TORNEREMO AD ABBRACCIARCI – PARTE I – IL BALLO COME FORMA DI RESILIENZA PSICO-SOCIALE

In questo periodo di isolamento forzato, che molti di noi vivono con tristezza, frustrazione e paura, voglio scrivere di qualcosa che possa trasmettere vitalità, vicinanza, speranza, eros nel senso più ampio del termine. Qualcosa di volutamente leggero ma non banale: il ballo.

Il ballo non è, e non è mai stato, “solo” un divertimento.

Fin dai tempi antichi, il ballo ha sempre avuto un ruolo importante a livello psicosociale in moltissime culture e società e in infinite forme diverse, dai raffinati valzer viennesi alle esplosive danze africane, dal picchiettio serrato del lavoro di piedi delle danze irlandesi al luccichio di gonne colorate delle danze mediorientali.

Di certo il ballo di coppia è da sempre la via maestra per canalizzare la sessualità, il corteggiamento e il desiderio erotico entro forme di espressione simboliche, codificate, socialmente accettabili e soggette allo sguardo collettivo in luoghi e contesti pubblici, come feste e ricorrenze: un modo, quindi, per controllare senza reprimerla questa forza dirompente insita nell’umanità. Diverse culture hanno raggiunto questo scopo in forme diverse ma ugualmente coinvolgenti, dall’intimo abbraccio della kizomba al solo contatto occhi negli occhi della boreia occitana.

Ma c’è anche di più.

Storicamente, molti balli nascono in contesti di crisi e difficoltà, in gruppi sociali oppressi e discriminati, quasi sempre “fuori luogo”: migranti, schiavi, deportati, rifugiati. Il ballo si fa strumento di riscatto culturale o anche di ribellione, in senso ampio, politica. Farò un esempio.

Nell’eredità di una delle più immani ingiustizie nella storia dell’umanità, la tratta di schiavi dall’Africa occidentale alle Americhe e il successivo periodo di segregazione razziale, nasce lo swing: molto più di un ballo o di una famiglia di balli, lo swing è stato il movimento culturale e di costume che ha dato il via all’integrazione tra bianchi e neri negli Stati Uniti d’America.

Il nome stesso, swing, rimanda all’idea che l’accento ritmico possa spostarsi dalla posizione “forte” o battente, a quella “debole” o levante: una rivincita in musica.

Il ballo swing per eccellenza, il lindy hop, nacque ed ebbe il suo primo periodo d’oro ad Harlem tra gli anni ‘20 e ‘40 del Novecento. E il secondo periodo d’oro? Per trovare risposta andate ora, appena si potrà farlo, nelle scuole di ballo e nei locali di Torino, Milano o Roma.

Uno dei più iconici tra i passi di lindy hop ne racchiude forse l’essenza. Fu inventato da due leggende del ballo, Frankie Manning e Frieda Washington. I due si danno le spalle, i gomiti si allacciano, con una perfetta sinergia di forze l’uomo si china in avanti mentre la donna rotola all’indietro sulla schiena, vi resta per un momento e prosegue il suo mirabolante arco, incredibilmente completa il cerchio e atterra con un balzo di fronte a lui, pronti per continuare a danzare.

La portata simbolica di questa acrobazia va ben oltre il semplice stupore o ilarità che poteva suscitare nello spettatore.

Frankie e Frieda erano afroamericani nati negli anni ‘10 del Novecento, la schiavitù era stata abolita nel 1865: forse i loro nonni erano nati schiavi. “Guardate queste caviglie che volano in alto, le vostre catene io non le porto più!” Sembrano gridare i piedi di Frieda che si agitano verso il cielo. “Guardate quanto peso posso portare e farmi rimbalzare addosso, lo stesso faccio con le fatiche e le umiliazioni che ci avete imposto per secoli!” Sembra dire la schiena di Frankie che accompagna come un tappeto elastico il salto dell’amica. Poi il movimento prosegue, tondo, fluido e leggero come solo l’armonia di due forze può essere: con un capovolgimento di corpi due ballerini hanno messo sottosopra gli squilibri del potere costituito. Addirittura? Sì. Mi spiego meglio.

Lo stile, i movimenti e lo spirito di questo ballo molto giocoso e divertente sembrano sbeffeggiare i balli sofisticati e impostati che si danzavano nelle ville dell’alta società bianca dell’epoca, presso le quali tra l’altro molti afroamericani lavoravano con mansioni umili.

Al razzismo e al senso di superiorità della buona società bianca che li trattava, se non più come oggetti di proprietà, certamente come esseri di serie B, gli afroamericani ballando il lindy hop rispondevano con ciò che ha sempre caratterizzato le minoranze etniche e sociali “vincenti”: ironia, autoironia, senso di unione e appartenenza, resilienza, capacità di trasformare i limiti in opportunità.

Il lindy hop affascinò a tal punto gli americani di ogni origine, colore e classe sociale da influenzare l’immaginario collettivo, la cultura popolare, i fenomeni di costume, l’allora giovanissimo cinema, e da portare bianchi e neri sulla stessa pista da ballo almeno 40 anni prima della completa abolizione delle leggi di segregazione razziale, diventando il primo prodotto culturale originale afroamericano ad entrare a far parte della cultura statunitense tout-court.

Per farla breve, i bianchi morivano dalla voglia di imparare un ballo inventato dai neri per prendere in giro i bianchi. E insieme si preparavano a dare scaccomatto alle disuguaglianze e ai pregiudizi.

Altre volte l’emarginato, il fuori luogo, il battito debole alla ricerca del suo accento siamo stati noi.

Il tango, oggi associato ad un’immagine di intensa sensualità e femminilità, in origine era molto distante da ciò: è nato nell’Ottocento tra i migranti originari dell’Italia settentrionale in Argentina, uomini soli la cui nostalgia, struggimento e senso di perdita si riflettono nelle sonorità e nei testi dei brani musicali.

Oggi sembra scandaloso che in un noto programma televisivo due uomini abbiano formato una coppia di ballerini per una stagione, ma alle sue origini il tango era danzato proprio da coppie di uomini, per divertimento, ma anche e soprattutto come modalità alternativa al duello per dirimere i litigi. Non a caso i movimenti ricordano a volte quelli di una lotta in cui l’uno tenta di dominare l’altro: l’aggressività e il conflitto vengono portati su un piano simbolico, dove nessuno si fa male sul serio.

Il tango, come lo swing, è stato un fenomeno culturale collettivo così dirompente da trasformarsi da forma espressiva di una nicchia sociale reietta ed emarginata, a pilastro di identità culturale di un’intera nazione, fino al riconoscimento UNESCO come patrimonio dell’umanità nel 2009.

Dove prima c’erano un “noi” e un “loro”, resta solo un “noi” più grande, più orgoglioso e con una storia in più da raccontare, non a parole, ma in movimenti, passi e musica.

Ma come si è arrivati da una sorta di accoltellamento danzato a quello che oggi per molti è il ballo della passione per antonomasia?

Amore e aggressività, odio e desiderio, bellezza e crudezza, vita e morte sono due facce della stessa medaglia, gli estremi legati da un filo in perpetua tensione, gli opposti che con la forza con cui cercano l’unione tengono insieme l’universo.

Il ballo, in definitiva, è un potente strumento di coesione psicologica e sociale.

Il ballo può contribuire a “curare” un’intera società dai suoi mali, ed a connettere tra loro gruppi sociali superando le disuguaglianze e i pregiudizi.

Al contempo, il ballo “cura”, nel senso che se ne prende cura, la psiche individuale e il legame tra le persone. “Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.”

Ringrazio Davide Rizzo per le notizie storiche sul lindy hop.

Alcuni link sconsigliati ai deboli di cuore:

– La scena più famosa del film Hellzapoppin’. L’acrobazia di cui ho parlato si può vedere intorno al minuto 2.10.

 

– Una scena del film Take the lead con Antonio Banderas, ispirato alla vera storia di Pierre Dulaine, maestro di ballo che ha portato il tango come metodo psicoeducativo nelle scuole dei quartieri più difficili di New York.

 

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