe tra sé l’alieno. Anzi, poche volte ho visto gli umani così soddisfatti e spensierati.

Se è piacevole e non ha uno scopo pratico, allora è un gioco.

“Ciao, facciamo che io ero un drago e tu un mago? Quello era il castello, tutto intorno c’era la lava bollente ma noi volavamo in alto verso il tesoro…” Certo, perché no? Niente di più semplice.

“Chi arriva per primo a quell’albero è il re del mondo!” Perché? Per nessun motivo, ma in questo istante è di estrema importanza.

Un foulard messo in un certo modo, ed eri la tua maestra di scuola preferita. Lo avvolgevi in un altro modo, ed eri una sirena. Lo agitavi in aria ed eri una guerriera a cavallo. Lo gettavi a terra e diventavi una principessa su un tappeto volante.

Dico, ve lo ricordate?

Se non ve lo ricordate, dovreste ballare.

Se ve lo ricordate, dovreste ballare.

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