GENERAZIONE RUBATA

Forse non tutti sanno che in Australia, tra gli anni ’70 dell’Ottocento e gli anni ’60 del Novecento, tra i 25.000 e i 100.000 bambini e neonati aborigeni furono tolti alle loro famiglie con la forza o con l’inganno (non di rado il personale ospedaliero faceva credere ai genitori che il loro neonato fosse morto per consegnarlo in realtà alle autorità preposte), per essere istituzionalizzati in orfanotrofi religiosi e cresciuti secondo la cultura anglosassone, ritenuta superiore. Il tutto non sull’onda della follia di qualche fanatico, ma secondo un programma governativo accuratamente legiferato: un’impresa gloriosa per la mentalità dell’epoca, un’atrocità per la sensibilità di oggi. 

Questo genocidio ripulito, senza sangue, è chiamato “generazione rubata”.

La stessa definizione mi viene in mente quando penso ai bambini nati in Occidente tra gli anni ’50 e ’80 del Novecento, ma soprattutto alle loro mamme.

Fin dall’Ottocento la scienza iniziò a ingegnarsi per sopperire ai bisogni alimentari dei neonati quando mancava il latte materno. La millenaria pratica del baliatico, già in decadenza e ampiamente problematica, non bastava più, e la somministrazione di latte animale tramite strumenti rudimentali spesso causava più problemi di quanti ne risolvesse, soprattutto in termini igienici: nell’Inghilterra vittoriana uno dei primi modelli di biberon si guadagnò l’infame soprannome di “bottiglia della morte” per la disastrosa diffusione di infezioni fatali causate dall’impossibilità di pulirne il lungo tubicino dove scorreva latte vaccino non pastorizzato diluito con acqua spesso malsana. 

Tra malnutrizione e malattie infettive, la mortalità infantile in Italia ancora a fine Ottocento portava via prima dei 5 anni un bambino su tre, e il massiccio calo progressivo che oggi rende l’Italia uno dei Paesi con la mortalità infantile più bassa al mondo ha avuto inizio più tardi rispetto all’Europa settentrionale.

Con il secondo dopoguerra e il “miracolo economico”, l’arrivo in Italia del latte artificiale destò la speranza di cancellare quel millenario trauma collettivo e porre fine a quella sofferenza.

Bisognerà attendere il 1994 per una prima legislazione in materia di promozione dell’allattamento al seno, e il 2005 per il divieto di attività promozionali di alimenti specifici per bambini sotto l’anno di età (divieto peraltro tuttora abilmente aggirato dal mondo del marketing con una varietà di strategie).

Il latte artificiale venne presentato come più nutriente del latte materno, oltre che più sicuro, pulito, igienico: queste idee sono semplicemente false, ma è facile immaginare come colpissero il cuore di madri che portavano con sé il ricordo d’infanzia sbiadito di un fratellino morto a un anno per una gastroenterite, o si prendevano cura quotidianamente di una zia inferma sin dalla tenera età a causa del rachitismo.

Tra il secondo dopoguerra e la fine del secondo millennio, dunque, i tassi di allattamento al seno scendono ai minimi storici. Esso viene scoraggiato con pretesti tendenziosi, non solo nei mass media e nel senso comune, ma anche, quel che è peggio, dalle istituzioni e dai professionisti sanitari. 

Il latte non sgorga abbondante fin dal primo istante? Signora lei non ha latte, ma nessun problema, prenda queste pastiglie per farlo andare via e vada di biberon. (Quindi non ho latte ma ho bisogno di un farmaco per farlo andare via? Dev’essere la stanchezza del parto che non mi fa capire…) 

Mi raccomando, dieci minuti da un seno, dieci dall’altro e poi basta, così mi ha sempre detto mia zia! Il bimbo piange affamato? Accidenti, evidentemente il tuo latte non è abbastanza nutriente. Però non attaccarlo più di una volta ogni tre ore, altrimenti gli sovraccarichi lo stomaco! Il latte artificiale è la soluzione! (Basta, ci rinuncio… Ma che dolore!)

Il bimbo ha già un mese e non le dorme tutta la notte? Piange spesso? Ha un peso anche solo di poco al di sotto della media (secondo statistiche basate, guarda caso, su bambini allattati artificialmente)? No che non è normale! Ha l’ittero, le coliche, i rigurgiti, la crosta lattea? E’ tutta colpa della sua ostinazione ad allattarlo al seno! Gli dia il latte artificiale e risolverà tutto! (Devo essere stata una mamma orribile finora… per fortuna posso riparare al male che ho fatto al mio bimbo grazie al latte artificiale!)

Il neonato vuole stare attaccato al seno un’ora? Dorme 40 minuti e poi vuole succhiare ancora? Guarda che così lo vizi, non ti resterà tempo per stira…ehm, per te stessa, e poi cara, allattando non puoi nemmeno indossare un vestito a tubino, che fine farà la tua femminilità? Allattare troppo rovina il seno, e te lo dico per esperienza, così distruggerai il tuo rapporto di coppia! (Mio marito non mi vorrà più e si cercherà un’altra, d’altronde è pur sempre un uomo… devo stare attenta e mantenermi attraente…)

E’ al secondo figlio e non ha allattato il primo? Non si sprechi in tentativi inutili, di certo non ce la farà neanche stavolta, perché faticare quando abbiamo il latte artificiale? (L’ostetrica ha ragione… sono un fallimento, proprio come ha sempre detto mia suocera… Non mi merito questo bambino… In fondo se io sparissi sarebbe meglio per i miei figli… Chissà quale pastiglie per dormire mi ci vorrebbero per non svegliarmi più…)

C’è chi dietro a questa ecatombe vede loschi complotti di interessi economici tra le multinazionali produttrici di latte artificiale e le istituzioni sanitarie. Non ho sufficienti informazioni in merito per esprimermi.

Di certo ora qualcuno penserà: che vuoi che sia, col latte artificiale siamo cresciuti tutti ed è andata bene così. E avete ragione: la stragrande maggioranza dei bambini allattati artificialmente cresce sufficientemente bene, da un punto di vista nutrizionale, ma anche relazionale ed emotivo, perché anche nella poppata con il biberon si può creare vicinanza fisica, dialogo di sguardi, un momento di coccole, elementi che rendono l’allattamento speciale. 

E allora perché mi infervoro tanto, se non per i danni che l’allattamento artificiale può fare ai bambini? Semplice, per quelli che può fare a quelle mamme che lo vivono come un sacrificio, una perdita indelebile, una ferita aperta, un male necessario, magari come il più grande rimpianto della loro vita o come il loro più grande fallimento. 

E’ evidente che la crociata contro l’allattamento al seno ha a che fare con la cosiddetta emancipazione femminile. Come ho scritto nel precedente post sull’allattamento, il termine “emancipazione” non equivale a “liberazione”, ma implica sempre la normatività di una disparità di potere. 

In altre parole, “voi donne sareste per natura destinate solo alla casa, alla cura dei figli e al lavoro non retribuito, ma visto che la società di oggi è magnanima e alla moda, vi viene elargita la possibilità di entrare nel mondo del lavoro stipendiato in aggiunta a tutto ciò che già fate e che continuerete a fare. Ovviamente però dovete essere produttive ed efficienti e non c’è tempo per allattare i bambini”. 

In altre parole ancora, “noi donne siamo state per millenni relegate un passo indietro, eterne seconde, sempre subordinate. Ora abbiamo l’opportunità di accedere all’indipendenza economica, al riconoscimento sociale, alle aspirazioni professionali e intellettuali. E’ la maternità ad averci private di tutto questo finora, perciò dobbiamo essere disposte a rinunciare a viverla pienamente”.

L’idea che a privarci di tante opportunità non fosse stata la maternità, ma la sovrastruttura sociale e culturale ad essa attribuita dal sistema industriale e patriarcale, e che la vera libertà non dovrebbe comportare un sacrificio, arriva solo recentemente.

Una donna torna al lavoro un mese dopo aver partorito, un’altra lascia il lavoro per fare la mamma a tempo pieno; una mamma è casalinga da sempre, un’altra guadagna più del marito e sarà lui a prendere aspettativa al lavoro per occuparsi del neonato; una neo-mamma scopre che l’allattamento è una delle più grandi esperienze di realizzazione della sua vita, un’altra decide di non allattare. 

Nessuna di queste persone è necessariamente più o meno libera delle altre, se la sua è una vera scelta, pensata, consapevole, spontanea nel senso più puro e moreniano del termine: dettata dai suoi bisogni autentici qui ed ora, libera da retaggi, sovrastrutture, aspettative estrinseche, copioni interni auto-limitanti.

Jung sostiene che uno psicologo per capire chi ha davanti deve usare la propria esperienza: ebbene, io dopo essere diventata mamma ed aver allattato mi sono sentita più che mai creativa, consapevole, terapeutica, capace di abbracciare psichicamente l’altro e di stare con il dolore: in definitiva, sento che la maternità ha contribuito a rendermi una professionista della salute mentale migliore.

Vivere la maternità, qualsiasi cosa questo significhi per ognuna di noi, può davvero liberare energie purissime, inaspettate, creative. Può davvero metterci in contatto con l’esperienza di qualcosa che ci trascende, che è più grande di noi. Può farci sentire di aver finalmente trovato il nostro posto nel mondo.

Ma questo, d’altronde, è il potere di qualsiasi autentica scelta che facciamo. 

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